| La
scuola è, per definizione, il luogo dell’istruzione,
dove si affinano abilità, si sviluppano nuove competenze,
si acquisiscono conoscenze e saperi che permetteranno la partecipazione
piena alla vita della società, sulla base di una comune
identità culturale.
Dopo
la famiglia, la scuola rappresenta inoltre il luogo dove bambini
e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo; è
un ambiente educativo, nel quale vi sono operatori
qualificati (gli insegnanti) che osservano e si relazionano
con gli alunni al fine di promuoverne la crescita integrale.
Un altro elemento da considerare è la marcata strutturazione
del tempo scolastico: la scansione rigida di orari, spazi,
attività richiede a bambini e ragazzi uno sforzo notevole
di adattamento.
Anche
i rapporti interpersonali, con i compagni e soprattutto con
gli adulti, rappresentano un appuntamento quotidiano a cui
nessuno può sottrarsi, nonostante possa essere talvolta
"costoso" sul piano emotivo: quante volte la ritrosia ad iniziare
un nuovo giorno di scuola nasce proprio dalla difficoltà
ad "affrontare" un compagno o un insegnante!
Infine
la scuola è il luogo dove ogni scolaro viene continuamente
valutato, a volte in maniera discreta e sfumata, altre volte
in modo più evidente, attraverso giudizi di cui non
è sempre facile sopportare il peso. Se l’esser di continuo
esposti al "giudizio di idoneità" sul nostro operato
da parte di altri è una situazione altamente stressante
anche per un adulto, figuriamoci per i nostri bambini.
Data
questa situazione, che è senz’altro impegnativa ma
che può essere positiva nella misura in cui è
finalizzata all’educazione degli alunni, è comprensibile
che molte difficoltà emergano proprio a scuola.
Alcune
sono direttamente connesse agli apprendimenti, i quali richiedono
infatti, fin dalle prime classi, un’efficienza di gran parte
delle funzioni cognitive: percezione, memoria, elaborazione
delle informazioni, abilità nei processi associativi,
fino a funzioni che richiedono un gran numero di processi
di elaborazione, come ad esempio la lettura con comprensione
del testo. Studi recenti stimano l’incidenza di queste difficoltà
intorno al 5-10% nell’età scolare. In alcuni casi gli
stessi insegnanti riescono a recuperare le funzioni carenti,
ma più spesso si rende necessario un trattamento psicopedagogico
mirato sul deficit.
L’esito
di questi interventi dipende da molti fattori, tra i quali
sono particolarmente determinanti la rilevanza del problema
e la tempestività con cui si agisce. In ogni caso,
poiché il sistema scolastico chiede prestazioni elevate
e tende ad una ipervalutazione del cognitivo, se queste difficoltà
non sono affrontate adeguatamente molti bambini e ragazzi
rischiano di essere sempre più penalizzati e indotti
a maturare un concetto negativo di sé e del proprio
saper fare, oltre che ad un progressivo rifiuto della scuola.
Di certo, per questi problemi, a poco giova la tradizionale
"ripetizione", ed in molti casi anche i genitori lo hanno
imparato a proprie spese.
A
scuola diventano "visibili" anche altri problemi, non di rado
più gravi, sul piano dei comportamenti. Nella nostra
pratica professionale ci vengono spesso segnalati alunni che
presentano instabilità caratteriale, fragilità
nelle frustrazioni, timidezza ed ansia eccessive, depressione,
ossessività verso la perfezione, competitività
negativa, fino a qualche caso di bullismo. Queste manifestazioni
sono sintomi di un disagio evolutivo che la situazione scolastica
contribuisce a "scatenare", ma le cui cause vanno spesso cercate
altrove. In alcuni casi l’espressione di tale disagio assume
persino una veste psicosomatica, esprimendosi come "mal di
testa", depressioni e stanchezze non riconducibili a specifici
problemi di salute.
Putroppo
queste manifestazioni sono spesso trascurate durante i primi
anni di scuola e diventano invece fonte di gravi preoccupazioni
per insegnanti e genitori al termine del ciclo elementare
ed all’inizio della scuola media, quando "non si sa più
cosa fare" e come gestire i ragazzi, avviati ormai verso l’adolescenza,
che presentato tali difficoltà.
L’auspicio
di quanti, come noi, operano in questo ambito sarebbe quello
di poter agire in modo più tempestivo sugli stati di
disagio, affinché la loro gravità non sia tale
da richiedere poi un intervento intensivo e prolungato nel
tempo.
Di
fronte a queste situazioni è sempre necessaria un’analisi
pedagogica che chiarisca le condizioni educative in cui sono
cresciuti i bambini ed i ragazzi. Talvolta è sufficiente
modificare alcuni atteggiamenti messi in atto dai genitori
o dagli insegnanti perché le manifestazioni più
evidenti si riducano o scompaiano. Più spesso è
necessario operare per una più positiva rappresentazione
delle proprie capacità e dei rapporti che il ragazzo
vive a casa e a scuola, liberando risorse emotive ed intellettuali
"bloccate" una scarsa stima di sé oppure da aspettative
mal poste o improprie.
E’
importante quindi che i genitori approfondiscano alcuni segnali
di disagio che i bambini manifestano nei primi anni di scuola,
per poter individuarne le cause ed eventualmente definire
i necessari interventi di supporto.
In
queste tipologie di difficoltà appare quanto mai appropriato
un approccio di tipo pedagogico, finalizzato cioè non
tanto alla diagnosi clinica di un eventuale disturbo quanto
al cambiamento delle condizioni che provocano il problema,
siano esse interne o esterne, educative o di altra natura.
Per tutti, la strada non può essere che quella di promuovere
lo "star bene" dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti
attraverso la buona gestione delle risorse proprie e dei mondi
vitali in cui crescono. |