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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 13 I
soggetti handicappati in classe |
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Vediamo ora di individuare alcuni aspetti specifici dei
portatori di handicap e delle loro relazioni nel contesto-classe. All’osservazione
è capitato di rilevare che le interazioni che legano adulti, bambini e
bambini handicappati sono estremamente diversificate e si presentano
raramente in forme regolari. Si nota
che assai basso è il numero ed il livello delle richieste adulte ai soggetti
handicappati in classe e che queste richieste sono espresse soprattutto
verbalmente. Al contrario è sembrato abbastanza elevato il numero di
richieste di interazione che il soggetto portatore di handicap esprime,
soltanto che, nella quasi totalità dei casi, il suo approccio è fortemente
non verbale, espressivo, affettivo. Benché con un andamento diverso lo stesso
problema si manifesta anche nella interazione tra bambini normodotati e
portatori di handicap, solo che in questo caso sembra più facile l’intesa a
livello non verbale. Altrove
si rileva un fatto notevolmente importante nella dinamica quotidiana che
circonda il soggetto handicappato, ovvero la «qualità» dei rapporti: 1.
Se A → B allora qualche B → H. 2.
Se B → B allora A → H. I
problemi del contesto ci pare abbiano messo in chiaro, con una certa
precisione, che certa scuola elementare soffre ancora di un grave eccesso di
istituzionalizzazione e che le regole alle quali si informa sono molto più
rigide di quanto non si supponga a prima vista. L’inserimento degli
handicappati, in questi ed altri contesti, si configura, al contrario, come
fortemente trasgressivo e per motivi intrinseci al soggetto portatore di
handicap, ad esempio per la gravità del suo deficit e per motivi esterni al
soggetto stesso: residui di precedenti istituzionalizzazioni, gravi turbe
nella famiglia, scarsa funzione riabilitativa e socializzante del territorio.
Per tutte queste ragioni l’impatto dal portatore di handicap con strutture
rigide ed articolate su codici linguistici formalmente abbastanza elevati può
essere dirompente. Il motivo più vistoso dell’impatto negativo riguarda la
assoluta incompatibilità tra modello operativo scolastico e modalità
comportamentali dell’handicappato. Nel nostro caso il contesto ha dimostrato
di incoraggiare una certa tendenza al comportamento esecutivo nel bambino;
questo medesimo comportamento, quindi, s’attendeva dal portatore di handicap
le medesime risposte di acquiescenza e di ordine, attesa completamente irrisolta. La
prima fonte di emarginazione del soggetto, dunque prende il via da una frase
assai delicata di irriducibilità dell’handicappato alle regole ed alle
procedure scolastiche: in altre
parole questi soggetti rifiutano, spesso anche perché non lo comprendono, il
ruolo esecutivo che la istituzione
scuola assegna a chi è scolaro e poiché la produttività dello scolaro è qui
tutta composta da meccanismi di ascolto e ricezione passiva la prima
definizione negativa che il soggetto handicappato si vede assegnare è quella
di non-produttività. Si
tratta però di una non-produttività relativa ai termini in cui si esprime
l’istituzione e non di una condizione assoluta del soggetto. Una prova
abbastanza esplicita di questo la si rintraccia anche nel fatto che sono
risultati più accettati inserimenti di soggetti Down e qualche altro caso di
insufficienza mentale proprio grazie al carattere disponibile di taluni
soggetti nei confronti delle pratiche scolastiche. In conseguenza è stato
facile notare quanto sia fonte di ansia diffusa il comportamento espressivo,
trasgressivo di altri soggetti meno tranquilli per motivi diversi. Un
contesto basato su procedure precise di produzione e di scambio informativo,
nonché sulla regolamentazione abbastanza rigida degli atteggiamenti verbali e
non verbali, espressivi ed affettivi della scolaresca vive come «corpo
estraneo» un soggetto o più soggetti che non accettino tale regolamentazione
di tempi ed atti, di parole e silenzi, di ascolto ed esecuzione. Poiché le
modalità produttive della classe sono queste e non altre accade che il
soggetto handicappato venga letto, ancora una volta, come differenza, come
incapacità personale a sviluppare i linguaggi propri della istituzione
scolastica. Comportamenti che, per mancanza di adeguate conoscenze, vengono
vissuti come non prevedibili ed inquadrabili danno il via ad una vera e
propria situazione di emotività incontrollata, che può portare ad
irrigidimenti, negazioni, rifiuti. Così l’incapacità auto-riflessiva
dell’istituzione a leggersi come dato relativo provoca di nuovo situazioni di
emarginazione. Ma ancora più elevata è la seconda fonte di conflittualità
attribuita al portatore di handicap definito improduttivo per eccellenza e
tocca zone istituzionali diverse della scuola:, egli entra in una struttura
sociale che misura la professionalità degli insegnanti dal risultato degli
scolari. La
situazione si compone, allora, su fonti diverse: 1.
frustrazione
dell’insegnante nei confronti di un allievo che non impara 2.
frustrazione
dell’insegnante di fronte ad un soggetto che mette in crisi le regole
quotidiane del momento scolastico ed impedisce lo svolgimento del lavoro con
la classe 3.
pressioni
negative esercitate sull’insegnante da altri genitori, che vedono nella
perduta tranquillità scolastica un pericolo per il loro figlio, quasi una
perdita di profitto assicurata. 4.
tensioni e
critiche di altri colleghi nei confronti della mancanza di disciplina e di
ordine. 5.
dissapori
con Direttore Didattico o altre autorità. Ecco dunque come un soggetto portatore di handicap finisce
con l’essere «un sasso nello stagno» e trovarsi al centro di numerosi ondate
conflittuali, di cui gli si attribuiscono totalmente le responsabilità. Una
terza fonte di emarginazione, ma assai potente nei risultati, riposa su una
convenzione tacita di quanti partecipano all’azione scolastica, si crea una
situazione mistificante che può essere così riassunta: «Fingo che capisca, ma
tanto non capisce». In questo
caso il suo ruolo nel contesto diventa quello dell’azione materiale, del
servizio (cancellare la lavagna, distribuire i quaderni ...). Il linguaggio a
lui rivolto è pieno di domande retoriche, comandi veri e propri, che assumono
un significato di controllo sugli atti ed i gesti del portatore di handicap.
In questo tipo di situazione egli è inascoltato: tenta di ripetere la lezione
e lo si ignora; le sue parole non hanno alcun valore di verità e quindi sono
trattate come fantasia. La sua logica, magari schematica o implicita, viene
rimossa dai compagni e dall’insegnante. Nessuno ha con lui, nel pieno
dell’interazione reale, alcun rapporto significativo. Si crea intorno al
soggetto una intercapedine di assenze, un vuoto di relazioni che a poco a
poco distruttura la persona e la rende «trasparente». Vediamo
ora quali siano risultati i veicoli di inserimento dei soggetti in
difficoltà: ·
Il primo
veicolo di inserimento è la parola.
Prima del loro arrivo o addirittura alla loro presenza gli insegnanti danno
ampie spiegazioni dell’arrivo di un compagno «che non è come gli altri». Ne
illustrano le difficoltà e sottolineano la necessità di aiutarlo, indicano
che è bene non prendersela troppo se può avere dei comportamenti strani. Da
questo tipo di «inserimento» può scaturire un atteggiamento collettivo di
accettazione che è in realtà, tolleranza fisica dal diverso e porta in
seguito alla sua «trasparenza» nel contesto quotidiano. ·
Un secondo
veicolo di inserimento è il paradosso e gioco sui livelli combinati della
parola e del valore astratto.
Può dare risultati molto appariscenti di riuscita, ma può essere anche fonte
di molti conflitti. La prima parte del processo è come quella precedente: si
presenta il compagno in difficoltà, si dichiara che è necessario aiutarlo
«perché non è come noi», poi si sottolinea che è doveroso trattarlo come gli
altri «perché è giusto» e la giustizia va rispettata. Non si danno
spiegazioni operative e l’ancoraggio al valore astratto trascina con sé,
all’apparenza, l’accettazione dell’handicappato. Il conflitto sorge, con la
ribellione, quando di fronte ai suoi atti trasgressivi non si trovano ragioni
all’atto di giustizia di doverlo accettare, dato che egli, in verità, è
diverso da noi. I bambini, di fronte a questo teorema che non funziona, di
solito abbandonano l’interazione con l’handicappato, il cui agire e la cui
presenza rimangono, però, un punto interrogativo. ·
Un terzo
veicolo di inserimento è il paradosso specializzato e questo procedimento è
di sicuro effetto quando notevole sia la personalità dell’insegnante. Il suo funzionamento è basato
sull’incongruenza tra livello verbale ed autorità del maestro. La parola
descrive le difficoltà del soggetto, sempre presentato «come noi», ma
l’ingiunzione paradossale obbliga ad accettare questa uguaglianza sulla base
del potere non esplicitato dell’adulto. Il messaggio non detto ha questo
contenuto: «Se volete il mio affetto, la mia conferma, la mia stima, dovete
accettare il compagno X come uno di voi». All’apparenza
il meccanismo funziona, ma la scolaresca a volte dà segni tipici di
insofferenza: 1.
rifiutano i
privilegi accordati al soggetto portatore di handicap: ad esempio uscire
dalla stanza quando crede, dare o non dare certe prestazioni. Negano che ciò
sia giusto se egli è «come noi». 2.
si creano
ribellioni nel caso in cui l’insegnante accordi al portatore di handicap
compiti di controllo intellettuale sulla classe. Lo vivono come dato
assolutamente falso. 3.
quando si
vivono situazioni spontanee (ad esempio lo scambio dei regali per Natale o
altre ricorrenze), può accadere che «il compagno X» venga dimenticato. In
realtà nell’interazione affettiva non gli assegnano alcun luogo reale. Comportamenti
di questo tipo dimostrano l’inefficacia e l’astrattezza nell’inserimento,
confermano la «trasparenza» del soggetto handicappato, il versante
mistificante della sua coesistenza nella classe, la quale ha di solito
aspetti dicotomici. O l’handicappato è «il luogo geometrico» di altri
conflitti che contribuisce a catalizzare, o è l’elemento inconsistente nella
vita quotidiana, o infine diventa la «mascotte», ma in questo caso conosce la
solitudine di un successo la cui regia non è nelle sue mani e nella propria
capacità. Si noti il fatto che tutti costoro si rendono conto, grazie alla potenza del linguaggio non verbale, di non essere come gli altri e, negati o esaltati che siano, avvertono l’artificio che ruota intorno alla loro presenza. Da questo artificio traggono spunto per le reazioni passive, aggressive o per simulare. |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in Psicologia,insegnamento
di Sociologia III, 1981 torna
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001.