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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 16 Mancanze |
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| Assenza di informazione generale sugli handicap
| Mancanza di un bilancio preventivo
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ASSENZA DI INFORMAZIONE GENERALE SUGLI HANDICAP Nessun
tipo di intervento può risultare efficace se non si conoscono almeno a grandi
linee le caratteristiche specifiche dei diversi tipi di handicap e le loro
manifestazioni. La conoscenza di alcuni fatti minimali intorno alle possibili
reazioni dei soggetti handicappati serve come deterrente contro l’ansia,
mette in grado gli insegnanti di non operare alla cieca e di stabilire, ove
possibile, una graduale mappa osservativa dei soggetti, discriminando ciò che
appartiene all’handicap da ciò che appartiene alla persona o al contesto in
cui il soggetto opera. Infatti, è proprio il riuscire a porre con chiarezza
questa discriminante che costituisce la base di un qualunque intervento
operativo. Solo in questa dialettica possono essere notate potenzialità
residue del soggetto o potenzialità intatte che possono colmare altre gravi
lacune in specifici settori. Nessun intervento di sostegno può basarsi su
conoscenze generiche o su un obiettivo generico di sviluppo, dato che questo
priva e della necessaria griglia per raccogliere informazioni e per
progettare operazioni future. MANCANZA DI UN BILANCIO PREVENTIVONessuno dei due quadri di
intervento è preceduto da un reale bilancio preventivo delle risorse del
soggetto sul quale andrà ad operare. Strumenti, metodi ed obiettivi
potrebbero essere fissati congiuntamente dagli operatori dei servizi, dalle
insegnanti di classe e d’appoggio dopo qualche tempo di attenta analisi
collegiale delle reazioni del soggetto alla nuova situazione. La mancanza di
questa piattaforma nella cui area inquadrare il sostegno, getta qualunque
tipo di intervento nello spontaneismo, che può essere di tipo rigido come nel
quadro ripetitivo, oppure di tipo «per prove di errori» come nel quadro
informale. MANCANZA DI UN
BILANCIO CONSUNTIVO Fissati, dopo l’osservazione,
degli strumenti, dei metodi e degli obiettivi per l’intervento è importante
fissare delle verifiche per controllare l’operatività erogata. Ciò al fine di
non procedere a tentoni o di imboccare definitivamente una direzione errata;
inoltre questi momenti consuntivi dovrebbero socializzare i progressi
compiuti dal soggetto in modo da fissare dei punti chiave che rendano
possibile riutilizzare l’esperienza in altri contesti, in altri casi. Gli interventi
di sostegno si sono rivelati poveri nelle proposte. Spesso il sostegno è il
primo rapporto specializzato continuativo per certi soggetti estremamente
deteriorati, provenienti da ambienti culturalmente poco evoluti, da categorie
socio-economiche modeste. Non sembra possibile che il
ricamo ed il mimo o altre attività simili siano del tutto sufficienti a
rispondere ai bisogni anche sociali, oltre che formativi, di questi ragazzi.
Una stanza e qualche pacco di schede sono troppo poco. Una
stanza-laboratorio, una strumentazione adeguata, un orto, degli animali da
allevare sembrano essere delle tecnologie minimali per dare sostanza ad un
intervento socializzante e non formulati nell’ottica della custodia o della
cura. MANCANZA DI PROGETTUALITA’
RIFERITA AL FUTURO Abbiamo visto, per mancanza di obbiettivi
specifici, ristagnare ciascun intervento in un eterno presente. Alcuni
soggetti rimangono nella scuola elementare fino al compimento dell’età che li
libera dall’obbligo scolastico. Per altri l’obbiettivo massimo è la lotta per
l’accesso alla scuola media. Ma questo non basta. Progettualità riguardo al
futuro potrebbe significare immaginare dei ruoli e degli spazi per bambini
che non hanno mai avuto ruolo o spazio, pertanto significa immaginare e
progettare anche il tipo di informazione e di operatività più convenienti a ciascuno. Ma ciò significherebbe un
rapporto di diversa natura tra scuola e servizi territoriali, un diverso uso
dello spazio scolastico oggi chiuso assolutamente alla dimensione produttiva
del sociale. C’è, infine, un versante inesplorato nella esperienza degli inserimenti
ed è la possibilità
relazionale tra un certo tipo di insegnante ed un certo tipo di handicap. Ciò
vale per il contesto classe più che per l’appoggio. Abbiamo osservato ed
evidenziato che nessuno, al momento concreto dell’inserimento, è in possesso
di strumenti per decidere se «quel tipo» di insegnante sarà in grado di
accettare i tratti comportamentali di «quel» soggetto in difficoltà. In altre
parole di nuovo emerge come l’inserimento venga progettato con criteri
istituzionali (esperienze d’insegnamento, numero degli alunni, volontarismo),
ma non su problemi reali e così non si prevede l’ansia che certi
atteggiamenti possono provocare in insegnanti anche molto validi. Ansia che
gioca, spesso, un ruolo pesante nella emarginazione del bambino in classe. Questo porta a concludere che
nella scuola elementare oggi si avverte vivamente la mancanza di «cultura di
relazione», intesa come la capacità di riconoscere le modalità relazionali
proprie e degli altri con i quali si è in rapporto e la capacità di
decodificare i livelli sui quali i messaggi si snodano. Ma la scuola non è povera solo
rispetto a sé ed ai suoi membri in questo campo, ma anche per quanto riguarda
i propri rapporti con territorio e la conoscenza dello stesso. Ne consegue
che è una istituzione ormai a-storica non solo per i suoi contenuti, ma anche
per le modalità formali in cui articola rapporti esterni ed interni. Dentro
la scuola la vita quotidiana si struttura in termini fortemente paralizzanti,
asettici e regolamentati dallo status di ciascuno, ma in questo contesto
l’adulto ha la possibilità di scegliere se proporsi in modo amicale-affettivo
o in modo formale. Il bambino non può fare tale scelta ma semplicemente
subire usi di convincimento e di persuasione da parte di questi “adulti
sdoppiati”. Ciò mette a nudo alcuni fatti: 1) l’emotività viene malamente stimolata; 2) il linguaggio normativo vuol indurre effetti pragmatici
di condizionamento; 3) l’informazione non stimola processi di pensiero
produttivi; 4) il corpo è un estraneo; 5) il territorio, nel suo significato spazio-temporale, è
inesistente tanto nella conoscenza teorica quanto effettiva dei bambini. La scuola è
privatizzata, un mondo chiuso su di sé, paradossale al suo interno ed
incapace di concepirsi come agenzia produttiva per l’esterno. In tal senso «gli
inserimenti» restano solo un altro tipo di custodia, privi come sono di possibilità
ad essere nel mondo. |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, Novembre 2001.