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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 1 Il
distacco tra ricerca teorica e realtà scolastica nel caso specifico ed
emblematico dell’integrazione degli handicappati nelle classi «normali». |
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| Tipi di risposta offerti agli operatori | Limiti | Bibliografia | |
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Queste riflessioni hanno lo scopo di mostrare in che ottica e con quali strumenti ci si possa accingere a concretizzare una serie di competenze che tentino di colmare la lacuna tra esperienza teorica delle scienze umane e sociali (in particolare le psicologie, le pedagogie e le sociologie dell’educazione) e la realtà scolastica quotidiana. Si tratta, in breve, di illustrare l’assunto che tra le teorie degli studiosi e la dimensione operativa c’è uno spazio vuoto. Famiglie, insegnanti, operatori dei servizi, educatori, psicologi e terapeuti possono constatare ogni giorno un disagio, emergente e diffuso nelle istituzioni scolastiche. Essi ascoltano molte voci che si levano a chiarire loro le ragioni del malessere, ma hanno pochi strumenti a disposizione per porsi come agenti di cambiamento: solitamente chi opera nella scuola, nella famiglia, sul territorio, prova la sensazione di non riuscire a far fronte agli eventi che lo incalzano, né di poter portare a soluzione positiva i processi sociali nei quali vive e lavora. TIPI DI RISPOSTA OFFERTI
AGLI OPERATORI
Volendo ricorrere agli apporti delle discipline
scientifiche per giungere alla soluzione di almeno una parte dei problemi,
l’operatore si trova di fronte a diversi tipi di risposta che si possono sintetizzare
così: 1) i progetti di indagine e di conoscenza degli eventi
umani che sempre più assomigliano alle scienze naturali, delle quali imitano
la capacità di previsione. Si collocano in questa categoria molte ricerche
sociologiche, statistiche e demografiche, nonché molte ricerche psicologiche; 2) i progetti di indagine che “spiegano” i processi umani
per via sperimentale. In questa categoria stanno specialmente le psicologie e
le sociologie; 3) le teorie filosofiche del comportamento, che si possono
“applicare” solo calandole sul piano delle etiche normative o delle
ideologie. Pensiamo, in questo caso, oltreché alle filosofie anche alle
pedagogie ed alle psicologie dinamiche, in cui gli attori sociali si pongono
in rapporto dialettico nella realtà con i concetti mutuali dalle discipline. I primi due tipi di indagine offrono una sufficiente
articolazione descrittiva dei problemi e dei fenomeni, quelle dell’ultimo
tipo sono meno potenti a livello analitico, ma offrono in genere delle
sintesi di fronte alle quali la complessità empirica delle interazioni rimane
inesplorata. Pertanto danno facilmente origine ad atteggiamenti radicali,
neo-idealistici, utopici. Tutte e tre le modalità rivelano, tuttavia, una
caratteristica strutturale comune alle diverse scienze umane e sociali, esse,
cioè, dividono il campo della conoscenza in due settori: da una parte si
colloca chi pensa in modelli matematici, sperimentali e teorici, dall’altra
chi applica, o tenta di farlo, nella pratica quotidiana i risultati degli studi
dei primi. Da questa dicotomia sorge il corollario del sapere tecnico, vero e
proprio anello di saldatura tra i due momenti: esso consiste in corsi di
aggiornamento, apparati tecnologici o divulgazioni che dovrebbero permettere
agli operatori di riprodurre operativamente quegli studi. Proprio la domanda di sapere tecnico, però, mette in luce
altre caratteristiche strutturali delle scienze umane e sociali; infatti,
quando tale domanda viene formulata dagli operatori, o essi vengono messi
nella condizione di formularla, il loro agire ci rivela che l’articolazione
dei processi scientifici di conoscenza dell'uomo è inefficace nel momento
della traduzione operativa. Vediamo, in forma sintetica, i motivi per cui le loro
azioni non diventano professionali: - molti studi che
poggiano sull’uso di raffinate metodologie statistiche si fondano su due
assiomi: a) di aver realmente scomposto i fatti osservati (o il fenomeno
studiato) in dimensioni esaustive e in variabili ben isolate una dall’altra;
b) di esser riusciti ad organizzare un modello di realtà che l’analisi
statistica dei dati dovrebbe falsificare. Di fatto però, spesso, tali
elaborazioni mettono in correlazione «brani» di linguaggio (opinioni) e
comportamenti. Analizzano, cioè, le scelte di soggetti campionati ed operanti
in un insieme (non importa quanto vasto) di «items» verbali a di domande
ideate dal ricercatore, punto e basta. In questo caso abbiamo due indebite
equiparazioni, che restano ipotesi: quella dell’intervistato alla scelta di
«brani» di opinioni ipotizzate come simili alle sue, e quella del
“linguaggio” o “concetto” al fenomeno studiato. Lo spazio tra i soggetti ed
il loro comportamento rimane inesplorato e velato dal linguaggio. - il tipo di
ricerche che utilizzano la metodologia sperimentale poggiano sull’assunto,
mai dimostrato sperimentalmente, che - in tema di fatti umani - si sono
isolate le variabili fondamentali grazie alle quali si dichiara «vero» il
risultato e lo si generalizza. Tra la condizione di laboratorio dell’esperimento
e la realtà, molteplice e ricca, rimane ancora molto spazio vuoto che
riguarda le condizioni di generalizzazione in contesti ambientali e
socioculturali diversi. La sperimentazione in laboratorio si propone come
fatto isolato e staccato dal fluire storico della esistenza. In altre parole
gli aspetti culturali dell’interazione umana sono assai profondamente
intrecciati e mobili per poter affermare con sicurezza di averli riprodotti
isolando in particolare un fattore specifico. Inoltre, a voler considerare i
fatti dal punto di vista della circolarità dell’interazione, anche il
concetto di causa si dissolve. Chi può determinare, allora, le variabili e in
che modo? (2) - Il terzo tipo di
indagini teoretiche, filosofiche e/o etiche, non può altro che ricorrere
all’artificio di ricostruire astrattamente, il rapporto o i rapporti umani:
ragione per cui dà luogo al mondo del «dover essere», cioè quello fittizio
del rapporto ideale, dialogico. Proprio per la virtualità del concetto di
«dover essere», tutto ciò che si determina in contesti di ricerca come questi
si trasforma in modelli normativi o regolativi non appena incontra il
divenire sociale. L’ambiguità di questo approccio è che ciascuno, operativamente,
può tradurre a suo modo i concetti astratti, così dalla più ampia ed
indiscussa libertà teorica si sfuma nell’arbitrio. Inoltre il mondo del
“dover essere” è declinato al generale ed è, quindi, di difficile traduzione
al singolare e particolare di ciascuno. LIMITI Tutti e tre gli indirizzi per ora sono dogmatici:
La debolezza dei primi due sistemi, ciò che su un piano
operativo li rende inefficaci, è la non assunzione in sé del processo
temporale, fatto che li cristallizza e cristallizza anche il mondo reale in
tipi senza spessore processuale. Nel terzo genere di approccio rimane, forse,
vitale la nozione dialettica di interazione umana, ma il mondo osservato,
frantumato dalla conoscenza astratta, non è riportato su un piano pragmatico,
in quanto è chiaro che da una concezione astratta dell’interazione non
scaturiscono criteri che lo possano utile in un contesto sociale storico ed
operante. In ciascun caso gli studi accademici consegnano a chi si
muove su un piano di realtà quotidiana strumenti di ricerca e di riflessione
non sempre adeguati si ai bisogni operativi. Si offrono spesso strumenti
inquinati da un paradosso: si consegnano o i rapporti di un mondo che è già
passato, dato che le presunte osservazioni si rivolgono a contesti temporali
cessati o in via di cessazione, oppure offrono un mondo ipotetico da
rincorrere, mentre si è già, tragicamente, inglobati nei vincoli operativi
dettati dall’agire. La dimensione «presente», negli approcci scientifici qui
modellizzati, sfugge totalmente, anzi viene dissolta da tutte queste modalità
concettuali. Tali tipi di modelli, inoltre, si proiettano, spesso
annullandoli, sugli altri saperi che di fatto appartengono agli attori
sociali, conoscenze che vengono ignorate per eccesso di razionalismo. Così,
ad esempio, l’esperienza cognitiva degli insegnanti sui bambini e sui
disabili e su altre categorie a rischio, non viene incentivata, coltivata e
potenziata e quindi gli operatori scolastici sono condannati all’atrofia del
pensiero. Gli operatori fungono soltanto da cinghia di trasmissione e, nel
momento in cui applicano soltanto le categorie apprese, gli si impedisce di
essere agenti di cambiamento. Infatti è assai forte il peso normativo del
tipo di formazione astratta e generalizzante che hanno ricevuto: nella
pratica quotidiana essi svolgono la funzione di applicare regole già date, in
una visione del mondo prefissata. Nel nostro paese è avvenuto, purtroppo, che
la mentalità scientifica, quella in grado di cogliere rapporti e funzioni tra
gli oggetti e gli eventi, non viene coltivata in coloro che si dedicheranno
all’insegnamento, anche in ragione della secolare femminilizzazione di questa
professione. La necessità di mettere a punto uno schema d’osservazione
del momento scolastico, in modo da determinare le condizioni, ha un punto di
partenza nelle considerazioni esposte sopra. Il progetto di osservazione tracciato vuole rispondere anche ad alcune
domande di fondo, che ora saranno elencate. 1)
E’
cambiata la scuola dagli anni di Lettera ad una professoressa dei ragazzi di
Barbiana? 2)
Come
si fa scuola oggi (1980/81) nelle classi elementari di una città del nord? 3)
Come
viene gestito lo spazio didattico e quali inferenze si possono trarre da
questa gestione? 4)
La
separazione tra «teorie, modelli» e “spazio didattico” a chi giova? 5)
L’ambito
scolastico è realmente oggetto di un apparato di saperi specialistici (le
scienze dell’educazione)? 6)
In
classe si fa lezione o si gettano le fondamenta di processi di selezione
sociale? 7)
La
scuola è scuola o è ancora il
maggiore serbatoio di normalizzazione a disposizione della società? 8)
Si
può definire «pubblica» questa scuola? 9)
Che
accade al momento di integrare in essa i soggetti portatori di handicap? Le risposte date ai punti 6) e 7) daranno anche
motivazioni diverse sull’esistenza delle pedagogie, rivelandosi esse a volte
come un «corpus» di discipline apparentemente specialistico, ma in realtà
fortemente ideologico. Nella distanza dagli altri saperi, infatti, le
pedagogie costruiscono un grande contributo all’astrazione delle conoscenze
scolastiche e perpetuano il rito di un sapere normativo, il quale - nel
tentativo di differenziarsi - quasi sempre si propone a garanzia di un
sistema scolastico non pragmatico e non operativo. Perché, infatti, il mondo
della scuola, dell’apprendimento, dell’educazione, è oggetto di studi
specialistici se, poi, questo stesso nucleo di ricerche non riesce a porsi
come fonte e momento di processi innovativi? Perché la trasmissione della
cultura di base non si pone come agente di cambiamento, ma di
normalizzazione? Se questi interrogativi hanno fondamento, altrettanto ne
ha il tentativo di analizzare quel che accade a scuola in dimensione di
analisi sociale e se e solo se quel che accade a scuola viene filtrato alla
luce dei meccanismi di relazione, riusciremo a darci delle spiegazioni sul
tipo di conoscenza prodotto dalle scienze umane e sociali in generale.
Raggiunto questo livello di approfondimento ci appariranno ancor più
significative le cause della separazione tra momento teorico e momento
operativo, paradosso che imprigiona gli operatori scolastici nella costante
applicazione di un sapere «già dato», che distrugge o annulla quello che si
viene costruendo nella realtà quotidiana e che potrebbe essere osservato con
cognizione di causa da tutti. |
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Note: (1)
Padova, Corso di laurea in Psicologia,insegnamento di Sociologia III,
1981 torna indietro (2) Una vecchia storia europea racconta di un detective che abita per lavoro in una pensione (...). Egli nota, nel corso di una indagine, dalla propria finestra una vecchia che tesse nel cortile. Ipnotizzato dai suoi elaborati movimenti comincia ad imitarli (...) con lento orrore si accorge che è lei a seguire i propri movimenti, non egli stesso(...) quelli di lei. Essendosi causa ed effetto inestricabilmente aggrovigliati, si getta dalla finestra senza terminare l’indagine.Il racconto ci è riportato da: D.J. JACKSON, Regole Familiari, sta in P. WATZLAWICK, J.H. WEAKLAND (1978), La prospettiva relazionale, Astrolabio, Roma, pag. 40. torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 9, Agosto 2001.