|
IL CANE COME MEDIATORE EDUCATIVO NELL’ESPERIENZA DI PET-THERAPY CON SOGGETTI AFFETTI DA DISABILITA’ INTELLETTIVA Conclusioni |
||
|
|
||
|
Presupposto di
questa sperimentazione è stato di verificare la possibilità di addestrare
cani usualmente utilizzati per altre tipologie di deficit sensoriali, per
l’assistenza a persone affette da disabilità intellettiva. Diventava
necessario anche sperimentare la possibilità che il cane potesse venire
gestito direttamente dall’educatore nella quotidianità e affidare il cane
alla famiglia dell’utente, diventando referente affettivo stabile. Abbiamo
inoltre lavorato per creare percorsi in cui la Pet-Therapy venisse integrata
nel progetto individualizzato che ogni utente ha all’interno delle strutture
dell’ANFFAS, impiegando il cane come mediatore educativo e strumento nelle
mani dell’educatore per favorire il raggiungimento degli obiettivi
prefissati. Nella nostra sperimentazione abbiamo sperimentato tre livelli di lavoro: 1. Il primo
riguarda la costruzione dell’approccio tra cane e utente. L’educatore e il
conduttore mediano entrambe l’interazione. Il conduttore gestisce i rapporti
di vicinanza/lontananza tra cane e utente, mentre l’educatore funge da
elemento di rassicurazione. Per il ragazzo è una fase più ludica, mirata a
creare un legame affettivo con l’animale, prendere confidenza e superare
eventuali resistenze o paure. Per l’educatore e il conduttore è la fase di
osservazione in cui si verificano le attitudini dal ragazzo, le preferenze
per un particolare tipo di cane e si stabiliscono ipotesi di percorso e
obiettivi specifici. In questa fase si costruisce il rapporto con il cane e
la buona riuscita garantisce il successo nella stesura del progetto. I
progetti specifici sono stati elaborati dall’equipe considerando i progetti
educativi generali di ogni utente all’interno del centro, questo sia per
mantenere una coerenza e un senso alle azioni, sia a garanzia di un futuro
inserimento del cane nella quotidianità. 2. La
seconda fase prevede l’addestramento specifico del cane ai bisogni
dell’utente secondo gli obiettivi prefissati e la costruzione
dell’interazione tra i due. L’utente assume un ruolo attivo nella relazione
con il cane acquisendo la strumentalità di base per la gestione dello stesso
secondo i livelli e le possibilità. In questa fase l’educatore rimane sullo
sfondo, osservando la relazione tra utente e conduttore al fine di fornire
elementi utili alla strutturazione dell’intervento ed alla realizzazione
degli obiettivi prefissati. Nel secondo livello l’educatore si colloca sullo
sfondo per lasciare spazio alla triade conduttore, cane e utente. Il cane
deve assumere gli atteggiamenti, i comportamenti e i comandi secondo gli
obiettivi individuati. Il conduttore lavora con il cane e l’utente cercando
di verificare i livelli di preparazione dello stesso secondo le risposte dei
ragazzi. Il confronto con l’educatore e l’équipe deve essere frequente per
valutare se le ipotesi del progetto sono coerenti e realizzabili. 3. La terza
fase costituisce l’elemento maggiormente innovativo della sperimentazione. Il
cane, opportunamente addestrato viene consegnato all’educatore e alla
famiglia permettendone una gestione quotidiana, nel contesto di realtà in cui
l’utente vive. Avere un cane preparato secondo
gli obiettivi specifici individualizzati di un utente garantisce un altissimo
livello di qualità nell’attività di Pet-Therapy. Nella nostra sperimentazione
l’educatore è colui che utilizza gli animali nel lavoro educativo e nella
quotidianità dell’utente facendoli diventare parte attiva nelle azioni
educative. In quest’ultima fase il
conduttore e l’équipe continuano la supervisione e le verifiche a distanza,
intervenendo sul cane qualora se ne presenti la necessità. Pet-Therapy è
l’azione che si svolge tra animale e uomo; azione ricca di senso, di
significato affettivo, relazionale, comunicativo e cognitivo. E’ azione
educativa mirata all’incremento di personalità ed alla crescita della
persona. Come tutti gli interventi
terapeutici, la Pet-Therapy diventa strumento educativo nelle mani
dell’educatore. Permettere a quest’ultimo di
gestire il cane secondo le finalità, il contesto, gli obiettivi prefissati
garantisce un salto di qualità nell’intervento educativo sulla persona. La disabilità intellettiva, a
differenza di quella sensoriale dove la persona è autosufficiente nella
gestione del cane, richiede un approccio completamente diverso. Nel disabile
intellettivo è messo in discussione il livello di coscienza di sé, le ridotte
capacità di decodifica della realtà esterna, le scarse o nulle autonomie, le
difficoltà motorie, di respirazione, neuro-funzionali, epilettogene,
sensoriali, cognitive e di coordinamento generale. Il deficit si delinea come
danno alle aree sottocorticali o come alterazione cromosomica o genetica. Fondamentale,
nel lavoro educativo con questo tipo di deficit, è uno strumento di
attivazione che garantisca un alto livello di motivazione che dura nel tempo
e che può essere mantenuto in autonomia dall’utente; sia dal punto di
vista emotivo (l’emozione nasce autonomamente dal desiderio e non dallo
stimolo esterno dell’educatore), sia dal punto di vista pratico (l’utente
riesce a gestire direttamente con il minimo di assistenza esterna e con
intenzionalità). La complessità dei deficit
impone un continuo ripensamento dei livelli d’addestramento del cane in un
analisi particolareggiata e attenta dell’interazione; ogni volta che un
utente raggiunge un obiettivo è sempre necessario modificare il comportamento
del cane. Il rapporto di autonomia uno a
uno tra cane e utente prevede sempre una presenza dell’educatore o del
famigliare sullo sfondo, a seconda del bisogno specifico. Non è sempre
possibile avere un rapporto uno ad uno, ma è speso una relazione a tre: cane,
utente e educatore/conduttore o familiare. Quest’aspetto è fondamentale
poiché anche la completa presa in carico del cane richiede sempre il
controllo a distanza da parte dell’educatore. Nella relazione a tre la
dinamica è in continuo movimento e l’interazione uno ad uno deve sempre
essere veicolata o sorvegliata. Il cane è mezzo, mediatore, strumento,
elemento motivante per raggiungere gli obiettivi espressi sempre nei termini
d’incremento di sviluppo umano. I risultati ottenuti nella
sperimentazione presentano un netto miglioramento delle capacità complessive
degli utenti coinvolti. Ogni ragazzo non solo ha raggiunto gli obiettivi
prefissati, ma i progetti ipotizzati sono stati ampiamente superati. I miglioramenti descritti nel presente
lavoro hanno una base comune: l’elemento motivante rappresentato dal cane che
diventa la chiave per leggere i risultati raggiunti. Ogni
esperienza motivante genera emozioni che si trasformano in sentimenti. Le
emozioni positive sono funzioni biologiche che permettono la sopravvivenza,
mentre i sentimenti sono il prodotto della coscienza, etichette soggettive
che l’uomo attribuisce alle emozioni inconsce. La sede delle emozioni è l’amigdala,
una piccola mandorla che si trova al centro del sistema limbico, organo
principale per l’attivazione dei meccanismi emotivi positivi e negativi. L’amigdala interferisce
direttamente sulla corteccia creando un circuito dove essa è in grado di
influenzare le aree corticali dove sono elaborati gli stimoli che l’hanno
attivata; l’influenza di ritorno sulle aree sensoriali della corteccia è
maggiore dell’influenza di queste sull’amigdala. Quest’ultima ha una serie di
connessioni che permettono l’attivazione di memoria di lavoro, ricordi a
lungo e a breve termine, influenzando l’attenzione e la percezione. L’altra influenza si ha
nell’eccitazione delle cellule della corteccia, che vengono rese
particolarmente ricettive ai segnali in entrata. Questo provoca un aumento
dell’attenzione, della percezione, della memoria, della capacità di
risoluzione dei problemi e un miglioramento delle funzioni motorie e di
coordinamento sensoriale. Questa spiegazione di carattere neurologico ci
permette di capire quali siano i meccanismi che scattano ogni qualvolta si
propone all’utente un contesto fortemente motivante e comprendere come, pur
in un quadro di disabilità intellettiva grave, i risultati ottenuti dalla
nostra sperimentazione siano giustificati nella loro origine. Il contesto motivante ed emotivamente coinvolgente del cane crea una situazione di stimolo positivo che attiva l’utente permettendogli alti livelli di prestazione e l’utilizzo delle capacità residue. E’ ormai ampiamente accertato che un’esperienza gratificante e coinvolgente ha l’effetto di aumentare l’area della corteccia intellettiva interessata. Negli studi più recenti è stato
ampiamente dimostrato come un’emozione negativa provochi ansia, chiusura,
rapimento intellettivo; mentre un’attività molto stimolante e affettivamente
coinvolgente crei emozioni positive, permettendo l’attivazione dei livelli
corticali e neuro funzionali. Per chi lavora quotidianamente con la cronicità diventa una sfida costante motivare gli utenti alle attività che quotidianamente sono proposte. La Pet-Therapy svolta con il cane quale mediatore educativo si dimostra uno strumento valido nella motivazione, nel raggiungimento degli obiettivi prefissati e nell’incremento di sviluppo della persona affetta da deficit intellettivo. |
||
|
Autori: Angelo
Luigi Sangalli:
vedi profilo torna indietro Marco
Defranceschi:
educatore professionale responsabile del servizio di Pet-Therapy torna indietro Erika
Michielin: educatore dell’ANFFAS di Trento torna
indietro |
copyright © Educare.it - Anno II, Numero 1, Dicembre 2001.