| Un
giovane Nanni Moretti si chiedeva, in Ecce Bombo, se si nota di
più l’assenza o una presenza discreta. Lasciare il posto
vuoto oppure sistemarsi a ridosso di un muro, accomunando le due
opzioni nella stessa, ostinata, voglia di farsi notare distinguendosi,
ricavando la propria identità pubblica, come fanno gli scultori,
per sottrazione? È un moto di diniego verso il presenzialismo
di massa che non può, agli occhi del pedagogista critico,
che segnalare la persistenza di spazi di soggettività non
ancora colonizzati. Nelle scuole superiori il fenomeno della presenza-assenza
è di particolare interesse, perché vi convogliano
diversi nodi cruciali. Innanzitutto si è di fronte a un tipico
cono d’ombra: la pedagogia ufficiale, come una coperta corta, lascia
scoperti lembi di processi formativi da cui è possibile intravedere
un’altra realtà. O meglio, si è davanti a un varco
che consente di cogliere ciò che la struttura formale e irreggimentata
tende ad occultare: crepe e fessure rivelano, come nell’analisi
del geologo, la stabilità del tutto, esattamente come quei
solchi nei volti dei contadini, che raccontano di anni trascorsi
tra polvere e sole molto meglio di quanto possano fare le pelli
plastificate che piacciono alle riviste di moda.
Il
pedagogista critico deve avere la curiosità, e il coraggio,
di ficcare il naso in queste crepe; deve attingere alla spudoratezza
che consente di non adeguarsi alle verità consolidate per
cercarne altre componenti nei rigagnoli e in tutto ciò che
è scarto rispetto alla norma. Il tema, allora, rientra a
pieno in quella pedagogia degli stracci che si ispira a Walter Benjamin:
i cenci della quotidianità scolastica diventano oggetto di
indagine perché tutto ciò che abitualmente è
sottratto alla vista consente, paradossalmente, di vedere meglio.
Quindi il gioco tra presenza ed assenza, messo in scena dagli studenti
attraverso la scelta di consegnarsi o meno al dispositivo scolastico,
è una ripetizione di ciò che, ad altro livello, separa
ciò che deve essere considerato da ciò che, invece,
confluisce nello scarto. E infatti le assenze sono solitamente considerate
come mancanza, sottrazione, e non se ne vede la loro capacità
di rivelare una presenza altra, un diverso processo in atto. Ci
si accontenta di controllare all’inizio delle lezioni che i presenti
rispondano all’appello e che gli assenti dei giorni anteriori portino
una giustifica che neutralizzi, normalizzandola, quella mancanza,
e pochissimo ci si sofferma, a meno di fatti eclatanti, su significato
e funzione di quella fuga dalla routine scolastica che è,
invece, ben chiara nella considerazione dei giovani, dentro e fuori
dall’aula.
Questo
primo nodo cruciale inscrive il problema delle assenza ingiustificate
in quel campo della vita scolastica che Riccardo Massa ha acutamente
allocato sottobanco [1]:
non solo siamo al di sotto dell’intenzionalità istituzionale,
davanti a uno scarto che, per quanto considerato fisiologico, non
rientra nella normale costruzione dei processi formativi, ma siamo
anche nel ventre basso della quotidianità scolastica e adolescenziale,
dove convergono spinte diverse e si incrociano mondi impossibili
da separare. Siamo davanti a una tipica soglia benjaminiana: area
di demarcazione tra dentro e fuori, confine tra visibile e nascosto,
tra lecito e arbitrario, crocicchio tra obbedienza e insubordinazione.
I ragazzi sanno benissimo, anche quando ripetono un conformismo
ormai consolidato, di varcare quella soglia che tiene separati due
archetipi dell’immaginario scolastico: da una parte il bravo studente,
ligio al dovere, partecipativo e comunque ossequioso delle regole
adulte, e dall’altra il discolo Lucignolo, che furbescamente si
sottrae, inganna, devia e sovente attira nella stessa disobbedienza
ingenui compagni. L’indagine sulle soglie ha caratteristiche peculiari:
riesce a intessere contemporaneamente un discorso su due ambiti,
attraverso una visione sbilenca che, come quella di poeti e utopisti,
guarda in una direzione per evocarne un’altra. È un processo
polifonico, che riguarda parallelamente il dentro e il fuori, l’appartenenza
e la deriva, e in questo descrive bene l’identità fluttuante
del soggetto moderno.
Il
sociologo Simmel [2],
nel precisare gli a-priori che regolano il rapporto tra singolo
e collettività, coglie che il primo è, a maggior ragione
nelle società complesse, allo stesso tempo dentro e fuori,
determinato e diretto da poderosi meccanismi sociali ma anche irriducibile
a questi. L’individuo possiede, per Simmel, un nucleo intimo che
sfugge alla coercizione sociale, una soglia instabile che incapsula
dentro i comportamenti di massa il guizzo individuale (e viceversa).
L’assenza, insomma, è parente stretta della presenza: non
il suo contrario ma il versante ombroso che, composto dialetticamente
col versante in chiaro possiede la capacità di rivelare scorci
altrimenti destinati a perdersi. Il portone di ingresso dell’edificio
scolastico congiunge due soggetti riuniti nel medesimo corpo ma
distinti in quanto a ruolo e funzioni: percorrendo la soglia verso
l’interno si incarna l’alunno, inquadrato nella sua classe e nella
scansione prevista di compiti e discipline; ma il tragitto inverso
consegna un adolescente, anch’egli dentro un ulteriore sistema più
ampio, quello sociale, ma anche potenzialmente in grado di rivelare
pezzi di soggettività inespressa. Ovviamente, il nucleo intimo
dell’individuo, di cui ci avvisa Simmel, non può essere individuato
forzatamente dentro o fuori l’edificio scolastico: ma percorrere
l’andirivieni tra presenza e assenza può essere una traccia
utile al pedagogista critico che voglia comprendere in quali anfratti
sia da ricercare la parte mancante del soggetto in formazione.
È
arrivato il momento di precisare il nostro interrogativo, tenendo
conto che finora si sono sottolineate due aree di interesse della
questione, la soglia e l’irriducibilità del soggetto. Bisogna
interrogarsi su significato, ruolo e funzione dell’assenza ingiustificata,
distinguendo due ambiti di riferimento: la scuola e il singolo.
È evidente la difformità tra il modo in cui si considera
la vacanza arbitraria dentro l’istituzione scolastica rispetto a
come può essere vissuta dal protagonista: la voce dell’adulto,
genitore, docente o dirigente scolastico, è senz’altro più
documentata e carica di conseguenze. È la voce dell’ufficialità
pedagogica, mentre quella dello studente è assimilata alla
pecca del reo e inascoltata se non per essere ricondotta dentro
i canoni di buon comportamento.
...continua...
Note:
[1]
Cfr. Massa R. – Cerioli L. (a cura di), Sottobanco. Le dimensioni
nascoste della vita scolastica, Milano, Franco Angeli,
1999. Guardare alla dimensione latente significa “Esporsi, abbassare
gli occhi, […] stare dalla parte di chi, volendo cambiare, maschera
spesso il suo sentirsi piccolo, oscuro, in basso, fragile, imperfetto,
con atteggiamenti onnipotenti e magici di adultità e
maturità. Questo in-clinarsi verso il basso implica […]
il tollerare la perdita delle classiche strutture di garanzia
professionale e personale: il controllare, il reagire, il giudicare”
(Cerioli L., op. cit., p. 83).
[2]
Proprio a compimento della ‘piena umanità’ del soggetto,
pur dentro delle relazioni sociali, Simmel “sottolinea la necessità
di far sorgere nello studente un’autonomia di pensiero e la
capacità di collegare conoscenza ed esistenza” (Besozzi
E., Elementi di sociologia dell’educazione, Roma, NIS,
1993, p. 54).
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Autore:
Giorgio Amato, vive e lavora a Bari. Dottore
di ricerca in ‘Progettazione e valutazione dei processi formativi’,
collabora con il Dipartimento di Scienze Pedagogiche dell’Università
di Bari, dove si occupa in particolare del metodo autobiografico.
Fondatore del Centro Studi Edipo, vi svolge attività
come pedagogista e formatore.
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