|
HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 15 Il
contesto del sostegno |
||
|
|
||
|
| Attività di sostegno | Quadro monotono-ripetitivo | Quadro informale | |
||
|
|
||
|
Ai
soggetti portatori di handicap viene dato un sostegno per parte della
mattinata o per la mattinata intera al di fuori della classe. Nei contesti da
noi presi in esame, erano a disposizione di otto bambini, quattro insegnanti
di sostegno: due con due bambini, una con tre ed una con uno. Due insegnanti
erano in un plesso e le altre due in un altro. Per
quanto riguarda dinamiche particolari relative a ciascun contesto va
sottolineato un caso di vivace dibattito tra l’insegnante di classe e quella
d’appoggio nel caso di un soggetto Down in una quinta classe, dibattito
sempre aperto sulle modalità di rapporto da tenere con le ragazzine, esposte
a comportamenti parecchio diversificati dalle due insegnanti, ma senza che se
ne notassero disagi evidenti. L’altro concerneva un soggetto con diagnosi di
afasia, che a poco a poco nella prima parte dell’anno finì col passare il suo
tempo solo fuori dalla classe. L’insegnante di sostegno però seppe trovare
modalità al ripristino di una situazioni più produttiva per il soggetto e per
sé. La
struttura dell’attività di sostegno, ad una prima analisi, potrebbe sembrare
simile in ciascuno di questi otto casi, ma differenze sostanziali emersero ad
una più attenta osservazione, differenze che non cadono tanto nel raggio d’azione
delle attività proposte, quanto nell’approccio all’handicap e negli
obbiettivi specifici relativi ad ogni caso singolo. Le
attività proposte ai portatori di handicap nel sostegno non sono molte: a)
Attività logico-informative: lettura,
scrittura, calcolo, blocchi logici, incastri, etc. con tutti gli strumenti
tradizionali o del materiale specifico. b)
Attività espressive: disegno,
pittura, plastica, racconto orale, cucito, ricamo e maglia per le bambine. c)
Attività ludiche: gioco
libero, gioco guidato, mimo. d)
Attività riabilitative: in
un plesso esisteva la «cyclette», usata qualche volta da un soggetto Down. Le
attività si svolgevano, nei due plessi, in stanze apposite, «visivamente»
assai differenti dato che nel centro cittadino l’edificio era molto vecchio e
cupo, mentre quello situato alla periferia più luminoso e di recente
fabbricazione. Inoltre molto materiale in questa seconda struttura veniva
costruito dalle insegnanti d’appoggio ed arricchiva la stanza. Lo specchio ed
il tappeto da palestra erano utilizzati solo in questo secondo plesso. In
ogni caso la strumentazione per i due plessi non apparve molto ricca e
stimolante. Le
attività proposte rientravano nelle convenzioni scolastiche comuni, né parve
esserci traccia di particolari modalità tecniche d’appoggio all’handicap
basate su tecnologie recenti o conoscenze specifiche. Dei momenti di
sostegno si evidenziarono due diverse tipologie che ora verranno
illustrate, andando successivamente ad analizzare le analogie e le
differenze. Abbiamo distinti le due tipologie in: A)
Quadro monotono-ripetitivo B)
Quadro informale A) QUADRO MONOTONO-RIPETITIVOL’intervento offerto di questo
tipo di sostegno è programmato astrattamente e teoricamente ed il soggetto viene
scisso in categorie: linguaggio, memoria, apprendimento, percezione, capacità
logico-formali nelle quali vengono individuate le sue maggiori carenze. Si
pretende di colmarle con una serie di esercizi settoriali che hanno lo stesso
schema della lezione tradizionale: proposta, ascolto, esecuzione, eventuale
riesecuzione. Sempre e comunque, però, le
attività sono disegnate sullo stereotipo dell’handicap, che vede la
definizione del soggetto per sottrazione di incapacità dalla richiesta
istituzionale, cioè «non parla», «non ricorda», «non apprende», «non ragiona»
... ed è, quindi, questa negatività che si va ad esercitare. Accadono,
allora, diversi fatti: 1) il soggetto è imprigionato in una situazione
«stimolo-risposta» (SR); 2) egli ha solo la possibilità di accettarla o di negarla; 3) il suo eventuale rifiuto dell’attività proposta viene
riciclato come «sintomo dell’handicap», mai come manifestazione libera nei
confronti del compito. Ne consegue che in questo tipo
di intervento è estremamente alta la modalità di condizionamento e di
annullamento del soggetto medesimo, il quale non viene certo letto come
persona, ma costretto in uno schema istituzionale negativo sul modello della
classe differenziale. Ma si verificano, in questa tipologia ancora altri fatti: 1) il successo eventuale viene attribuito alla modalità
dell’intervento; 2) l’insuccesso viene ascritto all’handicap. Il soggetto in difficoltà è
costretto ad esistere solo per mezzo di
una spirale di negoziazioni tanto nel momento del sostegno quanto nel
tempo che passa in classe. Operativamente questo schema, è un susseguirsi di
attività logico-informative ed espressive che diventano prive di senso in
quanto parcellizzate al recupero di abilità parziali ed incapaci di
collocarsi verso una serie di obbiettivi complessivi. Questa programmazione ignora -
per la propria astrattezza - il bisogno del bambino, anzi lo mette in
condizioni di non manifestarlo proprio grazie alla struttura SR dell’intervento.
L’istituzione si appropria, piuttosto, «del bisogno» e lo stabilisce per il
soggetto sulla base di convenzioni classiche: età, sesso, livello scolare,
materia d’insegnamento, condizione socio-economica del bambino. In questa
gabbia di astrazioni il soggetto in difficoltà non ha potenziali, né può
rivelarli, dato che non li può esprimere, né gli vengono richiesti. In
generale però non riesce ad adeguarsi a richieste che non sono plasmate su di
sé e così il modello negativo appreso in famiglia ripetuto in classe, viene
subito anche nel rapporto individuale di sostegno, che è proposto nell’ottica
della cura di «facoltà» carenti o malate. Questo secondo tipo di
intervento non tende a configurare l’handicap tramite le richieste della
istituzione, si è osservato che le insegnanti non partivano da uno stereotipo
rigido dall’handicap, ma si mostravano disponibili ad osservare ad accettare
il bambino per quello che era e soprattutto disposte a modificare il proprio
intervento a seconda delle necessità di volta in volta manifestate dal
soggetto. Di conseguenza calava il numero delle attività fortemente e
scolasticamente strutturate, minore la loro rigidità e decisamente migliore la
situazione per il bambino, lasciato libero di esprimersi. Accadono però, anche in questo
contesto, alcuni fatti che ci fanno definire la situazione migliore solo
all’apparenza: 1) il bambino si muove in un quadro di riferimento troppo
labile; 2) non ci sono modalità concettuali ed operative che
portino a distinguere esattamente la manifestazione reale e primaria di un
bisogno da un mero capriccio; 3) di conseguenza l’azione operativa dell’insegnante che
si inscrive sulle manifestazioni del bambino è cieca, casuale. Al progetto ossessivo-ripetitivo
si sostituisce un progetto «per prove ed errori», che si basa su una generica
speranza di evoluzione del quadro diagnostico del bambino handicappato. In
questo caso: a) l’insegnante attribuisce l’insuccesso alle proprie
carenze metodologiche e vive in stato di frustrazione; b) l’insegnante non sa come spiegare il successo data la
natura casuale e non sistematica dell’intervento. I risultati positivi
rischiano di essere, perciò, non riproducibili. Questo
tipo di sostegno procede al contrario del precedente, che nega il bambino in
uno schema di riferimenti astratti e lo guida verso risposte definite dalla
norma istituzionale. Qui il soggetto handicappato è lasciato libero di
manifestarsi al positivo, ma in maniera casuale ed arbitraria e su queste
casualità si innestano proposte ed attività operative. Manca la
discriminazione assoluta tra bisogno reale e bisogno episodico. L’intervento
assume un andamento irregolare e rapsodico, fatto di andate e ritorni, un
ciclo abbastanza informe di proposte che lascia le cose sostanzialmente
immodificate. Le manifestazioni spontanee del soggetto, pure così importanti,
non vengono osservate e sistematizzate ed in questo modo perdono tutto il
loro valore semantico. In sintesi, questi due quadri
di intervento hanno dei tratti in comune, che limitano gravemente la loro
portata e che sono: 1) assenza di informazione
generale sugli handicap; 2) mancanza di un bilancio
preventivo sui soggetti; 3) mancanza di un bilancio
consuntivo periodico sull’operatività; 4) povertà di contenuti; 5) mancanza di una visione
progettuale sul futuro di questi soggetti. |
||
|
Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
|
|
copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, Novembre 2001.