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Il Parlamento ha finalmente approvato la legge quadro di riforma del sistema di istruzione e formazione, ed ora al ministro spetta l’emanazione dei decreti delegati attuativi. Staremo a vedere quando e come provvederà, tenendo presente che ogni decreto dovrà avere la necessaria copertura finanziaria.
Qui ci interessa proporre alcune riflessioni riguardanti quella che potremmo chiamare la ‘filosofia’ del progetto Moratti.
Ci sembra che si possano evidenziare alcuni spostamenti piuttosto significativi, rispetto alle linee pedagogiche che hanno orientato, anche nel recente passato, l’innovazione educativa e didattica.
Unitarietà
vs Specializzazione
Dalle
esperienze delle ‘classi aperte’, sviluppatasi negli anni ’70, fino alla
organizzazione per ‘gruppi docenti’ prevista dalla riforma degli Ordinamenti
della scuola elementare del 1990, si è
andata consolidando l’idea che la responsabilità educativa e didattica nei
confronti della classe debba essere condivisa da tutti gli insegnanti che, in
qualche modo, sono impegnati con gli stessi alunni, a prescindere perfino dal
loro carico orario. L’esempio più eloquente è quello dell’insegnante di
sostegno, che viene considerato con-titolare, anche se, rispetto ai colleghi,
presta in classe un limitato numero di ore. La contitolarità, prima di ogni
altro significato amministrativo o giuridico, ha un significato pedagogico,
implicando la corresponsabilità. Viene sentito importante superare il vincolo
della ‘appartenenza’ (la ‘mia’ classe, i ‘miei’ genitori), e quindi
l’esclusività di un rapporto, in favore di una integrazione delle diverse
competenze umane e professionali e un comune impegno. L’unitarietà si esprime
a diversi livelli: pedagogico, metodologico, didattico, relazionale. E’
un’impresa difficile, ma fa crescere chi vi si impegna. Inoltre, per gli
alunni rappresenta un arricchimento dell’esperienza, offrendo diversi modelli
con i quali interagire, e creando una varietà di rapporti che finisce anche per
tutelarli, nei casi non rari nei quali l’interazione con un solo insegnante
non sia delle migliori.
Una
organizzazione di questo tipo consente agli insegnanti di specializzarsi in
ambiti disciplinari specifici, e li fa uscire da una condizione di
‘tuttologi’ sentita sempre più come inadeguata. Una spinta in questa
direzione viene offerta dai programmi del 1985, che sono molto impegnativi sul
piano culturale e chiedono una attrezzatura professionale robusta, ben diversa
da quella semplicemente orientata ad insegnare a leggere, scrivere e far di
conto.
Non
tutti condividono il modello del gruppo docente, né tutti possono attuarlo, pur
condividendolo, perché non hanno a disposizione le risorse necessarie. Ma
nessuno è obbligato. Chi non vuole, o non può, può regolarsi diversamente. In
molte scuole non statali la mancanza di risorse ha portato a consolidare un
altro modello, quello chiamato ‘stellare’, che prevede un insegnante
prevalente e alcuni ‘specialisti’, che insegnano generalmente la lingua
inglese, l’educazione motoria e quella musicale.
La riforma Moratti
si muove verso questa seconda direzione, che è certamente la più
economica, ma che a noi pare un arretramento, tanto sul piano della
qualità professionale, quanto sul piano pedagogico. Sul piano professionale
restituisce l’insegnante al ruolo di ‘tuttologo’, avviando un processo
di dequalificazione. Sul piano pedagogico introduce, di fatto, una
gerarchia nel gruppo degli insegnanti che costituiscono l’equipe,
perché il ruolo del tutor appare
caricato di una responsabilità che dovrebbe, al contrario,
essere responsabilità condivisa. Con due conseguenze prevedibili:
la conflittualità con i colleghi, la loro deresponsabilizzazione.
Appartenenza
vs Gruppi Funzionali
Una buona scuola ha, tra i suoi requisiti,anche quello della flessibilità
organizzativa. La flessibilità
nasce dall’esigenza di consentire opportunità differenziate di apprendimento,
che tengano conto delle differenze individuali ed anche, almeno entro un certo
limite, dei diversificati interessi degli alunni. Il gruppo-classe resta, però,
un punto di riferimento stabile, una condizione e un obiettivo insieme.
Condizione, perché solo la stabilità delle relazioni garantisce lo svolgimento
di un discorso educativo; obiettivo, perché, come è stato spesso ripetuto,
‘gruppo classe si diventa’.
L’attuale
impostazione non prevede esplicitamente l’abolizione della classe, ma ne
ridimensiona fortemente il significato. La preoccupazione prioritaria è quella
del raggiungimento degli obiettivi formativi, cioè personalizzati quanto più
possibile. L’ideale sembrerebbe essere quello di una scuola capace di
progettare tanti percorsi quanti sono gli alunni. Che male c’è, in questa
intenzione? Non si è forse sempre affermato che l’insegnamento deve essere
‘su misura’? La tensione alla cosiddetta ‘personalizzazione’ dei piani
di studio viene presentata come il fiore all’occhiello di una riforma che non
sarebbe giusto, come fanno i detrattori, considerare ‘selettiva’ e
discriminante.
Noi,
però, non siamo convinti del tipo di personalizzazione proposto. Ci sembra,
piuttosto, che la considerazione sia tutta focalizzata sui singoli, e sulla loro
capacità o meno di raggiungere gli obiettivi previsti. Il raggiungimento degli
obiettivi è il segno della qualità della scuola, della sua produttività. Gli
obiettivi vanno definiti tenendo conto dei prerequisiti e, in un certo senso,
anche delle richieste avanzate da alunni e famiglie. Il contesto sociale resta
sfocato. Anche il ricorso ai gruppi, se prevale la logica degli obiettivi da
raggiungere, rischia di risultare strumentale. Non siamo, per principio,
contrari ai gruppi di livello, ma vanno utilizzati con grande saggezza educativa
e, all’interno di modalità varie di apprendimento collaborativo. Soprattutto,
il lavorare in gruppo, il negoziare con gli altri i significati, la discussione,
la ricerca insieme, dovrebbero caratterizzare un ambiente educativo di
apprendimento nel quale i percorsi e le relazioni siano considerati non meno
importanti dei risultati previsti come conclusivi delle unità di apprendimento.
Temiamo una scuola ‘alla carta’, dove la personalizzazione somiglia a quella
dell’automobile, optional tra i quali scegliere, non tutti egualmente utili e
che non tutti possono acquistare. L’espressione ‘personalizzazione’ è
bella e ambigua insieme. Bella, se richiama alla ‘persona’, che è,
costitutivamente, ‘in relazione’; ambigua, se incoraggia una concezione
individualistica e consumistica dell’apprendimento.
Tempi
distesi vs accelerazione
Uno degli aspetti che più ha
fatto discutere della riforma Moratti è il suo orientamento anticipatorio: i
bambini possono iscriversi alla scuola dell’infanzia a due anni e mezzo, alla
scuola primaria a cinque anni e mezzo, e, se lo desiderano, i dodici/tredicenni
(o le loro famiglie) possono iscriversi alla formazione professionale. Anche in
questo caso siamo in contro tendenza rispetto agli orientamenti finora seguiti.
Una visione produttivistica sostituisce la pedagogia dell’accompagnamento, dei
tempi distesi e dell’orientamento progressivo e differito al biennio della
scuola secondaria. In discussione non è se il bambino di cinque anni sia in
grado di imparare a leggere, scrivere e far di conto e il preadolescente un
mestiere: la risposta è evidentemente affermativa. In discussione, ancora una
volta, è la qualità del percorso di sviluppo personale, di costruzione
dell’identità, di conquista degli alfabeti di base non solo strumentali, ma
relazionali e culturali. Più gli obiettivi sono complessi, più è
indispensabile avere tempo a disposizione.
Complessità
vs semplificazione
E.
Morin, di fronte al volto della nostra attuale società, afferma la necessità
di sostituire il paradigma della semplificazione con quello della complessità.
Il paradigma della semplificazione, che si è sviluppato a partire da Cartesio,
utilizzando il principio dell’analisi e della distinzione come strumenti di
comprensione del reale, non è più adeguato a fare fronte alla complessità
esplosiva dei nostri tempi. Adottare la complessità come nuovo paradigma
comporta riaffermare il primato della sintesi e intraprendere la strada della
ricomposizione unitaria, dotandosi di un pensiero strategico, aperto,
investigativo. Non si può procedere oltre a distinguere, dividere,
parcellizzare.
A
noi sembra che, con grave anacronismo culturale, la riforma Moratti non sappia
imboccare questa strada, ma riproponga una visione atomizzata del sapere, ben
espressa dalla miriade di obiettivi prescrittivi (!) che affollano le
‘Indicazioni’ che i suoi esperti hanno messo a punto. La funzionalità
lineare che caratterizza il disegno riformatore a noi pare un grave limite
culturale. Il pensiero semplice, chiaro e distinto, la realtà ben organizzata
delle conoscenze, di qua il sapere liceale e di là quello professionale, ci
appaiono utensili culturali spuntati e destinati ad apparire ben presto
deludenti.
Comunità
vs fabbrica
Per descrivere l’itinerario, secondo noi a ritroso, che la riforma Moratti ci sta proponendo possiamo usare la metafora della comunità contrapposta a quella della fabbrica.
La scuola-comunità è un ambiente educativo di apprendimento nel quale le attività non sono organizzate né dalla logica burocratica (gli insegnanti sono gli impiegati, gli alunni le loro ‘pratiche da sbrigare’), né da quella produttivistica, descrivibile in termini di obiettivi, standard, livelli, controlli. La scuola-fabbrica, di stampo
protoindustriale, è regolata dalla ricerca esasperata dell’efficacia e dell’efficienza, incoraggia il cottimo, conta il tempo e premia l’accelerazione.
La scuola fabbrica produce e riproduce, non innova e non si rinnova. E’ abitata da individui, è divisa in ruoli, è governata da regole e da mansioni. Andare in questa direzione non è, ci sembra, una bella prospettiva.
Per fortuna non è inevitabile. Con più fatica, ma si può anche andare contro corrente, se la meta lo giustifica. Dipende, molto, da ciascuno di noi. Scrive Thomas J. Sergiovanni: “Conta soprattutto ciò che la comunità condivide insieme, ciò in cui la comunità crede insieme, e ciò che la comunità vuole realizzare insieme. E questa struttura di idee condivise, questa comunità di pensiero, diventa la fonte primaria di ciò che le persone fanno. I capi di istituto e gli insegnanti inseguono insieme lo stesso sogno e sono impegnati a
realizzarlo”(1).
Note:
(1) T.J. Sergiovanni, Costruire comunità nelle scuole, LAS, Roma 2000, p. 139.
Autore:
Italo Fiorin è Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione e Direttore responsabile di Anthropos Educazione, rivista dell'Associazione Insegnanti
Progetto Anthropos. E' docente di didattica generale dell'Università di Messina e dell'Università Cattolica di Brescia.
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