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AREA HANDICAP

 

L'ADOLESCENTE CON DEBOLEZZA MENTALE

prima parte

di Luciano Pasqualotto

 

La debolezza mentale è spesso una normalità negata che, in modo particolare nella fase di uscita dall'infanzia, assume una connotazione di profonda sofferenza psicologica: gli adolescenti con tale deficit vorrebbero essere (e per molti aspetti lo sono) come i loro coetanei ma soprattutto a scuola segnano il passo, la diversità si accentua e l'handicap, seppur lieve, si consolida.

Rispetto ad essi, si è portati spesso a dimenticare che i problemi scolastici non costituiscono che l'appendice di una difficoltà complessiva a far fronte ai compiti evolutivi posti dall'adolescenza. In questo articolo si cercherà dunque di analizzare la condizione dei deboli mentali in età adolescenziale, con una particolare attenzione per i risvolti psicologici e pedagogici della questione. Dopo un breve quadro sull'adolescenza e sui compiti evolutivi, seguirà una seconda parte dedicata ai deboli mentali, con un tentativo di delinearne le possibilità evolutive; infine alcuni spunti operativi per chi si occupa della formazione e, più in generale, dell'educazione di queste persone.

Per un'analisi dell'adolescenza

La vita umana, considerata nella sua evoluzione, può essere rappresentata come una parabola in cui si distinguono tre fasi principali. La prima - la cui caratteristica è l'incremento di materia, di organizzazione interna, di relazioni fra l'individuo e l'ambiente circostante- inizia con il concepimento e termina con l'ingresso nella seconda fase, quella adulta, la cui nota specifica è la stabilizzazione. La terza è la fase del declino, del decremento, che si conclude con la morte.

Come scrive Quadrio (1), la prima fase ha due momenti caratteristici, la nascita e l'adolescenza. Entrambe costituiscono un mutamento radicale: la nascita rappresenta, per ciò che concerne la respirazione e la nutrizione, il passaggio alla indipendenza dalla totale dipendenza materna, mentre l'adolescenza determina, con la messa in funzione del sistema ormonale, la capacità di generare e l'inizio della maturità e segna, quindi, il periodo di passaggio dalla fanciullezza alla maturità. I termini cronologici, che segnano l'inizio e la fine dell'adolescenza, variano da individuo a individuo, secondo i diversi ritmi di accrescimento su cui agiscono fattori razziali e genetici, usi e costumi sociali.

Sarebbe questa, secondo la schematizzazione operata da Coleman (2), l'interpretazione sociologica dell'adolescenza: in altre parole, il fenomeno biologico della pubertà sarebbe fisiologicamente simile in ogni contesto sociale mentre la direzione e gli esiti dello sviluppo dipenderebbero dall'interazione tra il soggetto e l'ambiente circostante.

Diversamente, la letteratura psicoanalitica evidenzia soprattutto i risvolti psicologici dell'adolescenza. Tale posizione è così riassunta da Cacciaguerra (3): "questo momento di sviluppo non è da immaginarsi al modo di una marea che sale gradualmente, ma come una burrasca violenta perché lo stato di ansia confina con il panico e nella loro solitudine interiore il ragazzo e la ragazza sono presi da confusione, incubi, irrequietezza. (...) Anna Freud spiega che gli istinti, ora, e non solo quelli sessuali aumentano di intensità e quantità: l'aggressività diventa turbolenza; la fame voracità; la cattiveria sfocia in comportamenti di crudeltà o antisocialità; la mancanza di pulizia si trasforma in disordine e sporcizia; la modestia e la simpatia danno luogo a tendenze esibizionistiche. (...) Seguendo Erikson sappiamo che riemergono ora le fasi di sviluppo precedente con il ripetersi del prevalere di una delle due polarità da cui ogni periodo è dominato, come è avvenuto al suo momento fiducia o sfiducia; autonomia o dubbio; inibizione o colpevolezza; produttività o inferiorità. Naturalmente questa reviviscenza può accentuare gli orientamenti positivi o negativi prevalsi nei periodi precedenti, oppure modificarli, correggerli".

Coleman, dal canto suo, ridimensiona la problematicità del periodo adolescenziale: gli adolescenti "affrontano un problema per volta. Distribuiscono il processo di adattamento nel tempo, tentando di risolvere prima un problema e poi l'altro. Problemi diversi, questioni relative a diversi rapporti entrano in campo in momenti diversi, cosicché i disagi provocati dal bisogno di adattarsi a nuove modalità comportamentali sono raramente concentrate tutte in una volta"(4). Secondo l'Autore un approccio di questo tipo permette di "riconciliare l'apparente contraddizione tra l'entità dell'adattamento richiesto durante l'intero processo di transizione e l'abilità della maggior parte dei giovani di affrontare adeguatamente le varie pressioni di tale processo"(5).

I compiti evolutivi dell'adolescentei autori sembrano riconoscere che nel corso dell'adolescenza tutti i soggetti devono affrontare particolari e delicati compiti evolutivi, connessi sia alle trasformazioni corporee in atto, sia al superamento delle modalità infantili di rapportarsi a se stessi, ai genitori e agli altri. Per i ragazzi portatori di handicap le difficoltà sono evidentemente maggiori rispetto a quelle che incontrano i loro coetanei sani.

L'adolescente deve innanzitutto integrare le trasformazioni del proprio corpo al proprio Sé psichico, riconoscendo ed accettando gli organi e gli impulsi sessuali. Tale compito non è di facile soluzione: "le trasformazioni fisiologiche possono produrre angoscia (...), non soltanto perché il corpo cresce in modo disarmonico, ma anche perché il giovane non sa come rispondere ai propri impulsi sessuali e come relazionarsi agli altri per soddisfarli (...). E' evidente che su questo punto un portatore di handicap incontra una serie di problemi a volte di non facile soluzione. Anche lui deve accettare il suo corpo, i suoi impulsi i suoi sentimenti, e trovare modi di relazionarsi agli altri: e questo non può farlo negando le sue particolarità, ma cercando di mobilitare le "parti sane" di sé"(6).

In secondo luogo l'adolescente deve darsi una nuova identità, rinunciando al "Sé bambino" ed alle prerogative dell'infanzia. Il passaggio avviene, secondo Erikson, con una "esplorazione" di vari ruoli (moratoria psicosociale), e dovrebbe condurre ad un'identità coerente in una personalità integrata.

Per il portatore di handicap questo compito evolutivo presenta generalmente una duplice difficoltà: se si è abituato a contare molto sugli altri, tale slancio verso l'autonomia e l'affermazione di sè può essere molto debole e comunque insufficiente a fornirgli la motivazione necessaria per una corretta evoluzione. La seconda difficoltà è insita nei genitori e nelle altre figure che circondano il giovane disabile, in particolare nella madre, e si evidenzia in presenza di atteggiamenti di eccessiva protezione, peraltro molto comuni: essi inducono infatti una subordinazione passiva del figlio ai loro volerida non permettergli non solo di attuare, ma neppure di elaborare la possibilità di emanciparsi, di condurre un'esistenza autonoma.

Per una sorta di pregiudizio sociale infatti, l'handicappato rischia di rimanere un eterno bambino: dipende economicamente dalla famiglia, è poco addestrato a gestire da solo il proprio corpo; può giocare, guardare molto la televisione e può anche studiare per passare il tempo: per lo stesso pregiudizio, infatti, raramente lo studiare diventa un modo di prepararsi alla vita, di costruirsi un futuro. All'handicappato inoltre viene impedito di vivere la propria sessualità proprio perché non è considerato un adulto. Alla fine egli "rimane passivamente coinvolto nell'immagine sociale di se stesso. Essere come gli "altri" vogliono diventa una facile risposta esistenziale data da molti handicappati alle persone che stanno loro intorno"(7).

Eppure il problema dell'autonomia, dell'indipendenza emotiva dai genitori -che cresce di pari passo con l'acquisizione di una nuova identità e di un maggior senso di competenza- è comune nell'adolescente normodotato e nel portatore di handicap. In questa fase il giovane assume atteggiamenti e comportamenti ambivalenti: la paura dell'autonomia contraddice spesso la voglia di essere autonomo.

Nella ricerca di una nuova identità e dell'autonomia è fondamentale la funzione del gruppo dei coetanei, nei quali il giovane riconosce le sue stesse problematiche: il gruppo, per il senso di appartenenza che fornisce, esercita un'azione protettrice ma al tempo stesso aiuta ad emanciparsi dai genitori e fornisce il sostegno ed il contesto necessari per apprendere nuove capacità sociali. Ai portatori di handicap spesso è negata anche questa possibilità e l'unica vera opportunità di appartenere ad un gruppo è quella dell'integrazione -non facile- nella scuola superiore.

Un ulteriore compito, proprio dell'ultima fase dell'adolescenza, riguarda l'orientare se stessi verso un personale progetto di vita. "Consiste nel darsi una scala di valori e degli obiettivi -scrive Anna Oliveiro Ferraris (8)-. Gli orizzonti si allargano. Alcuni obiettivi decadono e vengono sostituiti da altri. C'è un'opera incessante di "costruzione simbolica" dell'ambiente sociale. Si va alla ricerca dei motivi, delle finalità e delle logiche di base dell'esistenza. Il compito può essere facilitato o reso difficile dall'ambiente e da chi sta vicino. Alcuni ragazzi trovano uno sbocco alle proprie aspirazioni, altri no. Alcuni portano avanti un progetto, altri non riescono a proiettarsi nel futuro. Questo può capitare a chiunque, ma più ancora ai portatori di handicap, in quanto spesso sono troppo centrati sulle loro difficoltà e sul raggiungimento di una "normalità" per poter portare avanti una progettualità".

leggi la seconda parte

NOTE:

1) QUADRIO A., L'adolescenza, in AA.VV., La sperimentazione nei C.F.P. con handicappati, seconda serie, vol. II, Regione Veneto-Università Cattolica, 1982/83-1983/84, pp. 9-34.

2) COLEMAN J.C., La natura dell'adolescenza, Il Mulino, Bologna, 1983.

3) CACCIAGUERRA F., La pubertà: scoperte e conflitti, in "Scuola e didattica, 1990/91, n. 2, pp. 11-13.

4) e 5) COLEMAN J.C., op. cit., pag. 235.

6) OLIVEIRO FERRARIS A., Handicap e compiti dello sviluppo, in "Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 28.

7) PANIER BAGAT M., Che età ha un handicappato, in "Psicologia Contemporanea", 1992, n. 114, p. 33.

8) OLIVEIRO FERRARIS A., op. cit., p. 30.

 

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 2, Gennaio 2005


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