Molte
sono le classi disgregate e con pesanti problematiche relazionali;
tanti sono i bambini che trovano nei rapporti con i loro compagni
un ostacolo, piuttosto che un aiuto alla loro crescita. Ma non
ci sono classi cattive. All'inizio i bambini di una classe sono
solo un 'aggregato', non un gruppo. Con il tempo le relazioni
tra loro si strutturano: il problema è la qualità
del risultato.
Ogni
classe ha una propria fisionomia, non statica, ma continuamente
in divenire. A determinarla concorrono molti elementi interdipendenti
che influiscono sulla qualità del clima relazionale. La
coesione del gruppo, la positività delle relazioni all'interno
della classe non sono un punto di partenza, ma un obiettivo al
quale continuamente tendere.
La
coesione del gruppo-classe, la positiva relazionalità che
s'instaura al suo interno non è perciò frutto del
'caso', certamente incidono alcune variabili costitutive (rapporto
maschi/femmine, scolarizzazione pregressa, maturità dei
singoli...), ma il contributo determinante lo danno gli insegnanti
con il loro modo d'intendere e di vivere l'esperienza scolastica.
Un
cerchio per riflettere
Ogni
elemento che caratterizza la vita concreta della scuola ha un
peso, in positivo o in negativo, e costituisce una risorsa oppure
diventa un vincolo. Per aiutare a cogliere le influenze dei vari
elementi sulla promozione della personalità degli alunni
e sulla coesione del gruppo-classe (come di qualsiasi raggruppamento
di alunni che si utilizza per l'attività didattica) ho
costruito un 'modello', la cui lettura ha lo scopo di facilitare
l'analisi senza perdere di vista l'insieme(1).
La
parte centrale del cerchio riporta il fine già evidenziato
(promuovere la personalità dell'alunno), rispetto al quale
la costruzione della coesione del gruppo di lavoro dei bambini
ha una funzione strumentale, ma al tempo stesso ineludibile. Entrambe
queste dimensioni pervadono l'intera esperienza scolastica divenendone
il riferimento per individuare i parametri di qualità di
ogni singolo momento, relazione o attività.
La
qualità non esiste infatti in astratto, ma dipende dai
riferimenti, dai fini che ci si è posti. Il cerchio è
poi suddiviso in settori circolari, ognuno dei quali individua
diversi aspetti che costituiscono la vita scolastica. L'averne
individuati sei risponde ad un criterio di rilevanza, ma anche
di semplificazione. Ogni settore ha al suo interno una direzionalità
centripeta ed una centrifuga. La prima individua gli elementi
che favoriscono il raggiungimento del centro del modello (coesione
del gruppo e personalizzazione del singolo) e quindi costituisce
la direzione che individua la qualità, mentre la seconda
ne indica l'allontanamento e quindi la problematicità.

Esplicito
ed implicito
Gli
aspetti individuati dai settori circolari cercano di evidenziare
come la qualità dell'esperienza scolastica sia in relazione
ad un'idea di scuola che ne individua i fini, senza che, rispetto
ad essi, sia concessa neutralità. Ogni scelta, in qualsiasi
settore si collochi, è portatrice di una intenzionalità
ed esprime una direzionalità centripeta o centrifuga. Questo
vale tanto per il curricolo esplicito, quanto per quello implicito.
Giustamente
si presta attenzione al curricolo esplicito costituito dalle programmazioni
disciplinari, ma altrettanta attenzione, se non di più,
dovrebbe essere posta alle dimensioni implicite del curricolo
perché sono proprio queste ad incidere pesantemente sul
clima relazionale. Purtroppo queste spesso rimangono implicite,
su di esse nemmeno ci si confronta nel gruppo docente rendendo
così impossibile una coerenza degli interventi; talvolta
non vengono nemmeno riconosciute come rilevanti per la propria
professionalità. Eppure il come si insegna è forse
più importante del cosa si insegna, perché costituisce
la condizione principale perché negli allievi si realizzi
un apprendimento significativo(2).
Non
è facile trovare e mantenere il punto di equilibrio tra
la dimensione dell'efficienza e quella dell'affettività
nella conduzione della quotidiana esperienza scolastica. Certamente
una senza l'altra non può stare, poiché se la prima
fa riferimento al contenuto delle relazioni che si vengono ad
instaurare nel gruppo-classe, la seconda rimanda alla loro modalità.
Se vuole essere efficace, l'azione didattica deve perciò
curare sia la dimensione del contenuto che quella relazionale.
Sia
che si parli di scelta dei contenuti, dei metodi didattici, di
modalità di programmazione, di progetti specifici, ma anche
di stile relazionale dell'insegnante e di tutto ciò che
rientra nelle condizioni di esercizio, nel contesto (spazi, tempi,
risorse, disposizione banchi, raggruppamento degli alunni...).Tutto
conta.
Costruire
significati
La
coesione del gruppo-classe (come di ogni altra aggregazione anche
temporanea di alunni) non è perciò né un
punto di partenza, né una tappa naturale, costituisce invece
un obiettivo che deve essere intenzionalmente perseguito. Rispetto
al compito di far maturare nella classe quel clima che garantisca
ai suoi componenti il massimo di sviluppo umano possibile, qual
è il compito degli insegnanti? Quale intenzionalità
li deve guidare?
Intanto
si tratta di prendere consapevolezza che l'instaurare una positiva
intersoggettività costituisce l'obiettivo e la condizione
perché ci sia effettiva formazione, sia culturale che personale.
Ogni azione dell'insegnante dovrebbe contenere questo 'valore
aggiunto'; ogni azione dovrebbe perciò avere, al di là
del suo obiettivo specifico, un effetto positivo sulla dinamica
relazionale del gruppo, tanto che la valutazione del suo impatto
sul clima sociale della classe costituisce certamente un indicatore
utile per definirne la validità.
Si
tratta di superare un certo 'fatalismo' riguardo alla dimensione
socio-affettiva dell'esperienza scolastica, per inserire anch'essa
in un orizzonte di progettualità che appartiene all'azione
del gruppo docente. Non ci sono classi 'buone' o 'cattive' in
sé; ci saranno condizioni favorevoli (composizione della
classe, stabilità degli insegnanti...) ed altre che creano
difficoltà, ma la vera differenza la fa la consapevolezza
che tutte le decisioni inerenti la modalità di regolare
la vita della classe incidono in modo determinante sulla qualità
del clima relazionale della classe. Occorre perciò creare
intenzionalmente le condizioni perché i membri della classe
possano interagire secondo strutture comunicative che facilitano
la partecipazione di tutti, il rispetto e l'accettazione reciproca'.
Una
prospettiva olistica
A
scuola però i bambini vanno per imparare. Cosa ha a che
fare tutto questo con l'apprendimento? Infatti è opinione
comune che i bambini vadano a scuola per imparare e, mentre fanno
questo, instaurino relazioni con gli adulti, con gli altri bambini,
crescano maturando una propria immagine di sé. In realtà
vanno ribaltati i termini che formano questa opinione: a scuola
i bambini vivono, instaurano relazioni con se stessi e con gli
altri, e, mentre fanno questo, apprendono. Non è la stessa
cosa; è un'altra prospettiva.
L'apprendimento
che i bambini realizzano dipende infatti dalla qualità
che la dimensione socio-affettiva assume all'interno dell'esperienza
scolastica. Se un bambino si sente accolto e incoraggiato dagli
insegnanti, integrato e valorizzato nel gruppo dei compagni, in
grado di affrontare con fiducia e possibilità di successo
i compiti di apprendimento che gli vengono proposti, allora è
nella condizione per sviluppare al meglio anche la propria dimensione
cognitiva.
Non
si tratta di un 'prima' e un 'dopo' temporale, ma di una preoccupazione
dell'adulto che determina una scala di priorità e di attenzioni:
il fine è promuovere la personalità dell'alunno,
di ogni bambino, nelle sue dimensioni affettiva, sociale e cognitiva;
le discipline sono i mezzi che la scuola ha a disposizione per
svolgere questo suo compito educativo.
Le
ricerche sulle pluralità delle intelligenze, sui diversi
stili cognitivi, sull'intelligenza emotiva hanno messo in evidenza,
in questi ultimi anni, l'importanza del contesto sociale, dell'interazione
interpersonale e dei fattori emotivi e affettivi rispetto all'apprendimento,
ravvisando 'la necessità di riportare il focus dell'attenzione
su quello che viene chiamato l'apprendimento olistico, cioè
l'integrazione degli aspetti intellettivi, sociali e emotivi dell'apprendimento
degli studenti.'(3)
Si
tratta di una prospettiva dirompente, perché spinge a riconoscere
l'importanza di superare una visione sommatoria e frammentata
della persona e del processo di apprendimento, interrogando la
stessa idea di scuola che guida l'azione degli insegnanti. Le
implicazioni si collocano a diversi livelli:
-
l'attenzione al singolo alunno non è un optional, sia sul
versante del riconoscimento delle sue potenzialità, sia
su quello dell'accettazione-incoraggiamento da parte dell'adulto;
-
l'organizzazione dell'azione d'insegnamento deve prevedere una
diversità di approcci per offrire ad ogni alunno esperienze
di successo; il clima relazionale ed educativo della classe e
della scuola costituiscono una variabile strategica per garantire
il successo formativo ad ogni alunno;
-
il riconoscimento delle dimensioni imprescindibili di una prospettiva
olistica comportano un lavoro per definire degli obiettivi coerenti
e riferiti a tutte le dimensioni, e non puramente limitati ad
aspetti strumentali.
Una
prospettiva olistica dell'apprendimento ci rimanda alla complessità
dell'esperienza scolastica, dove tutto conta perché niente
può essere ritenuto estraneo alla relazione educativa (4).
Note:
(1) Questo modello si trova sviluppato in: Claudio Girelli,
Costruire il gruppo. La dimensione socio-affettiva nell'esperienza scolastica, Brescia, Editrice La Scuola, 1999.
(2) Al riguardo si veda l'articolo 'L'apprendimento significativo' nel numero 1 della rivista dell'Associazione Insegnanti Progetto Anthropos 'Anthropos-educazione', autunno 1999, pp.5-8.
(3) Mario Dutto, in Luigi Tuffanelli (a cura di),
Intelligenze, emozioni e apprendimenti. Le diversità nell'interazione formativa,
Trento, Erickson, 1999, p.17.
(4) Un contributo interessante a cogliere la relazione educativa in tutta la sua complessità è offerto dal fondamentale testo di Herbert Franta, Anna Rita Colasanti,
L'arte dell'incoraggiamento. Insegnamento e personalità degli allievi, Roma, NIS (ora
Carocci), 1991. |