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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 14 Stereotipo
dell’handicap |
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| Stereotipo | I linguaggi dell’handicap e la loro mancata traduzione operativa | |
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STEREOTIPO Dai contesti fortemente tradizionali, nei quali il livello
gerarchico ed il suo rispetto hanno una precisa funzione istituzionale nel
regolare i comportamenti, la produzione e lo scambio delle informazioni,
nasce una modalità di lettura dell’handicap particolare ed interessante. In
una certa misura tale modalità viene applicata anche ai bambini normodotati,
ma essi hanno, a differenza dell’handicappato, maggiore potere contrattuale. Si tratta di una lettura della persona che agisce per «sottrazione»
o «scomposizione» in fattori, che vale ancora oggi e diventa quasi
un ferro del mestiere. Poiché tale istituzione eroga informazioni, accerta
apprendimenti, eroga linguaggio codificato, sancisce comportamenti, regole e
condotte, ne consegue che la persona viene valutata sulla base di
rendimenti parziali e mai nella sua interezza. Inoltre la scuola per
ciascuna di queste «capacità», si attende un tipo di risposta specifico e non
un altro. Non è possibile apprendere un contenuto in maniera divergente,
magari innovandone le modalità d’assunzione, non è possibile avere una
condotta qualsiasi che non sia «permessa», cioè da altri già assegnate a
priori. Il problema dei portatori di handicap, nei confronti di
questo ventaglio rigido di sequenze, si aggrava. Essi, per motivi che esulano
dal discorso attuale, danno quasi sempre risposte «altre», cioè disattendono
le aspettative codificate dell’ambiente scolastico. Ecco che allora, sulla
scorta di queste risposte «altre», nasce lo stereotipo dell’handicap, una sua
lettura «per sottrazione», di capacità, che trasformano la sua autentica
manifestazione in atto negativo. Si crea un sillogismo che ha premesse
fortemente viziate, e da cui conseguono conclusioni false. Si fa, cioè
discendere l’incapacità cognitiva del soggetto del tipo di risposte non
rituali, trasgressive, che egli dà all’istituzione, la quale non parla il suo
linguaggio né lo ascolta. L’effetto pragmatico di questa sofisticata argomentazione è
conseguente: ·
«Poiché il soggetto portatore di h.non capisce allora
non può essere oggetto d’attenzione specifica, si perderebbe solo tempo». In questo sillogismo, però, le premesse non nascono dal
bambino, ma dal suo mancato adeguamento alle norme scolastiche. Il soggetto
non è più una persona vivente e senziente, ma una struttura cognitiva debole,
oppure un «corpo passivo» o un «corpo ribelle». Da questa credenza nascono
comportamenti adulti estremamente impietosi e superficiali, pure se in buona
fede. L’adulto sembra davvero convinto che «X» non senta, non veda, non
capisca. Pertanto in sua presenza si parla di lui, lo si descrive
impietosamente nel suo deficit; oppure, al contrario, lo si usa come
«dimostrazione» se si vuol farne conoscere i valori positivi e la riuscita in
qualche attività. La definizione scolastica dell’handicap diventa una
tenaglia con potenti ganasce che stringono in una morsa di ferro. ·
«Se ha comportamenti negativi, allora non capisce» e «se
non capisce allora non tento nulla per modificarne operativamente i
comportamenti e studiarne la potenzialità». Di conseguenza il soggetto non lascia traccia, le sue
parole non dicono, egli è solo bizzarria, senza volizione o intelletto. «Perché
altrimenti sarebbe così?». Con questa ingenua domanda e sulla scia di un
«non-potere» e un «non-volere» che mai alcuno ha dimostrato esseri caratteri
costitutivi dell’handicap leggero e medio/grave si nega, senza volerlo, ai
soggetti una vera integrazione scolastica ed uno sfruttamento della loro
potenzialità, che rimangono quindi completamente ignorate. I LINGUAGGI DELL’HANDICAP E LA LORO MANCATA TRADUZIONE OPERATIVAQuesti ragazzi osservati con occhio il più possibile sgombro da
pregiudizi hanno, invece, rivelato una personalità notevole, nonché una
accurata capacità, sviluppata da tutti indistintamente per difesa, di
nascondere i propri tratti positivi. Per giungere ad accumulare del sapere
non stereotipato su di loro è stato necessario osservarli anche e soprattutto
in condizioni di gioco, liberandoci da categorie formali che calassero sui
soggetti e ne delineassero la negatività.
·
li abbiamo visti comunicare in prima istanza a
livello non verbale, in tutta la gamma di sfumature: dallo sguardo alla
mimica, dal soffio al grido, dal gesto alla carezza, dal silenzio alla
richiesta di presenza fisica, dalla passività al bisogno di esistere
aggredendo; ·
in secondo luogo comunicano attraverso l’ingenuo
rifiuto della formalità e del dogmatismo, che non comprendono: qualcuno già
più adulto, ad esempio, non reprime le sue pulsioni sessuali o una propria
personale attrazione per un corpo o un viso bello. Non conoscono in alcun
modo la «distanza» sociale tra corpi, per noi atto regolativo continuo del
vivere, né, di conseguenza, la rispettano; ·
in terzo luogo comunicano attraverso giochi,
rituali, metafore corporee e talora verbali; con una certa dose di competenza
è possibile entrare, attraverso questi pertugi illuminati, nel loro mondo. Ma
la scuola disattende tale tipo di messaggi: il rituale, il corpo che
volteggia, il corpo a terra, in crisi, non appartengono a codici che la
scuola abbia inscritti nel proprio statuto. L’affabulazione, la proiezione,
il paradosso non rientrano nel bagaglio cognitivo, né professionale, degli
insegnanti; ·
infine, comunicano attraverso il rifiuto della
parola, spesso non solo per ragioni esclusivamente legate al deficit
intellettuale, ma piuttosto perché - per ragioni di natura del tutto psicologica
e relazionale - il mondo in cui sono vissuti gli ha negato spesso la
possibilità di esistere. Si servono allora del linguaggio solo per articolare
dei minimi bisogni immediati, il resto è inesistente per chi non è neppure
«soggetto» integralmente formato nelle strutture profonde di persona. C’è
quindi tutta la gamma del linguaggio psicotico da riconoscere e decodificare. Tali modalità comunicative,
tutte collocate a livelli alti di espressività e gestualità, non sono
recepite da un ambiente soltanto verbale ed impreparato ad accoglierle.
Pertanto, costante è l’uso improprio di questi «altri» linguaggi, sempre
segnalati negativamente, a riprova della «diversità», sostanzialmente nella
totale rimozione del fatto che le norme per noi rappresentano ormai un capitale
sociale interiorizzato da pressioni e condizionamenti, ma non per chi non ha
linguaggio che per indicare bisogni vitali inevasi (2). |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro (2) Questo non fu solo rilevato nella
osservazione ma fu un tipo di dato confermato da un questionario somministrato
agli insegnanti. A tutte le domande che chiedevano informazioni sui
potenziali cognitivi dei soggetti furono date risposte al negativo, ma i dati
raccolti nei momenti di monitoraggio del sostegno, quando i portatori di
handicap furono osservati fuori dal contesto classe diedero risultati di
maggiore corrispondenza cognitiva dei bambini alle richieste loro formulate. torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, Ottobre 2001.