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In tutte
le scuole dell'obbligo, vi sono alunni affetti da deficit
ed handicap. Giunti in terza media, per genitori, docenti
ed operatori dei servizi si pone, spesso in modo drammatico,
il problema: "che fare?". Su questa difficile scelta pesano
diverse questioni.
La
principale è probabilmente legata alla possibilità
che venga a mancare quell'ambiente fatto di relazioni con
i compagni nel quale hanno faticosamente costruito la propria
identità personale: si teme venga meno l'integrazione
con coetanei normodotati. Inoltre gli educatori si preoccupano
che, nel passaggio ad un'altra istituzione, non vadano dispersi
i molti sforzi compiuti.
D'altro
canto, gli operatori dell'orientamento sono animati dalla
necessità di rendere il giovane disabile protagonista
di questo momento, nelle forme e nei modi consentiti dalle
capacità individuali: infatti ancora troppo spesso
gli alunni con handicap (soprattutto se cognitivo) subiscono
la scelta della scuola superiore.
La
legge n. 104 del 1992 ha definitivamente sancito il valore
dell'integrazione delle persone con handicap. Ma nella pratica
quotidiana ancora ci si chiede se l'integrazione debba essere
strumento o fine nell'educazione dei disabili. Il nodo è
rilevante.
Secondo
la prima ipotesi, l'integrazione è la condizione "sine
qua non" del prosieguo scolastico: la scelta dopo la scuola
media è perciò ristretta agli Istituti secondari
superiori, dove questa pratica, almeno formalmente, è
garantita per legge. Tutte le altre possibilità formative
sono escluse. Il rischio è che il giovane con deficit
cognitivo, misurandosi con curricoli molto astratti e sempre
più tendenti ad un sapere di tipo "liceale", risulti
ancora più "handicappato" rispetto ai compagni normodotati
di quanto non sarebbe stato in situazioni di apprendimento
"su misura" e con contenuti più caratterizzati in senso
operativo. In altre parole, vi è il rischio di sopravvalutare
gli aspetti legati alla socializzazione piuttosto che le effettive
possibilità di apprendimento e di affinamento delle
competenze prelavorative.
In
alternativa si potrebbe optare verso un Centro di Formazione
Professionale (C.F.P.) finanziato dalle Regioni, ma qui troviamo
corsi differenziali per disabili accanto a corsi per normodotati
ed anche Centri speciali solo per handicappati. Non è
previsto di norma l'insegnante di sostegno per gli allievi
in difficoltà integrati in corsi normali. Ciononostante
si tratta di istituzioni in cui si forma al lavoro attraverso
una didattica improntata alla manualità e dove viene
promossa, anche attraverso la realizzazione di appositi stages
formativi, la progressiva assunzione di un "professional self"
negli allievi, cioè di un'identità legata al
ruolo lavorativo. Per giovani con limitate capacità
di elaborazione simbolica, ma anche per quanti possiedono
modelli socio-culturali poveri, ciò diventa un fondamentale
contributo alla costruzione di un'identità personale
positiva, non raramente in grado di recuperare devianze ed
handicap.
Perciò
i C.F.P. rientrano spesso nelle scelte di quanti pongono l'integrazione
del giovane disabile come una delle finalità del processo
educativo, la meta da perseguire realizzando tutte le condizioni
affinché vi possa essere, ad un certo punto della storia
di un soggetto, una effettiva integrazione. |