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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 10 Centralità
dell’adulto nel contesto classe |
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| Ruolo
istituzionale | Verifica dell’apprendimento | Manifestazioni divergenti | |
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Dalle nostre rilevazioni appare determinante il ruolo istituzionale a cui si informa la persona
adulta. All’adulto compete stabilire la quantità, il tipo e il momento delle
informazioni. Come ha il potere di erogarle, così ha quello di limitare o impedire
il flusso delle informazioni. A questo si accompagna un potere più grande,
quello di qualificare le informazioni: all’adulto appartiene la funzione di
determinare i valori di verità dei contenuti trattati da altri adulti, da sé
e dai bambini. Egli può decidere quali contenuti della vita scolastica e
quali non debbano essere ricordati, pubblicizzati al di fuori della classe,
codificati nella prassi quotidiana. Strumenti e metodi per istituire queste procedure
informative e di codificazione del vissuto quotidiano non vengono
socializzati, come parrebbe logico, in un concreto processo scolastico:
rimangono saldamente ancorati in mano all’adulto, il quale attraverso il loro
possesso, realizza in pieno il suo ruolo di maestro. In altre parole nei
contesti da noi esaminati il ruolo del maestro riposava nel possesso dei
meccanismi di produzione e di scambio dell’informazione. Piuttosto che
stabilire sui contenuti e le notizie un processo comunitario di produzione,
verifica, classificazione, essi vengono mediati dall’autorità dell’adulto
attraverso almeno tre tipi di modalità: a)
stimolare i bambini ad accettare la versione adulta dei fatti; b) far
accettare ai bambini come più esatte le percezioni, le manifestazioni
espressive e la logica adulta; c) dare sequenze
informative non controllabili, ma garantendole con l’autorevolezza
dell’adulto. L’unica fonte realmente accreditata è l’adulto: quando
parla va ascoltato ed il contratto va mantenuto con lo sguardo. Durante la spiegazione
la regola è che nessuno lavora individualmente e con altri. Vi sono due
procedure di eccezione: ·
avere
il permesso di farlo; ·
essere
tollerati dall’adulto che finge di non vedere. Ciò conferma come sia sempre l’adulto a mantenere il controllo della relazione nel processo informativo. Altri aspetti vanno aggiunti: l’adulto può accettare la correzione dal bambino, la rettifica dalle proprie informazioni, ma in genere ciò accade per qualificare o confermare affettivamente il ragazzo più che per una riconosciuta efficacia delle informazioni o comunicazioni ricevute dai bambini. Solo in un caso l’adulto può accettare di essere informato dai bambini: quando ai problemi in oggetto riguardano altri bambini. Infatti il parere ed il sapere dei coetanei è ritenuto più obiettivo e concreto. Un bambino, inoltre, viene considerato possessore di «informazioni» vere solo nel caso in cui l’insegnante conosca preventivamente la bontà della fonte d’informazione del bambino (ad es. informazioni date dal padre ingegnere) oppure nel caso in cui conosca come realistica ed attendibile la situazione dalla quale il bambino desume le informazioni. Per quanto riguarda le modalità d’informazione, nei
nostri contesti s’è rilevato che esse non erano adeguate all’età del bambino
e che stili di esposizione episodici, fiabeschi e magici si protraggono ben
oltre la prima classe del secondo ciclo mentre stili informativi astratti,
nomenclatori, addirittura col ricorso all’etimo delle parole venivano
utilizzati nella prima classe del primo ciclo. Di rado le sequenze
informative necessarie ad esporre qualche contenuto mostravano un aspetto
programmato di passaggi sostanziali atti a centrare i vari aspetti cognitivi
del problema, trattandosi piuttosto di un «discorrere» sull’argomento prescelto
con modalità assolutamente analogiche che prevedevano in gran quantità l’uso
della similitudine e della metafora per spiegare processi o dar ragione di
alcuni fatti (ad es. parlando di bauxite, ferro, alluminio, bauxite ed
alluminio vengono definiti fratelli ed entrambi figli del
ferro). I contenuti della informazione vengono accostati in prevalenza
grazie alla memoria ed importanti argomenti vengono troppo spesso riproposti
solo con un «Vi ricordate? La settimana scorsa abbiamo detto ...». La
parola è lo strumento principale degli insegnanti, ma è una parola
memorizzante e di accostamento piuttosto che una parola stimolante nessi
causali o inferenze d’altro tipo. L’esperienza, quando viene
utilizzata nel processo informativo, è assolutamente priva di tecnologia ed
assomiglia ad un espediente didattico atto a variare la lezione parlata più
che un procedimento in grado di suscitare di per sé la comprensione (ad
esempio secchi di neve portati a sciogliere in una quarta elementare). Oppure
«esperienza» si considera l’uso di materiale didattico tradizionale: la
filmina, il busto di gesso che riproduce uno spaccato del corpo umano, la
carta geografica, ecc.. Nessun processo informativo speciale viene messo in
atto per soggetti portatori di handicap nel contesto classe. Nel momento
della informazione si riscontrano due atteggiamenti: ·
l’assoluta
emarginazione del soggetto con compiti inutili; ·
oppure
l’imposizione del soggetto alla classe se l’insegnante ha forte carattere e
crede nel proprio ruolo. Anche nella funzione verifiche
d’apprendimento il ruolo dell’adulto è centrale: è sempre
l’insegnante che decide tempi e modi della verifica dei contenuti appresi. Ciò può accadere addirittura selezionando strumentalmente
i soggetti per fasce: i migliori vengono interpellati perché ripropongono
l’argomento con maggiore precisione, i meno bravi perché lo formulano male e
permettono all’adulto di avere una mappa delle lacune. Non deve ingannare il fatto che i bambini possono
interagire tra di loro interrogandosi sui contenuti della selezione. Ciò
accade perché: a) hanno
avuto il permesso di farlo; b) gli è
stato suggerito; c) è un
atto favorito perché si rivela espediente regolativo dai conflitti o è adatto
a suscitarne. In altri termini l’adulto utilizza questo momento vitale in modo
formale e burocratico, svuotandolo addirittura del proprio livello
d’attenzione (i bambini recitano la lezione con errori che nessuno corregge,
tranne risatine di quelli rimasti al posto) o lo utilizza come un rituale
altamente conflittuale, dalla cui ricomposizione ricava vantaggi di ordine
«educativo», nel senso che ricava qualche regola di comportamento o qualche
valore morale dell’andamento dei fatti. La procedura con cui si va alla verifica
dell’apprendimento confermano questi risultati: vigono pratiche
consuete quali l’alzata di mano, le risposte dal posto, le risposte alla
cattedra o alla lavagna, la risposta orale o scritta. Comportamenti
stilizzati che sottolineano l’assoluta incapacità di utilizzare questo
livello quotidiano della vita scolastica come momento realmente produttivo
per il bambino e momento altamente
generativo di altri nuovi potenziali informativi. Si rimane tecnicamente a livello di scambio meccanico confermando
un andamento scolastico tipizzato, in cui i momenti della produzione e dello
scambio delle informazioni sono fortemente disegnati in ruoli fissi, in
comportamenti stereotipati. L’adulto regola, inoltre, tutta quella fascia di
comportamenti non strettamente istituzionali, che abbiamo incluso nella
funzione espressiva. Manifestazioni divergenti di
qualunque natura di rado sono ben accette nel quotidiano didattico: quando lo
sono appare chiaro, da altri tratti di comportamento connessi, che ciò accade
per favorire o regolare lo scarico della tensione nei bambini stessi.
Comportamenti divergenti negli alunni sono tollerati più che promossi.
L’interazione divergente, verbale e non verbale, degli alunni verso l’adulto
decresce nel secondo ciclo. Il massimo dei comportamenti divergenti, per
ruolo, spetta all’adulto, il quale può parlare frequentemente di sé, della
propria famiglia, dei figli, degli sport che pratica, può arrivare in classe
e togliersi gli stivali davanti alla scolaresca e indossare pantofole,
confermando in tal senso la propria suprema autorità. Di contro, il soggetto
handicappato è quello che più di tutti si esprime nello stesso senso, venendo
però ignorato o combattuto dall’adulto che segnala come «folle» la divergenza
ogni volta che descrive come disturbanti quei comportamenti che, nel proprio
ruolo, sono normali. Nella funzione verbale
la
centralità dell’adulto si delinea con estrema chiarezza; vigono procedure
rigide atte a stabilire chi prende la parola, quando ed in che modo la
prende; altrettanto rigide sono le procedure per quanto riguarda la
designazione di chi prende la parola per primo ed in che termini la parola
può essere tolta. Così se un bambino interrompe il suo discorso all’adulto o
ai coetanei e se ne va senza motivare il suo gesto, allora viene sanzionato
negativamente. Tuttavia l’adulto può interrompere il colloquio senza dare
motivazioni, può togliere la propria attenzione ed il proprio saluto come
minaccia e può persino rendere preferenziale il colloquio di due persone o
gruppi rispetto ad altri. Ci si può parlare solo se l’adulto l’ha permesso.
Anche in questo senso l’unico soggetto che tali regole non accetta è spesso
il soggetto portatore di handicap e di nuovo questa sua intolleranza agli
statuti della istituzione viene registrata come «follia», come tale
tollerata. E’ comunque elemento scatenante panico ed agitazione che il
soggetto usi la parola per gridare, chiamare, produrre suoni a sproposito,
questo suo atteggiamento non viene mai viene inteso in alcun modo come
messaggio. Potentissima è la funzione regolativa adulta nel momento non verbale: qui l’insegnante
rappresenta fisicamente il controllo e delle proprie gestualità e mimica
quando di quella degli alunni. Per sé disegna un comportamento non verbale
quasi contegnoso e distaccato, il corpo è assai spesso solo un contenitore
della voce e dello sguardo, soli tra gli elementi corporei dell’adulto atti a
tener desto il contatto. Quasi sempre è permesso l’atteggiamento scomposto,
ma alle femmine è sottolineato negativamente. Vale la regola generale che
l’adulto ha diritto di segnalare negativamente le posture e la gestualità di
tutti, ma non è vero il contrario, infatti nessun alunno si espone a
riprendere i gesti fisici dell’adulto, neppure nel caso di tratti di
punizioni corporee. E’ l’adulto a determinare la possibilità degli scambi
corporei dei bambini verso di sé, pertanto concede la propria carezza o
l’abbraccio come premio od incoraggiamento. Così accade che anche il «corpo
del maestro» diventi supporto e veicolo a forma di condizionamento larvato.
Anche qui l’atteggiamento non verbale del soggetto in difficoltà è fortemente
«diverso», nel senso che egli si esprime spesso con gesti, atti mimiche,
predilige lo scambio di manifestazioni fisiche sia nel senso della tenerezza
che in quello dell’aggressività, ma ciò è sempre segnalato come fattore
disturbante, spesso elemento che scatena l’ilarità e la tensione alla
scolaresca. I bambini, nello spazio e nel tempo dell’insegnamento, di
rado hanno scambi non verbali: imparano presto a privilegiare la voce e lo
sguardo. Unico momento di «sfogo» è la ricreazione, lato dei rapporti aperto
a tutte le possibili manifestazioni di turbolenza. In classe ciascuno è
isolato nello spazio del proprio banco, dal quale si esce solo col permesso
adulto e nelle modalità non verbali descritti dalla consueta educazione
sociale. Per quanto concerne la funzione
relazionale la gestione dell’adulto si manifesta nel senso
conflittuale del termine in quanto inserita nell’ambito di una sola vasta
contraddizione: in tutti i contesti osservati gli adulti, dal più attivo al
meno attivo, sono altamente direttivi salvo poi manifestarsi come
assolutamente incapaci di comprendere i processi di relazione come eventi
emergenti anche dal proprio comportamento, e dalla propria idee. In altri
termini se l’adulto è concepito come deus-ex-machina è naturale che il ruolo
del bambino sia quello del debole, dell’educando, in maniera non diversa da
quanto può accadere per i ruoli maschile e femminile. Mantiene pertanto il
controllo della relazione, ma ciò fa chiedere, stante il bisogno di
controllarli, sono deboli i bambini? |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001.