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L'ORIENTAMENTO DEGLI ALUNNI IN DIFFICOLTÀ DOPO LA SCUOLA MEDIA

di Luciano Pasqualotto

pubblicato su "TuttoScuola", Anno XXIII, n. 370, 1997

In tutte le scuole dell'obbligo, vi sono alunni affetti da deficit ed handicap. Giunti in terza media, per genitori, docenti ed operatori dei servizi si pone, spesso in modo drammatico, il problema: "che fare?". Su questa difficile scelta pesano diverse questioni.

La principale è probabilmente legata alla possibilità che venga a mancare quell'ambiente fatto di relazioni con i compagni nel quale hanno faticosamente costruito la propria identità personale: si teme venga meno l'integrazione con coetanei normodotati. Inoltre gli educatori si preoccupano che, nel passaggio ad un'altra istituzione, non vadano dispersi i molti sforzi compiuti.

D'altro canto, gli operatori dell'orientamento sono animati dalla necessità di rendere il giovane disabile protagonista di questo momento, nelle forme e nei modi consentiti dalle capacità individuali: infatti ancora troppo spesso gli alunni con handicap (soprattutto se cognitivo) subiscono la scelta della scuola superiore.

La legge n. 104 del 1992 ha definitivamente sancito il valore dell'integrazione delle persone con handicap. Ma nella pratica quotidiana ancora ci si chiede se l'integrazione debba essere strumento o fine nell'educazione dei disabili. Il nodo è rilevante.

Secondo la prima ipotesi, l'integrazione è la condizione "sine qua non" del prosieguo scolastico: la scelta dopo la scuola media è perciò ristretta agli Istituti secondari superiori, dove questa pratica, almeno formalmente, è garantita per legge. Tutte le altre possibilità formative sono escluse. Il rischio è che il giovane con deficit cognitivo, misurandosi con curricoli molto astratti e sempre più tendenti ad un sapere di tipo "liceale", risulti ancora più "handicappato" rispetto ai compagni normodotati di quanto non sarebbe stato in situazioni di apprendimento "su misura" e con contenuti più caratterizzati in senso operativo. In altre parole, vi è il rischio di sopravvalutare gli aspetti legati alla socializzazione piuttosto che le effettive possibilità di apprendimento e di affinamento delle competenze prelavorative.

In alternativa si potrebbe optare verso un Centro di Formazione Professionale (C.F.P.) finanziato dalle Regioni, ma qui troviamo corsi differenziali per disabili accanto a corsi per normodotati ed anche Centri speciali solo per handicappati. Non è previsto di norma l'insegnante di sostegno per gli allievi in difficoltà integrati in corsi normali. Ciononostante si tratta di istituzioni in cui si forma al lavoro attraverso una didattica improntata alla manualità e dove viene promossa, anche attraverso la realizzazione di appositi stages formativi, la progressiva assunzione di un "professional self" negli allievi, cioè di un'identità legata al ruolo lavorativo. Per giovani con limitate capacità di elaborazione simbolica, ma anche per quanti possiedono modelli socio-culturali poveri, ciò diventa un fondamentale contributo alla costruzione di un'identità personale positiva, non raramente in grado di recuperare devianze ed handicap.

Perciò i C.F.P. rientrano spesso nelle scelte di quanti pongono l'integrazione del giovane disabile come una delle finalità del processo educativo, la meta da perseguire realizzando tutte le condizioni affinché vi possa essere, ad un certo punto della storia di un soggetto, una effettiva integrazione.

 

Lo studio è pubblicato sul sito per gentile concessione dell'autore


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