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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 17 Conclusioni |
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| Dati salienti | Piano d’intervento | Altri strumenti utilizzati | |
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Concludere in punti sin qui
esaminati può sembrare semplice ed invece non lo è. Molti sono i fatti
meritevoli di essere ancora analizzati. Tuttavia qualche cenno può essere
dato. Abbiamo esplorato i segreti di una scuola «adultocentrica» nella quale
il bambino e l’informazione per il bambino sono un fatto marginale, mentre
l’adulto è l’asse portante la struttura regolativa, il mezzo ed il fine. I bambini sono la silenziosa e
compatta massa di manovra di una ricerca di normalizzazione che inizia in
prima elementare e dura, per molti, la vita intera. Questo lo presentivamo, ma forse
non con tanta chiarezza come i fatti hanno dimostrato. DATI SALIENTI
A - un dato saliente: la scuola si rivolge a soggetti che non esistono nella vita concreta,
ma che essa contribuisce a creare. B - un altro dato saliente: il mondo che la scuola fa apprendere non esiste. C - un terzo dato saliente: i soggetti in difficoltà, che la scuola pretende di
integrare, sono gli unici soggetti reali di cui s’è fatta
conoscenza. Articolando questi tre livelli noi pensiamo di poter dire
delle parole conclusive, per quanto provvisorie. A) LA SCUOLA SI RIVOLGE A SOGGETTI CHE NON ESISTONO NELLA VITA CONCRETA, MA CHE ESSA CONTRIBUISCE A CREARECi siamo confrontati, in questo
lavoro, col dato ambiguo di bambini che c’erano e non c’erano. Presenze
fisiche, menti soltanto, schematizzati nel perimetro di una classe o di
quello più angusto del banco. Non bambini reali. Immagini ideali di bambino
in modo da ottenere adulti altrettanto vaghi. E’ stato spesso vano il nostro
sforzo di ricavare qualche frammento di bambino reale. Essi non ci sono, non
comunicano, non parlano. Questo vuoto e questo silenzio sono colmati dalle
parole dell’adulto che, giorno dopo giorno, li riempiono con un modello di
bambino al quale è bene adeguarsi. Né la lezione è spesa invano. In prima elementare dopo tre o
quattro mesi di disagio i bambini cambiano. Poco alla volta vengono ridotti
al silenzio, abituati ad una comunicazione regolata dalla gerarchia, protetti
dall’anonimato. Dopo questi mesi nessun bambino è più bambino. E’
socializzato. Il grande mutamento riesce a passare tramite la predicazione
costante di modelli contrapposti: bontà opposta a cattiveria, il bene opposto
al male. La parola opposta al gesto. Gli anni che verranno non saranno che un
solo grande prolungamento di questi mesi. Un adulto che sta a parlare e
regola il pensiero, il tempo, l’azione. La scuola s’è posta come un meccanismo raffinato ma duro, istituzionale: i linguaggi vengono omologati, le diversità uniformate, i gesti stereotipati, le voci singole diventano coro. B) IL MONDO CHE LA SCUOLA FA APPRENDERE
NON ESISTE Per comprendere appieno questo risultato,
di per sé stupefacente, bisogna ormai fare riferimento all’altro grande
strumento che la scuola ha a sua disposizione per uniformare le coscienze: i
contenuti. Essi sono astratti, irreali,
danno un’immagine del mondo a-storica, slegata, spezzata. La coscienza vigile
del bambino si annienta. Non sembri, il nostro, un
discorso di contestazione: lo avvaloriamo col peso degli stereotipi che il
bambino a scuola è costretto ad assimilare «per imparare». Non si contano i rubinetti che
gettano litri d’acqua «X» al minuto e le vasche che ne perdono,
contemporaneamente, «X» da un foro ... Non si contano le pecore bianche e gli
alberi dal tronco marrone, il giovane Garibaldi che salvò la lavandaia, gli
eroi, la lingua modellata sui passi di Dante Alighieri. Sottolineiamo che i
bambini sanno bene che tutto questo è falso, perché la loro capacità
ricettiva è alta. Il fatto è che essi
non possono negarlo e non possono darsi altri contenuti. A questo si
aggiungono gli artifici retorici di una falsa uguaglianza, caritevole e di
principio, che la scuola contrabbanda per vera. Avere tutti per merenda la
stessa merenda non ci esimerà, domani, dal fatto che alcuni saranno padroni
del proprio corpo; altri del lavoro degli altri. Per rendere la coscienza passiva
sono importanti anche le suddivisioni delle intelligenze: così sin dai banchi
della scuola qualcuno impara (i più) che al proprio livello è bene solo
ascoltare e parlare spetterà sempre al compagno più bravo. Manca una
competizione sana e apportatrice di benessere. In questa
inerzia vengono introdotti i soggetti in «difficoltà». Questi soggetti ricchi
e vivi, impermeabili al linguaggio della medietà, sono indicatori di
direzione che vale la pena di ascoltare. La loro soggettività, all’apparenza
disarticolata, si proietta nel futuro più di quanto non saremmo disposti ad
ammettere. Essa rappresenta una condizione sulla quale si può fondare un
progetto scuola. Questi bambini in difficoltà ci indicano la cultura del
silenzio, a margine della roboante cultura della parola, intesa talvolta come
«medium» di condizionamento. Silenzio, nel quale si impara a cercare un
compagno di dialogo, silenzio col suo ricchissimo valore simbolico, vera e
propria metafora prodotta col corpo; linguaggio più personale e meno
mistificante, il più vicino al dato, spesso ed impenetrabile, dell’essere-nel-modo. Poiché questi soggetti sembrano
vivere in uno stadio pre-culturale, sono coloro ai quali è possibile imparare
e riprogettare la cultura, dato che essi insegnano personalmente quali
effetti produce una cultura disumana. Se dunque la scuola vuole accogliere
soggetti handicappati al suo interno, deve disarticolarsi: 1) da una immagine di bambino che sia strumento di
condizionamento; 2) deve accogliere al suo interno le contraddizioni della
vita reale, quindi i contenuti reali; 3) deve adeguarsi ai linguaggi dei soggetti in difficoltà
che sono poi quelli degli altri bambini: il gesto, la corporeità, la
divergenza. Solo che gli altri bambini accettano per convenzione di crescita
di spogliarsene, l’handicappato no. Per soddisfare queste esigenze
la scuola dovrebbe sostituire al linguaggio normativo il linguaggio
informativo, aprirsi al territorio ed assumere in sé la problematica attuale
e concreta del sociale: dai bisogni primari a quelli di più raffinata
cultura. Per adeguarsi al linguaggio del
soggetto in difficoltà è necessario mettere tra parentesi la parola e
l’organizzazione cui conduce la parola, in cambio assumere metodiche più
povere all’apparenza, ma più ricche, un fare in cui pratica e teoria
coincidano per quel che è possibile. Queste nostre osservazioni hanno
rilevato un asse verticale nelle classi: al polo superiore sta
l’insegnante, figura adulta di riferimento, creatore di norme, modelli,
promotore di ogni forma di comunicazione, gestore di ogni soluzione
informativa. I (ruolo
docente)________________________ (mansioni) B (ruolo
discente)________________________ (mansioni) In questo modello, rigidamente verbale,
tutte le prassi quotidiane sembrano consolidate da decenni in uno stillicidio
di mansioni e procedure regolative al punto tale da essere introiettate come
norma. Ad alcune insegnanti sembra un dato di fatto appartenente ai bambini
la loro immobilità fisica tutta divorata da una iper-loquacità. Il
condizionamento introdotto non è neppure più recepito come modalità
istituzionale; ma attribuito ai soggetti. L’asse verticale, per sua stessa
natura, non può veicolare altro che norme codificate, nozioni già
cristallizzate dall’uso. Bisogna, allora, introdurre la vita nel suo farsi,
cioè un asse orizzontale. B ___________________________________________ B che ripristini una attiva
costruzione della comunicazione tra soggetti, una loro possibilità articolata
di costruire e gestire collettivamente i processi informativi etc. Ma perché questo sia possibile bisogna passare
attraverso la devitalizzazione dei ruoli scolasticamente intesi, nel senso
che: «ciascuno ha il compito di insegnare qualcosa». Per giungere a questo la vita
della classe può essere strutturata all’inizio dell’anno, ricavando
comunitariamente un piano di intervento: 1 - In un giorno, settimana, mese, anno,
alla comunità sono necessari «X» compiti di natura organizzativa. Essi
vengono adeguatamente ripartiti tra tutti, adulto compreso. 2 - Sono
necessarie «X» competenze e/o abilità e/o conoscenze. Si fissano le modalità
per costruirle e ciascuno ne svolge una parte. Es... si vuol conoscere la
storia della rivoluzione francese? Si stabiliscono le fonti, le modalità per
inquadrare le informazioni, un modo per depositarle in un archivio da tutti
consultabile. 3 - Le
prove di accertamento riguardo l’espletamento delle mansioni, competenze,
possono essere fissate con un calendario che tutti si impegneranno a
rispettare. Tutti hanno diritto di dimostrare che sanno, hanno ben lavorato. 4 - In
questo piano, se ben graduato ed articolato, si costruiranno dei
livelli/obiettivi (da minimi a massimi) di varia natura nei quali ciascuno può
restare a seconda delle proprie capacità, proseguire a seconda della propria
volontà. (Ci si perdoni il paragone con il gioco delle carte o degli scacchi,
dove in molteplici articolazioni e strutture pochi elementi di base
incrementano una grande variazione di possibilità per tutti). 5 - Una
struttura di questo tipo offre garanzie di coordinamento ed adeguamento e
rispetto delle possibilità di ciascuno; ciascuno ha compiti di natura
corrispondente ad altri, ciascuno è libero di informare, costruire... I ruoli
non sono rigidi e immutabili ma
flessibili, la parola riprende il suo posto naturale, a fianco di altri
strumenti espressivi e di comunicazione ( ad es. la rivoluzione francese si
può mimare/recitare/scrivere/raccontare/descrivere/fotografare/filmare/disegnare/suonare). 6 -
Questa articolazione tenta di dare soluzione ai primi cinque nodi
problematici nella relazione riassuntiva delle osservazioni di classe,
accompagnando alla parola altre modalità con cui costruire i processi
informativi; inoltre tenta di accostare l’adulto al bambino facendoli
lavorare insieme su: ·
organizzazione ·
obiettivi ·
tecniche ·
verifiche mirando a che non si producano
fratture tra i componenti della comunità e che tutti, in egual misura e
secondo le attuali capacità, vengano valorizzati. 7 - Per
quanto riguarda più da vicino i contenuti informativi, già l’attenta cura a
veicolarli attraverso canali comunicativi molteplici (parola, immagine,
suono, costruzione scenica, plastica ...) offre la possibilità di superare la
dicotomia «teoria/prassi» e permette inoltre di apprendere la logica nella
pratica applicazione delle cose. Decidere di fare il pane; ad esempio,
significa già dare delle sequenze in cui sono contenute le nozioni di: ·
causa ·
effetto ·
prima ·
durante ·
dopo ·
dentro ·
fuori ·
contenente ·
contenuto ·
materia ·
mutamento e poiché stanno
organizzate in una struttura unitaria, essa può essere esaminata, poi, a
livello di modalità: ·
relazione ·
quantità ·
qualità 8 - Allo
stesso modo servono l’esplorazione del quartiere, delle attività produttive,
dei servizi pubblici, dei musei, cittadini, permettendo ai bambini di
recuperare il significato orizzontale della storia e della cultura e di
coglierle nel loro disporsi sul territorio. 9 - Per
apprendere a «cercare», la modalità migliore è quella di costruire un
archivio delle fonti, dei documenti, dando un «sistema» alle notizie, una
struttura differenziata ai diversi momenti culturali: la poesia non è la
storia, la lingua non è l’aritmetica. Per
comprenderlo nessun modo è migliore che imparare a depositare le notizie, gli
argomenti, studiandone le differenze, le analogie, i fini nella vita pratica
e su noi stessi. 10 - Ci sembra che una simile articolazione
della giornata scolastica possa rivelarsi utile proprio all’integrazione del
soggetto in difficoltà, perché molti dei linguaggi proposti si situano sulle
sue lunghezze d’onda. Inoltre la situazione cooperativa permette di stare nel
gruppo anche con capacità non troppo elevate. Permette di manifestarsi al
livello del bisogno emergente e di provare a soddisfarlo senza stare
all’interno della situazione «stimolo-risposta». Queste sono proposte attuabili
con poca spesa, basate su una ristrutturazione mentale. La compresenza delle due
insegnanti può permettere di strutturare queste attività tecnicamente più
complesse anche in quattro sole ore. Dal punto di
vista del soggetto in difficoltà sarà più facile l’integrazione in un
contesto in cui operano molteplici livelli operativi entro ai quali egli può
ruotare, livelli nei quali non sarà più predominante l’apprendimento della grammatica. Rovesciando il problema la
struttura funzionale della frase, o del tipo di linguaggio (racconto diverso da descrizione diversa da poesia ...) si apprendono
nella loro qualità di strumento per raggiungere un obiettivo definito, ad
esempio, costruire le didascalie in una sequenza di diapositive. Infine, la nostra opinione è che i problemi del soggetto in difficoltà siano amplificati da strutture didattiche tradizionali e statiche, per cui s’è dovuta accostare alla pratica in classe la pratica del sostegno, dal momento che l’handicappato non ha sufficienti potenzialità per rispondere alla richiesta della istituzione. Quando, invece, la scuola si apre e si articola in linguaggi non solo verbali, i ruoli non sono più binari obbligati entro cui marciare; in un contesto in cui classe e sostegno non si contrappongano, è possibile che la situazione dell’handicap si orienti verso la integrazione reale. |
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Note: (1) Padova, Corso di laurea in
Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, Novembre 2001.