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La
debolezza mentale è spesso una normalità
negata che, in modo particolare nella fase di uscita
dall'infanzia, assume una connotazione di profonda sofferenza
psicologica: gli adolescenti con tale deficit vorrebbero essere (e per
molti aspetti lo sono) come i loro coetanei ma soprattutto a scuola
segnano il passo, la diversità si accentua e l'handicap,
seppur lieve, si consolida.
Rispetto
ad essi, si è portati spesso a dimenticare che i problemi
scolastici non costituiscono che l'appendice di una
difficoltà complessiva a far fronte ai compiti evolutivi
posti dall'adolescenza. In questo articolo si cercherà
dunque di analizzare la condizione dei deboli mentali in età
adolescenziale, con una particolare attenzione per i risvolti
psicologici e pedagogici della questione. Dopo un breve quadro
sull'adolescenza e sui compiti evolutivi, seguirà una
seconda parte dedicata ai deboli mentali, con un tentativo di
delinearne le possibilità evolutive; infine alcuni spunti
operativi per chi si occupa della formazione e, più in
generale, dell'educazione di queste persone.
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Per
un'analisi dell'adolescenza
La
vita umana, considerata nella sua evoluzione, può essere
rappresentata come una parabola in cui si distinguono tre fasi
principali. La prima - la cui caratteristica è l'incremento
di materia, di organizzazione interna, di relazioni fra l'individuo e
l'ambiente circostante- inizia con il concepimento e termina con
l'ingresso nella seconda fase, quella adulta, la cui nota specifica
è la stabilizzazione. La terza è la fase del
declino, del decremento, che si conclude con la morte.
Come
scrive Quadrio (1), la prima fase ha due momenti caratteristici, la
nascita e l'adolescenza. Entrambe costituiscono un mutamento radicale:
la nascita rappresenta, per ciò che concerne la respirazione
e la nutrizione, il passaggio alla indipendenza dalla totale dipendenza
materna, mentre l'adolescenza determina, con la messa in funzione del
sistema ormonale, la capacità di generare e l'inizio della
maturità e segna, quindi, il periodo di passaggio dalla
fanciullezza alla maturità. I termini cronologici, che
segnano l'inizio e la fine dell'adolescenza, variano da individuo a
individuo, secondo i diversi ritmi di accrescimento su cui agiscono
fattori razziali e genetici, usi e costumi sociali.
Sarebbe
questa, secondo la schematizzazione operata da Coleman (2),
l'interpretazione sociologica dell'adolescenza: in altre parole, il
fenomeno biologico della pubertà sarebbe fisiologicamente
simile in ogni contesto sociale mentre la direzione e gli esiti dello
sviluppo dipenderebbero dall'interazione tra il soggetto e l'ambiente
circostante.
Diversamente,
la letteratura psicoanalitica evidenzia soprattutto i risvolti
psicologici dell'adolescenza. Tale posizione è
così riassunta da Cacciaguerra (3): "questo momento di
sviluppo non è da immaginarsi al modo di una marea che sale
gradualmente, ma come una burrasca violenta perché lo stato
di ansia confina con il panico e nella loro solitudine interiore il
ragazzo e la ragazza sono presi da confusione, incubi, irrequietezza.
(...) Anna Freud spiega che gli istinti, ora, e non solo quelli
sessuali aumentano di intensità e quantità:
l'aggressività diventa turbolenza; la fame
voracità; la cattiveria sfocia in comportamenti di
crudeltà o antisocialità; la mancanza di pulizia
si trasforma in disordine e sporcizia; la modestia e la simpatia danno
luogo a tendenze esibizionistiche. (...) Seguendo Erikson sappiamo che
riemergono ora le fasi di sviluppo precedente con il ripetersi del
prevalere di una delle due polarità da cui ogni periodo
è dominato, come è avvenuto al suo momento
fiducia o sfiducia; autonomia o dubbio; inibizione o colpevolezza;
produttività o inferiorità. Naturalmente questa
reviviscenza può accentuare gli orientamenti positivi o
negativi prevalsi nei periodi precedenti, oppure modificarli,
correggerli".
Coleman,
dal canto suo, ridimensiona la problematicità del periodo
adolescenziale: gli adolescenti "affrontano un problema per volta.
Distribuiscono il processo di adattamento nel tempo, tentando di
risolvere prima un problema e poi l'altro. Problemi diversi, questioni
relative a diversi rapporti entrano in campo in momenti diversi,
cosicché i disagi provocati dal bisogno di adattarsi a nuove
modalità comportamentali sono raramente concentrate tutte in
una volta"(4). Secondo l'Autore un approccio di questo tipo permette di
"riconciliare l'apparente contraddizione tra l'entità
dell'adattamento richiesto durante l'intero processo di transizione e
l'abilità della maggior parte dei giovani di affrontare
adeguatamente le varie pressioni di tale processo"(5).
I
compiti evolutivi dell'adolescentei
autori sembrano riconoscere che nel corso dell'adolescenza tutti i
soggetti devono affrontare particolari e delicati compiti evolutivi,
connessi sia alle trasformazioni corporee in atto, sia al superamento
delle modalità infantili di rapportarsi a se stessi, ai
genitori e agli altri. Per i ragazzi portatori di handicap le
difficoltà sono evidentemente maggiori rispetto a quelle che
incontrano i loro coetanei sani.
L'adolescente
deve innanzitutto integrare le trasformazioni del proprio corpo al
proprio Sé psichico, riconoscendo ed accettando gli organi e
gli impulsi sessuali. Tale compito non è di facile
soluzione: "le trasformazioni fisiologiche possono produrre angoscia
(...), non soltanto perché il corpo cresce in modo
disarmonico, ma anche perché il giovane non sa come
rispondere ai propri impulsi sessuali e come relazionarsi agli altri
per soddisfarli (...). E' evidente che su questo punto un portatore di
handicap incontra una serie di problemi a volte di non facile
soluzione. Anche lui deve accettare il suo corpo, i suoi impulsi i suoi
sentimenti, e trovare modi di relazionarsi agli altri: e questo non
può farlo negando le sue particolarità, ma
cercando di mobilitare le "parti sane" di
sé"(6).
In
secondo luogo l'adolescente deve darsi una nuova identità,
rinunciando al "Sé bambino" ed alle prerogative
dell'infanzia. Il passaggio avviene, secondo Erikson, con una
"esplorazione" di vari ruoli (moratoria psicosociale),
e dovrebbe condurre ad un'identità coerente in una
personalità integrata.
Per
il portatore di handicap questo compito evolutivo presenta generalmente
una duplice difficoltà: se si è abituato a
contare molto sugli altri, tale slancio verso l'autonomia e
l'affermazione di sè può essere molto debole e
comunque insufficiente a fornirgli la motivazione necessaria per una
corretta evoluzione. La seconda difficoltà è
insita nei genitori e nelle altre figure che circondano il giovane
disabile, in particolare nella madre, e si evidenzia in presenza di
atteggiamenti di eccessiva protezione, peraltro molto comuni: essi
inducono infatti una subordinazione passiva del figlio ai loro volerida
non permettergli non solo di attuare, ma neppure di elaborare la
possibilità di emanciparsi, di condurre un'esistenza
autonoma.
Per
una sorta di pregiudizio sociale infatti, l'handicappato rischia di
rimanere un eterno bambino: dipende economicamente dalla famiglia,
è poco addestrato a gestire da solo il proprio corpo;
può giocare, guardare molto la televisione e può
anche studiare per passare il tempo: per lo stesso pregiudizio,
infatti, raramente lo studiare diventa un modo di prepararsi alla vita,
di costruirsi un futuro. All'handicappato inoltre viene impedito di
vivere la propria sessualità proprio perché non
è considerato un adulto. Alla fine egli "rimane passivamente
coinvolto nell'immagine sociale di se stesso. Essere come gli "altri"
vogliono diventa una facile risposta esistenziale data da molti
handicappati alle persone che stanno loro intorno"(7).
Eppure
il problema dell'autonomia, dell'indipendenza emotiva dai genitori -che
cresce di pari passo con l'acquisizione di una nuova
identità e di un maggior senso di competenza- è
comune nell'adolescente normodotato e nel portatore di handicap. In
questa fase il giovane assume atteggiamenti e comportamenti
ambivalenti: la paura dell'autonomia contraddice spesso la voglia di
essere autonomo.
Nella
ricerca di una nuova identità e dell'autonomia è
fondamentale la funzione del gruppo dei coetanei, nei quali il giovane
riconosce le sue stesse problematiche: il gruppo, per il senso di
appartenenza che fornisce, esercita un'azione protettrice ma al tempo
stesso aiuta ad emanciparsi dai genitori e fornisce il sostegno ed il
contesto necessari per apprendere nuove capacità sociali. Ai
portatori di handicap spesso è negata anche questa
possibilità e l'unica vera opportunità di appartenere
ad un gruppo è quella
dell'integrazione -non facile- nella scuola superiore.
Un
ulteriore compito, proprio dell'ultima fase dell'adolescenza, riguarda
l'orientare se stessi verso un personale progetto di vita. "Consiste
nel darsi una scala di valori e degli obiettivi
-scrive Anna Oliveiro Ferraris (8)-. Gli orizzonti si allargano. Alcuni
obiettivi decadono e vengono sostituiti da altri. C'è
un'opera incessante di "costruzione simbolica" dell'ambiente sociale.
Si va alla ricerca dei motivi, delle finalità e delle
logiche di base dell'esistenza. Il compito può essere
facilitato o reso difficile dall'ambiente e da chi sta vicino. Alcuni
ragazzi trovano uno sbocco alle proprie aspirazioni, altri no. Alcuni
portano avanti un progetto, altri non riescono a proiettarsi nel
futuro. Questo può capitare a chiunque, ma più
ancora ai portatori di handicap, in quanto spesso sono troppo centrati
sulle loro difficoltà e sul raggiungimento di una
"normalità" per poter portare avanti una
progettualità".
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leggi
la seconda parte
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NOTE:
1) QUADRIO A., L'adolescenza,
in AA.VV., La sperimentazione nei C.F.P. con handicappati,
seconda serie, vol. II, Regione Veneto-Università Cattolica,
1982/83-1983/84, pp. 9-34.
2) COLEMAN
J.C., La natura dell'adolescenza, Il Mulino,
Bologna, 1983.
3) CACCIAGUERRA
F., La pubertà: scoperte e conflitti, in
"Scuola e didattica, 1990/91, n. 2, pp. 11-13.
4) e 5) COLEMAN
J.C., op. cit., pag. 235.
6) OLIVEIRO
FERRARIS A., Handicap e compiti dello sviluppo, in
"Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 28.
7) PANIER BAGAT
M., Che età ha un handicappato, in
"Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 33.
8) OLIVEIRO
FERRARIS A., op. cit., p. 30.
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copyright ©
Educare.it - Anno V, Numero 2, Gennaio 2005
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