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HANDICAP E SCUOLA (1) Capitolo 3 La
metodologia di osservazione adottata |
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Il nostro compito, in relazione al progetto dell’intera
ricerca, è stato quello di osservare, in classi elementari, alcuni inserimenti di soggetti portatori
di handicap al fine di determinarne le condizioni attuative e giungere a
proporre eventualmente, in un secondo tempo, quadri operativi atti a
risolvere alcuni tra i disagi più vistosi. La committenza del lavoro fu data dal Direttore didattico del I Circolo; la modalità di rapporto con le insegnanti delle classi interessate era di tipo collegiale. Sin dalle prime riunioni risultò chiaro che esse accettavano l’esperienza per dovere, ma sceglievano, in relazione a noi, la via di una interazione oppositiva. Ciò che maggiormente preoccupava le insegnanti era proprio il momento di osservazione diretta del loro lavoro, unitamente al fatto di non ritenerne possibile una trascrizione oggettiva. In ciascuna classe, in cui era stato inserito un portatore
handicap ci si accordò, comunque, per una osservazione di quindici giorni per
l’intera mattina. Due osservatori sarebbero rimasti costantemente con la
classe, un terzo sarebbe uscito con il bambino per assistere anche
all’esperienza di sostegno. Gli osservatori furono reclutati tra i partecipanti ai
seminari del corso di Sociologia III per la laurea in psicologia. Essi furono
preventivamente addestrati al compito per due mesi prima che il lavoro
iniziasse. Il piano articolato delle osservazioni venne tenuto riservato e
gli osservatori pregati di mantenere, laddove fosse possibile, un
atteggiamento distaccato ed una situazione di non coinvolgimento nelle
situazioni. PROBLEMI L’obbiettivo era quello di riuscire a
raccogliere dei protocolli d’osservazione che, passati al vaglio di opportune
selezioni, restituissero una immagine della classe come luogo di produzione e
di scambio di informazioni, di atteggiamenti di apprendimento e di relazione. Gli attori presi in considerazione in questi scambi
produttivi furono: gli insegnanti, gli alunni, gli alunni portatori di
handicap. Riguardo a tutti costoro lo scopo dell’osservazione era di
determinare la direzione delle catene interattive, la loro qualità, i loro
contenuti, perché è proprio grazie a certi nodi che si costruisce il tipo di
relazione tra persone, la natura del rapporto di apprendimento e, non ultima
in ordine di importanza, la qualità della informazione scolastica. Sono momenti
questi di forte determinazione produttiva e formativa nell’ambito quotidiano
della struttura scolastica. Le modalità interattive, peraltro, non sono
frutto di bontà o cattiveria individuali, bensì sono funzionali a precisi
orientamenti socio-culturali e personali che contribuiscono a determinarle
nelle persone. All’osservazione delle modalità d’interazione, si
aggiunse l’osservazione di altre funzioni del sistema socio-culturale in cui
il contesto scolastico normalmente si colloca: il linguaggio verbale e
quello non verbale furono considerati i poli di una situazione nella
quale si producevano e si scambiavano informazioni, apprendimenti,
comportamenti e sentimenti tra differenti categorie di persone, situate in
ruoli diversi, con compiti complementari o divergenti. In altre parole: se
nella scuola si trovano adulti, bambini, bambini portatori di handicap e se
le esigenze di costoro differiscono a causa dell’età, delle competenze e
delle possibilità d’azione, rimangono almeno paritetiche le loro posizioni
nei confronti della produzione e dello scambio di informazioni, di
apprendimenti, ecc., di cui è sede la scuola? L’osservazione ha chiamato in causa congiuntamente e
modalità interattive e altre funzioni importantissime oltre al momento
verbale e non-verbale dello scambio: l’informazione, l’apprendimento, il
riferimento espressivo a contesti e/o contenuti non strettamente
istituzionali, perché è proprio nel momento della reciproca intersezione che
si riesce a comporre una mappa articolata della complessità del campo
osservato, salvaguardando le caratteristiche specifiche di ciascuno nei
singoli contesti classe. In questo modo, ipotizzammo, si sarebbero potute rilevare
differenze significative nell’attribuzione di valore alle funzioni
identificate ed avremmo provato ad ottenere un disegno dei significati
socio-culturali, esperiti concretamente, in ordine al fare scuola, all’essere
alunni, all’essere alunni portatori di handicap. Nella osservazione fu introdotta una ridondanza a scopo didattico: nella griglia si tenne distinto il piano relazionale, anche se - teoricamente e praticamente - è incluso in tutti gli altri rapporti. La ridondanza sembrò utile, al momento dello spoglio dei protocolli, a rintracciare maggiori conferme ed elementi di prova, considerando anche il fatto che taluni osservatori avrebbero trovato complicato uno schema di osservazione semplificato al massimo. |
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Note: (1)
Padova, Corso di laurea in Psicologia,insegnamento di Sociologia III, 1981 torna indietro |
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 9, Agosto 2001.