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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 11 Processo
informativo controllato dal condizionamento etico |
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| Condizionamento etico | Problemi di linguaggio verbale e non verbale | Bibliografia | |
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CONDIZIONAMENTO ETICO
Nei contesti da noi analizzati nessuna informazione è
risultata erogata «di per sé» come strumento pragmatico o astratto,
ripetibile in altre situazioni o per altri contenuti, adatto alle capacità
individuali e collettive dei bambini. Infatti il lavorare in questi termini
comporta un progetto con obiettivi riconosciuti, nel senso che anche i
bambini contribuiscono a determinarli come pure dovrebbero concorrere alla
determinazione del metodo per raggiungere. Al contrario, nei contesti da noi esaminati, la funzione
informativa serve ad altro: soprattutto essa ha avuto la finalità di
controllare i bambini in senso istituzionale. Essere disciplinati,
parlare se il momento o se si è se interpellati, dire ciò che è stato stabilito
con procedure non emergenti anche dai bambini stessi. Ne consegue che, date
queste modalità di regolazione e di controllo, l’informazione diventa un
veicolo forte di regolazione del comportamento attraverso il passaggio di
stereotipi e massime. L’accertamento di questo esito riposa sulla struttura
normativa e di ammonimento della funzione verbale. Quasi nessuna
informazione è offerta in maniera descrittiva, adatta per il raggiungimento
di definiti obiettivi teorici e/o pratici, piuttosto l’informazione è
proposta ed offerta per «essere bravi». In questi termini la comprensione dei
problemi e la loro soluzione vengono ancorate a valori morali col risultato
di spingere gli allievi a diventare altamente competitivi. Questa
saldatura indebita è funzionale alla creazione di un comportamento «regolare»
nel bambino, indotto forzatamente addirittura dal porsi l’adulto come
«premio» affettivo, meta da raggiungere o punizione da ricevere. Fortissimi
meccanismi conflittuali vengono così innescati tra singoli e tra gruppi, i
quali si trovano non a partecipare al processo informativo, ma a lottare per
ricevere la conferma di sé dall’adulto. Ai bambini in questo conflitto si aprono due strade: o la passività totale verso il modello offerto o la fuga da esso per turbolenza, designandosi la sorte dello scolaro in una strutturazione attiva o passiva di fronte alla figura adulta, attività e passività entrambe false e mistificanti. Il risultato è che, per questa strada, non si ottengono né bambini buoni, né bambini informati, ma soggetti che perdono assai presto la capacità di collaborare a favore della capacità di competere e rendono distorto il proprio rapporto con l’adulto. La struttura dell’informazione verbale, per questi motivi e obiettivi impliciti, ha due aspetti principali: a)
quella
diluita in racconto fiabesco; b)
quella
precettistica e nozionistica. Pochi e sporadici sono i legami logici di qualunque tipo e tutto
sembra volto a formare delle collezioni di ricordi, piuttosto che orientato a
generare delle strutture di pensiero. Stereotipie classiche guidano
l’apprendimento: il profumo dei fiori è sempre «dolce e delicato» i tronchi
degli alberi color «marrone» né si possono disegnare vignette in bianco e
nero «perché le cose non sono trasparenti». Non solo l’informazione data
sembra volta, certo non volontariamente, a condizionare l’intelligenza, ma
anche a contenere l’immaginazione entro schemi poveri e consueti di approccio
al mondo. PROBLEMI DI LINGUAGGIO VERBALE E NON VERBALE In tutti i contesti esaminati le funzioni analizzate hanno
andamento quasi costantemente verbale; la parola è sovrana, ma in molti casi
una sovrana assai pericolosa, tutta articolata con strutture che non portano
mai a risposte reali. Non ci sono infatti delle risposte appropriate da dare
ad interrogativi formulati con domande retoriche, false
alternative e paradossi. a)
«Mi
prenderesti del gesso»? ð in realtà significa «Prendimi del
gesso» e la risposta negativa eventuale del bambino viene sanzionata. b)
«Vuoi
recitare la poesia o risolvere il problema?» è in realtà una falsa proposta
di alternativo. Essa sottintende che, in ogni caso, c’è un compito da
svolgere e ciò non si discute. c)
«Dimmi
quello che vuoi fare che te lo faccio fare», è il caso paradossale senza via
d’uscita per il bambino, che se proverà ad essere libero (come sottintende la
1 parte dell’invito) sarà sanzionato, perché si può essere liberi solo
passando attraverso l’approvazione del docente, ma allora che libertà è? Il linguaggio verbale è, inoltre, costantemente usato per
costruire situazioni direttive in cui la critica e la minaccia hanno grande
peso, oppure viene usato come sistema di auto-riferimento. In tal modo i
bambini vivono non la loro storia, esperienza, soggettività, ma quella della
maestra, che diventa figura incombente più ancora che modello, come in una
recita in cui la platea siano i bambini. In pratica la funzione verbale ha questo tipo di
andamento: INSEGNAMENTO =
Viene usata una parola fortemente nomenclatoria e, al
massimo, evocatrice. Parola carentissima sul piano logico formale, per cui
rinvigorisce soprattutto il piano emotivo e quello non verbale. Atti e gesti
sono sempre accompagnati dalla parola che li sottolinea, li impone o
paradossalmente li nega. Da questa parola “oracolare” non c’è difesa. In breve i
bambini disattendono il linguaggio corporeo come fonte di scambio, né sono
stimolati a riconoscerlo perché perde il suo compito di potenziale
espressivo. Questa «voracità» del linguaggio verbale erode gli spazi del
gioco, dell’atteggiamento divergente, della creatività. Indica che bisogna
comprimere il sentimento, circoscriverlo a contesti precisi, in tempi
specifici. Di contro, in questo quadro, il momento non verbale è praticamente
annientato: ad insegnanti irrigiditi, bloccati dietro la cattedra, al massimo
in piedi tra i banchi, corrispondono bambini nel banco, essendo divenuta
l’immobilità la condizione unica adatta all’apprendere. Carezze e
manifestazioni affettive hanno un preciso valore di «prestazione/dono» da
parte dell’insegnante, specialmente nei confronti dei soggetti in
difficoltà, quando esse - l’abbiamo visto - non assumono il carattere di un
premio raramente esprimono libertà, preponderanza comunicativa «di per sé».
Quasi mai il rapporto corporeo ci è apparso spontaneo, atto a comunicare
benessere, mai esso è veicolo di comprensione intellettuale, forma dal
pensiero dello strutturare lo spazio e il tempo della giornata, piuttosto
assomiglia allo svolgimento di un obbligo. |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001.