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2.
Mediatori nei processi di apprendimento
Nella
progressione attraverso i diversi ordini di scuola, l’apprendimento
si nutre via via sempre più di contenuti astratti, cioè di
elementi che perdono caratteristiche di immediata corrispondenza
con la realtà e ne diventano piuttosto rappresentazione. Per
esemplificare, la visita ad una fattoria didattica permette di
conoscere gli animali da cortile in un modo più diretto di quanto
non consenta una lezione in classe con il supporto di fotografie e
filmati, o del solo linguaggio verbale.
Lo spostamento della didattica verso l’utilizzo di sussidi di
tipo simbolico ed astratto risponde, da un verso, alla
complessità dei saperi da acquisire e, dall’altro, allo
sviluppo naturale delle potenzialità della mente degli alunni.
Bruner (2), ad esempio, sostiene che
la crescita intellettuale si verifica quando l'attenzione dei
bambini non è più assorbita dai dati immediati, ma quando essi
sono in grado di superare le apparenze con il pensiero ed il
linguaggio.
Damiano (3) precisa che l’uso mirato
dei diversi mediatori, cioè di quegli strumenti che il docente
utilizza nei processi di insegnamento e di apprendimento, deve
favorire la transizione dall'organizzazione fisico-percettiva
delle conoscenze a quella logico-simbolica.
Non
è superfluo ricordare che tutti gli alunni, ed in particolare i
bambini con deficit intellettivo, richiedono all’insegnante una
particolare attenzione nella scelta dei sussidi cui si assegna la
funzione di mediazione didattica. Vi è apprendimento
significativo, infatti, quando un concetto o, più in generale, un
contenuto viene integrato, per assimilazione o accomodamento, tra
le conoscenze già in possesso del soggetto.
Diversamente l’apprendimento in senso stretto non avviene, o ha
caratteristiche di nozionismo e superficialità che lo destinano
ad un rapido oblio.

Se l’esperienza diretta, condotta attraverso l’esplorazione
e la sperimentazione, è la forma di apprendimento più immediata,
è pure indubbia la potenzialità di quei mediatori di tipo iconico
che rappresentano per immagini (disegni, fotografie e filmati) i
contenuti da imparare.
La conquista da parte dei bambini dello stadio simbolico,
secondo la teorizzazione di Bruner, o delle fasi del pensiero
operatorio in Piaget, consente apprendimenti più complessi, nei
quali il rapporto diretto con la realtà fisico-percettiva si fa
via via più labile. Si tratta di una soglia non sempre
accessibile per gli alunni con deficit cognitivi e che richiede un
sapiente utilizzo dei sussidi didattici: attività di gioco e di
simulazione, drammatizzazioni, ma anche l’utilizzo del ritmo e
della musica - sia in funzione espressiva sia comunicativa -
possono favorire l’apprendimento di concetti complessi, di
ordine logico e relazionale, più di quanto non sia possibile
attraverso strumenti simbolici che utilizzano
prevalentemente parole, metafore e simboli astratti.
Tali
considerazioni richiamano sul rischio di un uso acritico a scuola
di schede e degli stessi software educativi: l’ampia
disponibilità di questo tipo di sussidi, spesso reperibili senza
particolari costi, non solleva la responsabilità dell’insegnante
di scegliere in modo creativo e mirato gli strumenti in grado di
favorire l’apprendimento di ogni singolo alunno, a partire dalla
sue potenzialità e dai suoi limiti.
La sfida sul piano educativo è impegnativa e delicata: non è
raro, infatti, che su tali questioni si giochi la possibilità di
recuperare in bambini e ragazzi un’autostima depressa da una
storia scolastica deficitaria. Cambiare medium,
riprogrammare la didattica in termini più concreti, far leva sull’"intelligenza
delle mani" offre agli alunni con bisogni educativi speciali
una sorta di nuova possibilità, contrasta la "sindrome da
insuccesso" e consente ad ogni membro della classe di
ripartire dallo stesso punto, nella logica dell’integrazione di
tutti e di ciascuno.
3.
Sussidio come strumento organizzatore
Vivere
accanto a una persona con disabilità può comportare dei
"rischi di supplenza": pur senza volerlo o con le
migliori intenzioni, si possono assumere infatti atteggiamenti di
anticipazione ed iperprotezione, fino ad una vera e propria
sostituzione nelle comuni attività quotidiane, nella formulazione
di preferenze, nelle attività decisionali etc.
Questi atteggiamenti sono negativi nella misura in cui non
favoriscono lo sviluppo di autonomie o soffocano lo spazio di
crescita della persona. E’ per questo motivo che diversi
soggetti evidenziano un quadro iperdeficitario, giustificato solo
in parte da effettive limitazioni di ordine strutturale o
funzionale.
Riportato
in ambito scolastico, il discorso apre ad una casistica
ricchissima, che scaturisce dal dilemma di tutti gli insegnanti e
di molti genitori: quanto un bambino riesce a "far da
solo" o quanto, invece, ha effettivamente necessità di
essere aiutato? Nella consapevolezza che non vi possa essere
risposta certa, e quindi contemplando nella valutazione del
bisogno di un alunno con disabilità una certa dose di rischio
educativo, si ritiene che l’utilizzo di alcuni sussidi possa
aiutare ad individuare (ed a sviluppare) le effettive possibilità
di autonomia.
Si considerino, a titolo esemplificativo, alcune attività tipiche
di ogni studente: l’organizzazione del materiale scolastico, l’allestimento
dello zaino secondo l’orario scolastico, il metodo di lavoro
rispetto alla consegna data dal docente o al compito per casa. E’
comune che in queste situazioni l’alunno con difficoltà venga
aiutato dall’insegnante di sostegno o dal genitore. Come è
noto, in assenza di una particolare attenzione educativa, il
bisogno di aiuto tende a divenir cronico e il soggetto non riesce
a fare alcunché se non è assistito.
Ne consegue che il mancato sviluppo di tali abilità, che potremmo
definire "pre-disciplinari", si traduce in forti
limitazioni nell’autonomia di apprendimento, prima ancora che l’alunno
si misuri con richieste di ordine logico o linguistico.
Sussidi,
anche molto semplici e banali, possono aiutare il bambino a
svolgere da solo alcune attività, foss’anche in termini
meramente esecutivi. Si pensi ai promemoria cartacei o
elettronici, ai cartoncini guida che ricordano in modo illustrato
le fasi di lavoro, per arrivare al computer utilizzato come una
moderna versione delle teaching machine: sussidi insomma
che svolgono la funzione di "mediatori organizzativi",
che regolano lo "scambio" tra l’adulto educatore e il
soggetto con disabilità, in modo che il primo non invada lo
spazio di autonomia dell’altro.
Il computer può giovare anche come "consulente"
discreto, che non giudica e non perde la pazienza, anzi è prodigo
di suggerimenti come, ad esempio, quando si deve scrivere un testo
e si temono gli errori ortografici.
In
sintesi, i vari tipi di sussidi offrono un contributo concreto all’educazione
delle persone con bisogni speciali: possono compensare limitazioni
funzionali, consentire lo sviluppo di abilità, facilitare la vita
indipendente e la partecipazione sociale. E’ importante però
che siano utilizzati in modo mirato e creativo, con la
consapevolezza della diversa funzione che possono assumere e senza
aspettative di natura miracolistica.
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