Bisogni
educativi speciali
Con
il termine “Didattica Speciale”, spiega Ianes, s’intende qualsiasi
tipo di insegnamento individualizzato che tenga conto dei
problemi degli alunni in difficoltà: alunni disabili,
con difficoltà di apprendimento o comportamentali,
con un ambiente familiare non idoneo. Per valutare le esigenze
di un alunno in difficoltà, occorre scegliere una programmazione
educativa individualizzata che potenzi al massimo le capacità
del soggetto e ne rivaluti allo stesso tempo le possibilità
relazionali con gli altri alunni, realizzando un’integrazione
efficace che diventi risorsa per tutta la classe e sia il
punto di partenza di un’integrazione del soggetto anche fuori
dall’aula scolastica.
Dario
Ianes delinea alcuni punti su cui la scuola deve focalizzarsi
per essere in grado di rispondere adeguatamente ai "bisogni
educativi speciali". Nella scuola, secondo Ianes, ci
sono alunni con situazioni personali estremamente diverse,
più o meno problematiche, che però hanno un
denominatore comune: la difficoltà nell'apprendimento
e nello sviluppo. Sono alunni con vari tipi di disabilità,
ma anche con disturbi specifici di apprendimento, autismo,
disturbi emozionali e comportamentali, differenze culturali,
malattie fisiche, ecc. La classificazione psichiatrica li
differenzia molto, mentre li accomuna invece il bisogno di
attenzioni e di interventi appunto "speciali", cioè
più sensibili ai loro bisogni e più efficaci
nell'aiutarli a superare le loro difficoltà.
La scuola, per Ianes, ha bisogno di superare le etichette
e le diagnosi e di imparare a valutare con una forte competenza
psicopedagogica il variegato mondo dei bisogni educativi speciali,
senza irrigidirsi nelle diagnosi né medicalizzare le
varie forme di bisogno educativo particolare. La scuola, ripete,
può rispondere con quella che egli chiama la "speciale
normalità" e cioè le prassi didattiche
ed educative normali, rivolte a tutti, ma nella stesso tempo
"speciali", perché arricchite di specificità
tecniche non comuni, fondate sui dati più recenti della
ricerca scientifica in ambito psicologico, pedagogico, didattico,
ecc.. Si pensi, ad esempio, alle didattiche metacognitive,
all'apprendimento cooperativo, al tutoring: modalità
normali e nello stesso tempo speciali di far scuola, per rispondere
adeguatamente ai bisogni educativi anche degli alunni più
in difficoltà. Le metodologie educative didattiche
si stanno evolvendo proprio in questa direzione: si passa
da applicazioni "molto speciali", cioè solo
per l'alunno speciale, tendenzialmente separate dal resto
della normalità delle relazioni e delle attività,
ad applicazioni "molto normali", rivolte cioè
a tutti gli alunni, con o senza disabilità.
Oggi
l'integrazione, scolastica, continua Ianes, è matura
per affrontare due sfide ottimali, cioè al suo livello:
-
diffondere
nel maggior numero di docenti normali delle "specializzazioni"
sui bisogni educativi speciali (non deve occuparsene solo
chi è insegnante di sostegno) e parallelamente far
crescere sempre di più nuovi utilizzi "normali"
degli insegnanti specializzati per il sostegno, realizzando
in pratica quella contitolarità tanto sbandierata
nelle leggi;
-
assimilare
nella quotidianità delle attività per tutti
gli alunni quei "principi attivi", tecnici e speciali,
che la ricerca psicoeducativa identifica, trasformando e
migliorando la qualità inclusiva dell'offerta formativa
per tutti gli alunni. Quindi: “ciò che è normale
diventi sempre più speciale e ciò che è
speciale diventi sempre più normale”.
La
formazione universitaria per tutti coloro che vogliono insegnare
porrà le necessarie basi pedagogiche, di buon livello
anche nell'ambito della pedagogia e didattica speciale, così
non avremo più insegnanti che non hanno mai sentito parlare
di integrazione scolastica. Questo innalzamento generale, continua
Ianes, delle competenze pedagogiche ci può far immaginare
scenari futuri interessanti. Scenari futuri dove addirittura
non esista più l'insegnante di sostegno come siamo abituati
a vederlo, perché tutti i docenti potranno specializzarsi
in varie competenze speciali di sostegno ed entrare e uscire
nella loro carriera da una serie di funzioni di sostegno su
ambiti particolari (ad esempio: prevenzione delle difficoltà
in lettura, autismo, disabilità gravi, ecc.) per periodi
definiti di tempo, arricchendo il loro sviluppo professionale.
Non è più accettabile che la scelta di fare l'insegnante
di sostegno sia vissuta come una specie di scorciatoia, o di
scotto da pagare per il minor tempo possibile, al fine di approdare
ad un posto sicuro di lavoro. Sono troppi gli insegnanti di
sostegno che appena possono scappano via da questo ruolo, che
invece va valorizzato, facendolo diventare una possibilità
ricorrente per tutti, durante l'intera carriera professionale,
su competenze varie di "speciale normalità".
...continua... |