|
HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 12 Scarsa
prevalenza dell’interazione tra bambini |
||
|
|
||
|
|
||
|
Ad
adulti che fagocitano tutto lo spazio istituzionale, corrispondono bambini
assolutamente piatti nelle loro modalità interattive orizzontali, perciò le
relazioni tra bambini nelle classi osservate sono povere ed improntate a
conflittualità. Se
la dinamica scolastica quotidiana prevede per loro il ruolo «dell’essere
informato», ruolo diventato passivo in questa accezione, essi vivono ai
margini di un processo che li riguarda e riguarda il loro futuro, processo
del quale sono condizionati, ma che non possono, a loro volta, condizionare.
Non costruiscono da sé e per sé i processi informativi adeguati alla loro
età, ma si sottomettono a riceverli passivamente dall’alto. Ciascun
bambino ha un rapporto individuale con la maestra, che è costante punto di
riferimento e di mediazione degli stessi rapporti che egli ha con i compagni:
ciò lo relega anche sul piano dell’interazione in un ruolo marginale e
passivo, nel quale non si possono risolvere problemi e contese da sé, ma solo
riportandole al giudizio adulto. Fatto, questo, che dà all’interazione tra
bambini quell’andamento di poca schiettezza ed emulazione tipica di soggetti
che non vivono una vita loro propria, ma una vita di riflesso. Ciò
è stato ricavato dai commenti che i bambini facevano tra di loro, dei loro
dialoghi, dei loro litigi, emergendone un quadro di assai scarsa
collaborazione e di aperta competizione come sempre accresciuta dal perenne
condizionamento ad «essere buoni» ed «essere bravi». La lezione era appresa
tanto bene che spesso la conseguenza logica era la denuncia spietata e
spontanea alla maestra di chi «non riesce ad essere bravo o buono». In rapporto al soggetto handicappato i casi verificatisi
sono almeno di tre tipi: 1.
di rifiuto; 2.
di spontanea
ricerca; 3.
di
avvicinamento ottenuto col condizionamento etico. La
mediazione dell’adulto interviene a livello di richiesta di aiuto fisico,
prestazioni scolastiche, custodia ed accompagnamento, per cui s’è visto che
la classe spesso giunge a gestire in toto i bisogni fisici del bambino
handicappato, liberandone del tutto l’adulto. Nei
casi in cui l’interazione nasce spontaneamente, sopraggiunge una pronta
azione istituzionale che conduce il bambino o i bambini ad assumersi sempre
più il ruolo di guida/assistente del soggetto portatore di handicap, così,
oltre ai propri compiti e mansioni personali, essi debbono assumersi
concretamente anche quelli di compagno. Ciò porta, quasi sempre, alla rottura
dell’interazione spontanea, perché quando rigidamente formalizzata diventa
troppo faticosa da sostenere ed, in ultime analisi, conflittuale. In
ogni caso, può, più elevata è apparsa nei coetanei la capacità di rispondere
su un piano non-verbale ai bisogni del compagno in difficoltà, riuscendo in
certi casi ad essere persino una condotta nuova e suscettibile di scoperte
sull’handicappato. A
causa della quasi totale incapacità dell’adulto a mettersi tra parentesi per
ascoltare, di conseguenza può nascere presto la pratica dell’induzione del
bisogno: di nuovo l’adulto artificiosamente è colui che introduce pause,
giochi, ritmi... poiché egli conosce il grado di stanchezza dei bambini.
Quasi una «macchina di regole» diretta dall’alto, ma non una osservazione
empatica concreta, una macchina nella quale sparisce l’interazione spontanea
tra i soggetti fruitori del servizio scolastico. Questa
analisi dettagliata del contesto è assolutamente necessaria per inquadrare i
problemi dei soggetti portatori di handicap nel momento in cui entrano a far
parte del microcosmo della classe. I
nostri contesti-classe si sono rivelati di carattere assai tradizionale,
basati su un asse adultistico, con un assetto di fondo unicamente verbale,
strumento col quale vengono trasmessi messaggi orientati verso obiettivi di
acquisizione del sapere certamente marginali rispetto a più potenti istanze
«educative» ma in realtà di controllo. Queste sono sembrate coincidere con un
precoce reclutamento dei più piccoli ad obiettivi raggiunti troppo spesso con
un precoce condizionamento a meccanismi competitivi, che possono condurre, in
età scolare, a modalità collettive esecutive e scarsamente progettuali. Le
rilevazioni hanno altresì mostrato come siano minime, in questo contesto, le
differenze specifiche tra primo e secondo ciclo per quanto riguarda la
struttura dell’informazione, la metodologia ed il linguaggio usati. Per
questo ultimo, addirittura, s’è osservata una curiosa inversione di tendenza:
il linguaggio sembra essere più descrittivo nel primo ciclo, più episodico e
frammentario in qualche caso del secondo ciclo, ma certo hanno pesato in
questo senso le caratteristiche di vicinanza al pensionamento che vedeva le
insegnanti più anziane posizionate nelle quinte e forse più stanche e
disposte ad un linguaggio favolistico. Va, infine, sottolineato che tutti i problemi già esposti per punti sono stati rilevati anche nelle classi di controllo, né si può quindi farli risalire alla presenza dei soggetti in difficoltà, tenendo presente anche il fatto aggiuntivo che i contesti classe sono stati osservati tutti in presenza ed in assenza dei portatori di handicap. Ciò orienta a pensare che la qualità problematica dell’insegnamento sia un aspetto che pre-esiste all’inserimento di soggetti in difficoltà. |
||
|
Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
|
|
copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001.