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AREA HANDICAP

 

ARTE-TERAPIA E HANDICAP

terza parte

di Serena Mortari

prima parte
seconda parte
bibliografia

Sommario:

IL VALORE DELL'ARTE-TERAPIA PER LA PEDAGOGIA SPECIALE

Nel lavoro educativo si mette l’altro in condizioni di formatività attraverso un insieme di azioni che attivano quel processo che caratterizza l’uomo come essere neotenico.
Si è osservato che il cervello è in grado di modificarsi grazie all’apprendimento e all’esperienza che accrescono la plasticità neuro-sinaptica.
Questa scoperta è di fondamentale importanza per la pedagogia speciale in quanto un aumento delle stimolazioni ambientali può determinare un miglioramento delle prestazioni e comportare un aumento dello sviluppo cerebrale, rivelando la natura flessibile dell’individuo. Quindi l’uomo diventa ciò che l'ambiente educativo in cui vive gli permette di diventare offrendogli l’opportunità di prendere coscienza delle proprie potenzialità e dei criteri di scelta per divenire il suo poter essere.
È importante che l’educatore aiuti il soggetto affetto da deficit a considerare la propria esistenza come qualcosa da progettare nonostante i limiti causati dalla malattia.
L’educazione speciale ha sempre a che fare con un sistema in continuo equilibrio instabile poiché le variabili in causa, riguardando l’uomo, non sono mai totalmente controllabili.
Si agisce progettando sulla base di conoscenze teoriche e promuovendo esperienze di vita che conducano alla realizzazione dell’obiettivo del passaggio dall’etero all’autoeducazione.
Il lavoro educativo si fonda sulla quotidianità dei rapporti, sull’organizzazione degli spazi e dei tempi, sulla comunicazione verbale ma soprattutto non verbale cogliendo la gestualità del soggetto che si esprime attraverso il linguaggio del suo corpo.
L’educatore non deve adottare un atteggiameno intrusivo e dominante, deve partecipare all’esperienza che il soggetto vive per arrivare ad un contatto empatico.
Compito dell'educatore è quello di adottare tempestivamente (in questo consiste il principio del giusto momento) quei mediatori e quegli organizzatori dell'ambiente che consentano l’apprendimento senza correre i rischi del ritardo e dell'anticipo.
Il pedagogista speciale deve tener conto di tutti quegli elementi che concorrono a realizzare eventi educativi in grado di superare le resistenze dovute ad una particolare sindrome.
Nel momento in cui le discipline (medicina, psicologia, sociologia ecc.) si incontrano in vista di un intervento educativo attento al rispetto della dignità umana, l'aiuto concreto offerto in questo modo dall'interdisciplinarità dà spazio a una maggior creatività nell’intervento educativo considerando attentamente le condizioni di partenza del soggetto affetto da handicap; questo permette di valorizzare la personalità e favorire l’autoeducazione.
I contributi delle varie discipline vengono sintetizzati e armonizzati dall'educatore grazie alla teoria personalista dell'educazione [9].

Bisogna ricorrere ad un metodo individualizzato perché la singolarità di ogni persona reclama una continua creatività nei metodi educativi.
L’educatore deve aprirsi alla concreta realtà del disabile, incontrando quella specifica alterità considerandola come caratterizzata dalla stessa formatività che contraddistingue ogni persona; è importante mantenere un vivido interesse per la differenza dell’altro che va considerato oltre il suo bisogno, senza farsi accecare dal suo limite, per cogliere la modulazione del suo dolore e l’unicità del suo modo di esistere. Questo permette anche di andare oltre la negatività che socialmente e culturalmente accompagna la condizione di bisogno e di sofferenza [10].
Si intende colmare la carenza ontologica e ridurre le asimmetrie nella ricerca di quell’integrità umana, fondamento dell’autorealizzazione. Si vuole sostenere una realtà personale relazionata, risacralizzando la convivenza umana.
La pedagogia speciale deve essere in grado di decidere i metodi migliori in vista dello sviluppo delle capacità residue e della scoperta di nuove attitudini funzionali grazie anche all’apporto delle altre discipline che operano una ricerca sull'uomo aprendo nuove prospettive. La pedagogia speciale si impegna nella ricerca di metodi in educazione che inducano alla partecipazione attiva del soggetto nella formazione della sua personalità, andando oltre le diagnosi e le categorizzazioni.
La natura creativa dell’uomo rifiuta metodi depersonalizzati; è necessario chiedersi chi è l’altro, incontrare il soggetto affetto da deficit attraverso il dialogo, per individuare i suoi tempi, considerando la sua resistenza come ciò che esprime la sua differenza [11].

I mediatori
Per realizzare quanto detto occorre utilizzare degli “oggetti mediatori” che “stiano fra” i soggetti della cura, permettendo un incontro significativo per entrambi. “Oggetti che appartengono alla trama delle azioni di vita e cura quotidiana: ciò che si usa per mangiare, giocare, un contesto. Oggetti comuni che, divenendo mediatori di una relazione e organizzatori di uno spazio, sembrano da un lato sottrarsi ad una condizione di pura utilizzabilità per assumere un significato simbolico che rimanda sempre alla relazione dei soggetti con essi, dall’altro assegnare degli spazi vitali che facilitano il riconoscimento reciproco e quindi un avvicinamento relazionale nella mediazione della distanza. Gli oggetti mediatori regolano il rapporto tra le persone, lo ritmano in modo tale che esso abbia un senso comune e soprattutto co-costruito. Regolano il potere all’interno di una relazione, limitando la possibilità di dominio di un interlocutore su un altro, lasciando agli interlocutori lo spazio del proprio svelamento” [12].
I mediatori aiutano i soggetti in difficoltà ad aprirsi alla più ampia possibilità di realizzazione.
La natura neotenica umana fa sì che l’uomo si apra alla vita culturale. “La coltivazione della neocorteccia, organo della rappresentazione è a carico dei mediatori, della loro capacità di penetrare nell’animo attraverso i sensi, della loro corrispondenza alla maturità del soggetto, della loro pertinenza alla situazione, della loro congruenza con le aspettative più vitali e magari recondite di chi li attiva e di chi con essi si attiva” [13].
In caso di deficit che comporta un venir meno dell’attenzione e della partecipazione attiva, non si struttura alcuna rappresentazione né cognitivo-razionale né cognitivo-emotiva e sorge il problema educativo che si presenta all’educatore come ricerca di mediatori che riescano a risvegliare l’attenzione necessaria per superare gli ostacoli causati dal deficit; ricerca di mediatori la cui partecipazione richieda al soggetto solo quanto lui può dare in quel momento; ricerca di mediatori che riescano ad aprire alla rappresentazione emotiva e cognitiva.
“Mediare, da cui mediatore, mediale, non è solo ciò che sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in chiaro, l’esporsi, il mettere in luce ciò che nei due poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più solo se stesso; è anche già un po’ l’altro; com-pone il proprio logos con il logos dell’altro; s’affaccia insomma con coraggio sull’altro universo, mantenendosi presso di sé quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria identità. E il contenuto del mediare non può essere altro che il proprio io, la propria nudità, comunque si ricopra, di musica o di danza, di acqua o d’animali, di giochi o di simboli, comunque s’annunci alla ritrosia dell’altro, non è che invito all’altro ad aprirsi, a mostrarsi, a mettersi in gioco, a venire in luce” [14].
Più i mediatori si avvicinano alla rappresentazione simbolica (passando dall’esperienza diretta, alla rappresentazione iconica del reale, a quella analogica), tanto più è richiesta attenzione, partecipazione e maturità globale, quindi si adattano meno alle persone affette da handicap severi.
La scelta del mediatore va effettuata considerando la singolarità delle persone, le disposizioni e le finalità, sempre basandosi su una precisa conoscenza della situazione. Nel caso in cui forti resistenze si oppongano alla riduzione di asimmetria i mediatori vanno scelti dopo un’accurata valutazione del problema che può essere di varia natura, neurologica, psicologica, o psichiatrica, ma che riguarda sempre la pedagogia poiché si tratta di sviluppo della persona. Per questo motivo è importante che l’educatore riesca a comprendere i punti di vista e i linguaggi degli altri specialisti che partecipano alla cura del soggetto.
L’educazione speciale mira allo sviluppo umano e all’autonomia nella problematizzazione della realtà.
La scelta della tecnica risulta secondaria rispetto al modo d'incontrare l’altro, soprattutto quando si tratta di soggetti in difficoltà, ma questo non significa assenza di metodo.
L’educatore deve sapere che i mediatori sono indispensabili affinché avvenga un vero incontro con l'altro che conduca al superamento delle resistenze opposte dal deficit, accendendo l’attenzione del soggetto.
Il primo indispensabile mediatore è lo stesso educatore che deve comprendere il soggetto con cui ricerca l’incontro, cogliendo gli interessi, il tipo di intelligenza, gli stili cognitivi e le strategie di pensiero.
L'educatore speciale non può fermarsi ad una comunicazione che esprima un messaggio ricco di affettività e accettazione. Occorre che l'incontro avvenga al livello di maturazione cui è giunto il soggetto e che l’educatore divenga egli stesso mediatore della comunicazione del soggetto con la realtà. A volte è “necessario arretrare ad un livello di comunicazione solo tattile e corporea in cui il soggetto sperimenti di esserci, di essere al mondo in modo gratificante e piacevole e di vivere esperienze dirette che lo aiutino a differenziarsi e quindi ad identificarsi” [15].
Il soggetto con gravi deficit richiede che queste esperienze vengano vissute con naturalezza ricorrendo anche al livello simbolico e astratto della parola associato ad azioni concrete combinando i vari mediatori (iconici, analogici e simbolici) a seconda del livello di maturità del soggetto e delle capacità che si vogliono sviluppare.
L’educatore per incontrare l’altro deve saper integrare nella relazione educativa la tecnica di un determinato mediatore (danza, arte, musica ecc.) che possiede una sua logica interna. Se questo non avviene le grandi possibilità offerte dalle tecniche perdono la loro utilità in vista del superamento delle resistenze opposte dal deficit. A questo punto risulta evidente l'importanza che sia un educatore speciale a servirsi di quei mediatori per offrire un aiuto allo sviluppo personale, perché la sua umanità permette quell’incontro con l’altro, attraverso un contatto empatico, con umiltà, nella piena comprensione dei bisogni, dei limiti e delle risorse.

L’arte come mediatore
L’arte può essere efficacemente utilizzata come mediatore e può offrire un valido aiuto all’educatore speciale nel suo lavoro.
L’arte-terapia non può essere caratterizzata da modelli rigidamente di tipo psicoanalista o cognitivista, ma è di fondamentale importanza che si possa avvalere dei contributi delle discipline che intervengono sulla psiche e sull’essere umano. Un arte-terapeuta deve conoscere il concetto di trasfert, controtransfert e di inconscio; deve anche essere in grado di dialogare con medici e specialisti riguardo a particolari deficit, deve essere in grado di comprendere certi linguaggi specifici.
Quando si opera in educazione, e soprattutto in educazione speciale, occorre ricordare sempre che la dicotomia mente/corpo non esaurisce tutte le caratteristiche dell’essere umano che è costantemente alla ricerca di un senso. “L’evento fondamentale della vita è quello di cogliersi come essente ancor prima che esistente. Cogliersi essente senza un senso, senza uno scopo, senza un valore, è deleterio, esiziale per l’uomo d’oggi e d’ogni tempo. L’evento fondamentale del cogliersi essente senza senso può originare il desiderio di non-essere (suicidio reale o simbolico) oppure il desiderio di guardare da spettatore alla propria vita che vive, che è” [16].
E’ possibile sostenere che se un intervento di arte-terapia non può pretendere di eliminare un deficit, può sicuramente ridurre un handicap. Nel linguaggio comune deficit e handicap vengono a coincidere ed è evidente la confusione che nasce attorno a questo tema, attorno alla “differenza tra difetto organico e difficoltà a maturare quelle disposizioni o capacità della persona necessarie alla realizzazione progressiva della personalità integrale” [17].
Appare quindi altrettanto evidente l’errore commesso da chi vuole medicalizzare l’handicap, riducendo l’uomo a quella dicotomia mente/corpo che abbiamo detto essere non esaustiva. “Se per i difetti ed i limiti organici, da quelli psichici a quelli somatici, è indubbio che gli specialisti debbano essere medici ed esperti nelle discipline che epistemologicamente rinviano a conoscenze specifiche di natura sanitaria, per le difficoltà di maturazione dello sviluppo della personalità occorre che vengano coinvolte, e magari in modo sinergico, le discipline che si occupano dello sviluppo umano: dalla psicopatologia alla pedagogia speciale” [18].
Nell’intervento arte-terapeutico l'attenzione rivolta al prodotto artistico è subordinata alla comprensione del soggetto e al processo creativo.

“L'arte adempie per il bambino disabile la stessa funzione che ha per tutti gli uomini: creare una zona di vita simbolica che permetta la sperimentazione di idee e sentimenti, di portare alla luce la complessità e le contraddizioni della vita, di dimostrare la capacità dell'uomo di trascendere il conflitto, di creare ordine dal caos infine dare piacere.” (E. Kramer)

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NOTE:

[9] Per un approfondimento si veda il testo di Larocca F., Pedagogia speciale, Erikson, Trento, 2000
[10] Cfr. Palmieri C., La cura educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell’educare, op. cit.
[11] Ibid.
[12] Ibid.
[13] Larocca F., Musica e danza, mediatori nell’educazione speciale per l’handicap, in AA. VV., Larocca F. (a cura di), Atti del VI Convegno Internazionale 1999: La ricerca in educazione speciale: I mediatori analogici, LEU, Verona, 2000
[14] Ibid;
[15] Ibid;
[16] Lascioli A., Evento,segno e senso, in AA. VV., Larocca F. (a cura di), Atti del VII Convegno Internazionale 2000. Cosa arcana e stupenda: il sordo danza, il cieco dipinge, l’autistico suona…, LEU, Verona, 2001
[17]
Larocca F., Nei frammenti l’intero. Una pedagogia per la disabilità, Franco Angeli, Milano, 1999
[18] Ibid.

AUTORE: Serena Mortari, laureata in Scienze dell'Educazione presso l'Università di Verona.

 

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 6, Maggio 2005


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