| L'eredità
pedagogica del Novecento ha molte facce. Ne scelgo alcune tra quelle
che mi sembrano più "promettenti". Ovviamente la scelta muove
da presupposti impliciti, centrati cioè su una certa teoria
e pedagogia della scuola che ho in testa e che regola lo sviluppo
della mia riflessione.
Delle
lezioni del Novecento pedagogico che cosa mettere nella nostra bisaccia
di operatori scolastici all'inizio del Millennio? La figura della
bisaccia suggerisce l'immagine del viandante, che per affrontare
un viaggio impegnativo deve selezionare con cura il corredo necessario.
Quindi occorre capacità di discernimento. Bisogna scegliere
solo ciò che veramente serve. Ma, in un certo senso, prima
ancora della scelta dei prodotti è necessario fare leva sugli
atteggiamenti.
Nel
trapasso di millennio all'insegnante è richiesta un'attitudine
pellegrinale, cioè la voglia di camminare in modo sciolto
e disponibile dentro il cambiamento (sempre più accelerato),
portando con sé l'essenziale. Qui sorge subito una domanda,
alla quale ciascuno é invitato a rispondere: che cosa
è per me l'essenziale, professionalmente parlando? Segue
immediatamente un'altra questione preliminare. Ogni cammino suppone
un orientamento, una meta alla quale tendere. Ebbene, qual è
la meta, che orienta e guida il mio impegno di professionista della
scuola?
Il
soggetto che apprende.
La
più matura riflessione ed esperienza scolastica del Novecento
ruota attorno al problema del baricentro. Qual è il
perno, l'asse portante di tutto il sistema-scuola e dell'intera
esperienza che vi si conduce? La risposta, pur diversificata, trova
convergenza nell'idea del soggetto che apprende. Sembra acquisizione
ovvia, ma ovvia non lo è stata per molto tempo. In questo
senso, per indicare la nuova consapevolezza si scomoda una formula
ardita: si parla di "rivoluzione copernicana". L'avvertenza è
di evitare una sorta di corto circuito, enfatizzando il "che apprende"
a scapito della nozione di "soggetto". Occorre invece tenere insieme
la formula. E certo che ponendo il soggetto al centro dell'"impresa"
scolastica diventa tutto più complesso (ma anche più
affascinante): non si ha a che fare solo con le strategie di apprendimento,
pur fondamentali, ma, in connessione con esse, l'orizzonte si apre
ai vissuti, ai bisogni, alle aspettative, ai significati.
Oltre gli "ismi".
Una seconda lezione pedagogico-scolastica
ci consegna il Novecento: la scuola, per essere degna delta sua
funzione promozionale, ha da vincere la sindrome degli "ismi".
Alludo a tutte le forme di riduzionismo o di unilateralità
che fanno perdere di vista il senso dell'intero e dell'equilibrio
a cui deve soggiacere l'attività scolastica. Ci sono pagine
celebri che prendono di mira questi limiti. Maritain, in Educazione
al bivio, mette in guardia dai rischi dell'intellettualismo,
del pragmatismo, del volontarismo, del sociologismo ecc. Possiamo
compiere un utile esercizio: primo, domandarci se la denuncia maritainiana,
dopo più di mezzo secolo, mantiene ancora in toto
o in parte la sua validità; secondo, mettere a fuoco gli
eventuali nuovi "ismi" con i quali la scuola di oggi (e di domani)
deve fare i conti.
Educazione integrale.
La critica alle varie forme di riduzionismo è
solo la pars destruens di un discorso più ampio, la
cui pars construens sfocia nella rivendicazione del rispetto
e della tutela dell"'intero". Ancora Maritain ha tradotto quest'istanza
con la categoria dell'integralità. Educazione integrale
è la formula da lui impiegata per esprimere l'esigenza
di considerare sempre, in campo educativo, la totalità delle
dimensioni e dei compiti di sviluppo del soggetto. Tutta la pedagogia
di matrice cattolica ha fatto di questa formula maritainiana una
sorta di cavallo di battaglia (anche la scuola cattolica ha sempre
parlato di educazione integrale, ma non è detto che l'abbia
realmente promossa). Gramsci, pur partendo da un'antropologia molto
diversa, sottolinea un'esigenza analoga, parlando di onnilateralità.
Mi preme inoltre aggiungere che quest'esigenza pedagogica dell'integralità
ha padri nobili ben prima del Novecento. Ne ricordo uno: Pestalozzi,
con la sua trilogia "mente, cuore, mano". Chiudo su questo punto
sollevando un interrogativo: alla scuola compete davvero un programma
di educazione integrale? Se sì, in che senso? Con quali
specificità rispetto ad altre agenzie educative?
Educare con la cultura.
Il problema non può essere sbrigativamente
liquidato. La vicenda pedagogico-scolastica del Novecento ci consegna
anche questo nodo problematico, che nel dibattito più recente
è stato sintetizzato (e banalizzato?) intorno alla bipolarità
istruire e/o educare. "Istruzionisti" e "educazionisti" si
sono dati battaglia, con discorsi sovente pre-giudicati da motivi
ideologici. Una pista di approfondimento, per cercare di uscire
da una querelle sovente accademica e improduttiva mi sembra
quella di identificare il modo specifico della scuola di
essere/svolgere educazione (Damiano). Tra le molte sottolineature
che si possono indicare in proposito, mi sembra di dover precisare
che la scuola si caratterizza come istituzione per l'assimilazione
sistematica e critica della cultura, però -aggiungo- in una
prospettiva di educazione integrale.
Una cultura educativa.
Il riferimento alla cultura come oggetto/contenuto
specifico del fare scuola rinvia a questioni antiche e nuove. Sempre
il Novecento ci tramanda un'altra celebre querelle: da un
lato la cultura umanistica, dall'altro quella scientifica, con tutta
la (sterile) polemica conseguente fra classicisti e "moderni". Oggi,
il clima si è stemperato e certe unilateralità del
passato sono meno presenti. Sul piano però del rapporto
scuola-cultura i problemi, in un certo senso, si sono moltiplicati.
Ne è prova la complessità dell'operazione di elaborare
curricoli all'altezza delle sfide socio-culturali odierne. La questione
attraversa tutta la ricerca pedagogico-scolastica più avvertita
del secolo scorso, ma in un'epoca come la nostra, segnata da un'incredibile
accelerazione/obsolescenza delle conoscenze e dalla rivoluzione
informatico-comunicativa, assume rilievo inedito. Tutto il recente
dibattito su sapere e saperi, sul loro diritto di cittadinanza scolastica,
sui criteri di selezione ecc. è li a testimoniarlo. Resta
un'avvertenza da avere ben presente (e anche questa, ci viene dalla
migliore pedagogia novecentesca): che nella scuola la cultura
deve essere educativa, cioè in funzione del processo
di sviluppo intellettuale, morale, sociale del soggetto.
Scuola e società.
Sin qui il discorso si è svolto prevalentemente
considerando la scuola dal di dentro, occorre ora puntare l'obiettivo
sulle relazioni con l'esterno. Scuola e società
costituisce un tema di singolare rilevanza nel dibattito del
Novecento. Ovviamente le risposte fornite sono state molteplici
(e mi esimo dall'elencarle). Esprimo solo un rammarico: che in un
tempo di forte omologazione come l'attuale, d'incontrastato trionfo
del dio mercato sia venuta meno la capacità d'interrogarci
su una questione di fondo che ha appassionato più d'una generazione
nel secondo dopoguerra e che nella vibrante stagione degli anni
Sessanta e Settanta ruotava intorno alla domanda radicale "Quale
scuola, per quale società?". A questo (impertinente?)
interrogativo si addice una risposta molto articolata. Cerco di
sintetizzarla intorno a tre principi programmatici, che -penso-
possano prestarsi al dibattito: il principio costituzionale (la
nostra scuola è in funzione del modello di società
personalistico-solidaristica tratteggiato dalla Costituzione repubblicana);
il principio democratico (rinvio alle pagine di Dewey, che
con lodevole tenacia, per decenni, ha proposto un modello scolastico
non autoreferenziale, ma aperto alla progressiva edificazione di
un cittadino e di una comunità civile democratica); il principio
solidaristico (dischiude una serie di questioni, consolidate
e no, che ci interpellano da vicino, come la cura dei soggetti svantaggiati
socio-culturalmente e disabili, l'apertura in prospettiva interculturale).
Scuola come comunità.
Srge a questo punto la necessità di una
precisazione. La scuola in tanto riuscirà proficua per lo
sviluppo democratico della società, in quanto, al suo interno,
pratica la democrazia. Anche questa tesi poggia su una ricca tradizione
pedagogica: quella, appunto, delle forme dirette di coinvolgimento
degli alunni in pratiche di gestione democratica della classe. Ma
nell'esperienza scolastica del secolo scorso si è fatto un
passo in avanti pedagogicamente ancora più impegnativo, allorché
si è giunti a teorizzare l'idea della scuola come comunità.
L'idea di comunità -lo sappiamo- è più
coinvolgente, più "calda" di quella di società. Prospettare
una scuola-comunità significa allora non limitarsi alla cura
dell'esercizio formalmente corretto della democrazia interna, ma
chiamare in gioco la qualità dei rapporti e delle interazioni
personali. La Read ha suggestivamente parlato di "vivaio di relazioni
umane". L'immagine evoca un progetto di scuola "difficile", però
stimolante, dove cioè tutti i protagonisti (dirigenti, insegnanti,
alunni, genitori) sono interpellati a mettersi in gioco, al di là
dei rispettivi ruoli, come persone. Nella scuola dell'autonomia
si presta dovuta cura a questo aspetto decisivo del problema?
O si è troppo concentrati sulla "cornice" da sistemare,
al punto da perdere di vista il "quadro"?
Una relazione per crescere.
L'accenno al problema delle relazioni intra-scolastiche
rinvia, inevitabilmente, alla relazione per antonomasia:
quella fra insegnante e alunno. È uno dei temi
ricorrenti nella trattatistica pedagogica del Novecento. Battaglie
e polemiche di altri tempi. Ma la sostanza dei problemi (cioè
il senso e la qualità del rapporto) restano. Oggi parliamo
di asimmetria di questo rapporto (pensando di dire una cosa
intelligente!). E siamo ipersensibili su due fronti: la preoccupazione
di non orientare, che a volte giustifichiamo in nome della laicità
o del rispetto della libertà del minore (ma forse converrebbe
essere più onesti e precisare -a noi stessi, innanzitutto-
che la scelta astensionistica deriva piuttosto dal fatto che non
siamo noi adulti orientati); la lettura del rapporto educativo in
chiave psicologica, relativa cioè alle condizioni di una
corretta comunicazione (il che è una bella cosa, ma non tocca
la radice del problema, di natura etico-valoriale). Possiamo introdurre
le migliori riforme organizzativo-strutturali della scuola, ma
se dimentichiamo che intorno al problema del rapporto insegnante-alunno
si gioca una delle sfide decisive per la qualità (vera)
dell'esperienza scolastica, non si va molto lontano.
Allora conviene ritornare ancora a don Milani.
Nella sua Lettera, a un certo punto si legge: "Cercasi un
fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo
null'altro che d'essere uomo. Cioè che vada bene per credenti
e atei. Il priore me l'ha imposto fin da quando avevo undici anni
e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto
per minuto perché studiavo".
Ecco, anche il mio sogno per la nostra scuola del
2000 è proprio questo: che ogni ragazzo possa, prima o poi,
arrivare finalmente a scoprire "minuto per minuto" il motivo profondo
della sua quotidiana ricerca culturale e, tramite essa, gettare
chiara luce sul suo cammino di uomo. |