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AREA HANDICAP

 

CONTINUITA' ORIZZONTALE TRA SCUOLE E TERRITORIO
PER L'INTEGRAZIONE DEL DISABILE

capitolo 5

di Vincenzo Bonomo

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RISULTATI

Intervista

Per quanto riguarda quest'area, ho rivolto la mia attenzione soprattutto verso alcuni elementi delle seguenti aree.

Area 1: La Scuola

Strutture. Il Fuoco d'attenzione era rivolto alle strutture esistenti. Alla domanda sull'esistenza di barriere architettoniche, quasi tutti rispondono che ancora molto c'è da fare, lamentano la carenza di base di edifici idonei (questo riguarda ogni scuola di ogni ordine e grado), di conseguenza la inadeguatezza per la piena fruibilità della scuola. Il clima dell'istituzione, inteso come possibile rapporto con l'amministrazione della scuola, è per tutti sempre sottoposto a discontinuità, dovuto in parte alle aspettative delle famiglie. Anche il rapporto con i dirigenti è condizionato dalle esigenze delle famiglie, le quali a volte non trovano risposte ai loro bisogni. Sulla domanda dell'esistenza o meno di un bilancio per l'handicap, rispondono che la scarsità del bilancio è condizionante. Comunque si riscontra nelle scuole superiori una maggiore attenzione a riguardo. Solitamente il numero degli alunni in situazione di handicap per classe non supera mediamente il numero di due per classe: alle scuole superiori a volte si nota qualche classe con un numero superiore. Per quanto riguarda gli spazi riservati al sostegno e allo sviluppo corporeo, si registra una inadeguatezza generale, un adattamento in locali non idonei e poco stimolanti. Altro aspetto riferito in ogni intervista è il problema della formazione degli operatori, al quale tutti i professionisti intervistati gli hanno assegnato un valore determinante.

Compiti Istituzionali. Il fuoco di attenzione era rivolto ad indicare quali sono i problemi più urgenti, secondo la competenza rivestita. I dirigenti scolastici come problema urgente individuano il fabbisogno di strutture adatte e la necessità di maggior intesa interistituzionale sull'handicap, oltre ad un bisogno di formazione continua. Gli operatori dell'Unità Multidisciplinare concordano sugli accordi di programma, che al momento non ci sono, così da superare possibile dispersione, lungaggini e sovrapposizioni, al fine di evitare ulteriore disagio alle famiglie. In merito al grado di partecipazione ai vari gruppi di lavoro per l'handicap, tutti concordano che la partecipazione, a volte, diventa di routine, non sentita e partecipata, questo adducibile a varie possibili cause di natura dei rapporti informativi e comunicativi. Il grado di partecipazione dei genitori è più elevato nei genitori che hanno figli con handicap gravi e dove sussistono problemi di autonomia, mentre è scarsa nei genitori con figli con disabilità cognitiva in generale. Inoltre la presenza ai gruppi "H" è direttamente proporzionale al livello culturale della famiglia. Per gli operatori dei servizi aziendali e per gli insegnanti di sostegno, la partecipazione è condizionata dalla coincidenza con gli orari della scuola, comunque la loro presenza resta indispensabile, soprattutto per gli insegnanti di sostegno. Si riscontra, invece, la mancanza dei docenti curriculari in seno ai gruppi, ciò dovuto in gran parte alla filosofia della delega al sostegno, in parte alla concezione che l'insegnamento individualizzato di sostegno è il solo docente del disabile, e non come dice la legge l'intera classe, di cui è contitolare. Il grado della continuità orizzontale, intesa con le attività extrascolastiche programmate nel PEI, registra un malcontento, in quanto essendo le risorse del territorio quelle che sono vengono poi meno gli accordi di programma succitati. I momenti di valutazione e di verifica ci sono ma non sono molto sentiti e partecipati, resta un campo di prerogativa dell'insegnante di sostegno, non c'è condivisione, se non per gli aspetti istituzionali, dei docenti curriculari. Anche la legge-quadro sull'handicap (L. 104 del 1992) - un provvedimento con il quale per la prima volta si è tentato di affrontare le tematiche dell'handicap nel loro complesso e che dal punto di vista culturale ha apportato un forte cambiamento rispetto al "vecchio" pregiudizio che poneva l'handicap "fuori" dalla società - pur rispondendo a un'attesa di lunga durata da parte di tutti i soggetti operanti in questo settore, ha poi generato una diffusa insoddisfazione nella maggior parte di essi. Sebbene, dunque, non sia complessivamente mancato il positivo riconoscimento della prima "conquista" oggettivamente ottenuta da parte dei disabili proprio attraverso l'approvazione della legge 104, i "punti critici" in essa individuati ne hanno indebolito l'impianto, generando di conseguenza in alcuni intervistati una forte preoccupazione sulla possibile "secondarietà" delle problematiche che la legge non è riuscita a risolvere: infatti, in nessun caso, parlando di handicap, una problematica irrisolta può essere definita secondaria, in quanto rappresenta sempre e comunque un'opportunità di "uguaglianza" negata al disabile. In particolare, due sono stati i punti della legge 104 maggiormente criticati: la scarsa copertura finanziaria e la presenza di troppi "possono" - quando sono in essa definite le competenze regionali - in luogo dei "devono". Complessivamente positivo è invece il giudizio sul modo con il quale sono state affrontate dalla legge 104 le tematiche dell'inserimento e dell'integrazione scolastica, il cui cammino, però, può considerarsi ben avviato in virtù dei provvedimenti e degli interventi precedentemente posti in essere, a partire dalla legge 517 del 1977 in cui si prevedeva la frequenza scolastica negli istituti statali per le persone con handicap, abolendo già allora, di fatto, le vetuste "scuole speciali".

Area 2: Territorio

Azienda Sanitaria. Il fuoco di attenzione era rivolto ad indicare le prestazioni e il grado di collaborazione ed assistenza dei servizi aziendali. Per quanto riguarda la collaborazione, i dirigenti scolastici riportano che sussiste anche discontinua e talvolta burocratica; comunque alcuni interventi sono soddisfacenti, resta sempre un valido aiuto per la individuazione e certificazione dell'handicap. Sempre i dirigenti scolastici lamentano la mancanza di definizione dei vari compiti istituzionali. Per quanto riguarda l'assistenza socio-psico-pedagogica riportano che ai primi anni, quando era di competenza comunale, la stessa era più presente nelle scuola. Gli insegnanti di sostegno ritengono tale assistenza indispensabile per l'inserimento e per l'integrazione dell'alunno in situazione di handicap, proprio per i suoi aspetti di intervento: sociale, psicologico e pedagogico.

Enti Locali. Il fuoco di attenzione era rivolto ad indicare il grado di assistenza dei servizi socio-assitenziali. Per quanto riguarda le competenze dell'Ente comunale, i capi di istituto lamentano lungaggini e aspetti burocratici incresciosi che riguardano la fornitura dei buoni libri, dei tickets per la mensa ed il trasporto, che ad inizio anno creano disagi nelle attività didattiche. Gli Enti locali forniscono gli strumenti dell'obbligo scolastico, come riportato prima, ma con difficoltà nella realizzazione, restando confinati solo al minimo consentito dalle difficoltà finanziarie dovute al bilancio comunale. Comunque il rapporto è di tipo burocratico-amministrativo, scarsi sono i momenti di programmazione di attività culturali, ecc.. Ciò è dovuto in parte alla mancata realizzazione di protocolli di intesa e accordi di programma sulle problematiche dell'handicap.

Area 3: Le Famiglie

Ruolo delle Famiglie. Il fuoco di attenzione era rivolto alla valutazione delle risorse familiari. Sull'importanza di un maggior coinvolgimento e presenza della famiglia nel sistema scuola tutti sono concordi: si tratta di un elemento indispensabile che può arricchire tutta la scuola, se si riconoscono e valorizzano le risorse e le forze in essa presenti, puntando al loro potenziamento. Sussistono, tuttavia, delle difficoltà sulle modalità di coinvolgimento. Anche gli operatori dei servizi ritengono importante questa inversione di tendenza dell'attenzione verso la realtà positiva della famiglia, superando l'atteggiamento di delega e di latente difesa, messa in atto attraverso la negazione della realtà e il rifiuto, a volte, della patologia che la famiglia dà agli operatori, in special modo agli assistenti sociali, non utile per l'autodeterminazione e superamento degli stati di bisogno. Questa difesa può dare origine ad una tendenza allora facile preda di aspettative irrazionali di guarigione nonché di guaritori superspecialisti che propongono miracoli. In tal modo si accumulano così confusione, insuccessi e frustrazioni che porta i genitori ad un atteggiamento di eccessiva sfiducia anche nei confronti di quei professionisti a cui poi si dovranno per necessità rivolgere. Gli operatori dei servizi concordano sulle difficoltà che presentano, in particolare, le famiglie con figli con handicap grave, in cui prevale l'idea che "è stato tentato tutto e non è mai cambiato niente", che sono impotenti e niente affatto responsabili di ciò che accade o ancora peggio, di ciò che potrebbe cambiare e migliorare. Gli operatori ribadiscono che bisognerebbe puntare al potenziamento delle forze presenti nelle persone e nella famiglia, attraverso strategie di attribuzione di forza e potenziamento di capacità (empowerment), l'affermazione dei propri diritti (self-adovocacy) e l'attivazione sul territorio di forme di sostegno.
Alla domanda se siano presenti associazioni di famiglie con handicap, tutti rispondono che poca è la presenza di associazionismo sul territorio; esistono realtà, in alcuni comuni, di associazioni private di famiglie con figli con handicap, in particolare sindrome down e handicap psico-fisico. Ma queste realtà si muovono grazie alla spinta motivazionale delle famiglie e non sono sostenute dagli enti preposti; e per questo presentano difficoltà di gestione. Comunque andrebbe effettuato un coinvolgimento operativo con la famiglia, essendo la collaborazione dei genitori un fattore fondamentale per l'integrazione scolastica e invocata dagli stessi intervistati come un momento indispensabile da attuare.Gli insegnanti spesso non hanno tempo per curare adeguatamente la comunicazione con la famiglia, oppure ritengono che la comunicazione non sia efficace, e che i tentativi di coinvolgimento siano destinati ad infrangersi contro un muro d'indifferenza, demotivazione o addirittura apatia. In molti casi, le tradizionali riunioni ed i colloqui non sono sufficienti per sviluppare un buon livello di fiducia reciproca, per superare diffidenze e resistenze, per elaborare un linguaggio e una base concettuale comuni e per impostare e verificare in modo serio una collaborazione operativa su obiettivi educativi. Collaborazione operativa significherebbe lavorare con le diverse competenze e ruoli, per uno stesso obiettivo, a casa e a scuola.

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copyright © Educare.it - Anno III, Numero 11, Ottobre 2003


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