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AREA HANDICAP

 

IL CANE COME MEDIATORE EDUCATIVO

NELL’ESPERIENZA DI PET-THERAPY

CON SOGGETTI AFFETTI DA DISABILITA’ INTELLETTIVA

Procedure operative

di Angelo Luigi Sangalli     Marco Defranceschi     Erika Michielin

Introduzione e Sommario

 

L’esperienza è iniziata nel 1998; inizialmente sono stati scelti 9 ragazzi, all’interno del Socio Educativo di Via Volta, valutando la potenzialità relazionale e le capacità residue presenti. Una valutazione più approfondita è arrivata da un’attenta analisi dei progetti individuali, intravedendo per ognuno il possibile spazio che il cane avrebbe potuto avere nell’intervento educativo globale. Per alcuni di loro è stata inoltre ipotizzata un’effettiva ricaduta in termini di benefici sul potenziamento della capacità affettivo-emotiva. Anche l’esistenza all’interno del Centro di conigli nani, canarini e la presenza di animali domestici a casa anche nel passato sono stati elementi che hanno contribuito alla scelta del gruppo.

 

Il primo periodo è stato caratterizzato dall’avvicinamento dei cani ai ragazzi, per verificare le reazioni di entrambi nelle situazioni destrutturate. Ai ragazzi è stata offerta la possibilità di avvicinare i cani in situazioni normali e non artificiali. Obiettivo di questi primi incontri è stato quello di verificare le reazioni dei ragazzi in prossimità dei cani, atteggiamenti di chiusura, di apertura, di paura e di indifferenza. In queste prime fasi è stata data grande attenzione all’ambiente in cui i ragazzi approcciavano i cani, con la costante presenza dell’educatore, a fungere da elemento rassicuratore e del conduttore.

 

Sono stati utilizzati n. 4 cani addestrati per non udenti, di razza: n. 3 meticci e n. 1 schnauzer gigante. Attualmente vengono utilizzati 5 Labrador.

 

La prima attività è stata l’avvicinamento graduale del cane al ragazzo.

Le reazioni di quest’ultimo diventavano elemento di valutazione da parte dell’educatore e del conduttore, per stabilire la vicinanza/lontananza o le modalità di contatto tra il ragazzo e il cane. La presenza dell’educatore è stata elemento di filtro affinché il contatto con il cane avvenisse senza traumi e mediato secondo le risposte dei ragazzi. Contemporaneamente all’avvicinamento dell’animale era posta attenzione al rapporto ragazzo-conduttore. Ai conduttori sono stati presentati i ragazzi scelti per il progetto evidenziandone i tratti caratteristici di comportamento, le capacità presenti, le peculiarità motorie, le modalità di comunicazione, il tipo di linguaggio utilizzato e il deficit da cui sono affetti.

Ogni momento è stato accuratamente ripreso per poi essere analizzato dall’equipe onde poter meglio valutare le risposte date e progettare l’incontro successivo.

 

Dalle prime visioni è emersa la necessità di porre il ragazzo in un ambiente comodo, tranquillo, consono alle sue esigenze. Da un lato la comodità della posizione in cui il ragazzo veniva a trovarsi gli permetteva di controllare, nel modo migliore per lui, l’ambiente circostante; dall’altro la riduzione dell’ansia provata da parte dell’educatore, sono stati l’elemento chiave per vincere la diffidenza e la paura di approccio verso il cane.  Questa prima osservazione ci sembra fondamentale: molti ragazzi con difficoltà visuopercettive, di orientamento spaziale e motorie, trovandosi a dover canalizzare molte delle loro energie, per mantenere un equilibrio precario e per controllare la loro posizione rispetto all’ambiente e ai disturbi di questo, rischiano di rifiutare il cane, in quanto incapaci di controllarlo, e di decodificarne il movimento nello spazio visivo.

 

Il ragazzo, una volta messo in una posizione di long-sitting a terra, che costituisce elemento di stabilità, annullando i disequilibri motori e di percezione dello spazio circostante, migliora il controllo del campo visivo ed è facilitato dal punto di vista manuale, trovandosi così in una situazione in cui lo sguardo è alla stessa altezza dell’animale.

 

Tale posizione ha permesso un migliore intervento di guida fisica dell’educatore e del conduttore ed è servita da elemento rassicurante, poiché permetteva la protezione sul possibile comportamento troppo invasivo del cane. Tutto il materiale filmato e fotografato è stato poi mostrato ogni volta al gruppo dei ragazzi protagonisti sotto forma sia di video, sia di fotografie appese poi in cartelloni. Alcuni di loro tengono inoltre un diario dell’attività e l’esperienza è rielaborata all’interno di un giornalino del Centro.

 

Successivamente, nella seconda fase di avvicinamento, sono state proposte uscite con il cane al guinzaglio nel parco e nei paraggi del Centro. L’attenzione è stata posta sulla percezione del movimento del cane. Già in questa fase si sono evidenziati i possibili utilizzi futuri per lo sviluppo dell’attività motoria che alcuni dei ragazzi già svolgono con l’intervento della fisioterapista all’interno del Centro. In queste prime uscite alcuni dei ragazzi hanno anche iniziato ad utilizzare i comandi verso i cani.

 

La cosa più eclatante emersa in questi primi cinque incontri è stata la grande capacità motivante che il cane ha avuto sui ragazzi, secondo lo status psicofisico di ogni persona e secondo le particolarità del loro handicap, ognuno ha manifestato potenzialità latenti che emergevano con difficoltà nel lavoro quotidiano. A fronte di ciò il cane ha permesso, con molta semplicità, l’esplosione immediata di potenzialità poco espresse se non a fronte di grossi stimoli motivanti. La grossa motivazione data dalla presenza del cane ha consentito: un aumento dei tempi di attenzione, un miglioramento della motivazione al movimento verso il cane, delle manifestazioni emotive e di affetto, dei cambi di tono di umore, stimolazione uditiva, tattile e sensoriale, aumento della verbalizzazione e del tono di voce. Un incremento si riscontra inoltre nella possibilità di rielaborare a distanza di tempo l’esperienza e la forte gratificazione.

 

Questi primi incontri hanno evidenziato le preferenze dei ragazzi nei confronti dei cani manifestando scelte precise rispetto al cane con cui operare. Particolare attenzione, durante le visite a San Patrignano è stata posta alla visita dei luoghi di vita dei cani, nelle loro casette, all’interno dei recinti dove passano gran parte della giornata, cercando di mostrare il contesto di vita degli animali con cui poi avrebbero lavorato. Ogni visita a San Patrignano è preceduta da elementi di anticipazione all’esperienza come la preparazione dello zainetto che contiene il grembiule da lavoro, la ciotola, il guinzaglio, le crocchette.

 

Questa prima parte dell’esperienza è durata dai primi di agosto fino ai primi di dicembre con due incontri a settimana, i primi quattro presso il C.S.E di Via Volta e successivamente presso il Centro di San Patrignano di San Vito di Pergine (Tn). I tempi di lavoro andavano da un minimo di 15 minuti ad un massimo di 1 ora e 30 minuti non continuativi, intercalate da pause necessarie sia al cane sia al ragazzo. I tempi di attenzione in soggetti affetti da disabilità intellettiva rappresentano una delle condizioni di maggiore impedimento nella strutturazione di molte attività, solo un contesto molto motivante permette di lavorare per tempi di attenzione così lunghi.

·         Successivamente si sono aggregati 6 ragazzi del CSE di Via Gramsci, 8 del CSE di via Onestinghel e 6 del CSO di Via Suffragio.

 

In questo periodo è importante sottolineare il rimando positivo che i contesti familiari hanno dato dell’esperienza riportando i racconti dei ragazzi, le variazioni d’umore, di comportamenti, di una maggiore coscienza del proprio vissuto esperienziale e temporale.

I genitori hanno manifestato gli effetti positivi del ricordo e dell’esperienza sui ragazzi raccontando degli stati di trepidazione precedenti le mattine in cui si sarebbe svolta l’attività. Questo ha permesso di creare un rapporto di fattiva collaborazione all’interno del progetto dove i contesti familiari si sono sentiti parte attiva.

 

L’equipe è formata da: gli educatori del C.S.E di Via Volta che hanno preso parte alle attività, un veterinario, la pedagogista del Centro di San Vito, il responsabile dell’addestramento cinofilo, la fisioterapista dell’ANFFAS, il pedagogista dell’ANFFAS, lo psicologo.

 

Successivamente, analizzando i progetti educativi individualizzati dei ragazzi sono stati ipotizzati i programmi di lavoro definendo degli obiettivi per ogni ragazzo, sempre coerenti al progetto generale. Ricordiamo che l’esperienza con i cani è stata vincolata al progetto generale individualizzato che ogni ragazzo ha all’interno del Centro. Sugli obiettivi elaborati sono state fornite al conduttore le linee guide attraverso cui indirizzare l’addestramento del cane.

 

 

 

 

Autori:

Angelo Luigi Sangalli: vedi profilo torna indietro

Marco Defranceschi: educatore professionale responsabile del servizio di Pet-Therapy torna indietro

Erika Michielin: educatore dell’ANFFAS di Trento torna indietro

 

Bibliografia

 

 

copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, Novembre 2001.