2.
Premesse Teoriche
Raramente
il maestro è un trasparente mezzo per cui un’altra mente
può accedere ad un determinato argomento. Per i giovani,
l’influenza della personalità dell’insegnante è
intimamente fusa con quella esercitata dall’argomento; il fanciullo
non sempre separa o distingue le due cose. E nella misura in
cui la risposta del fanciullo è diretta verso la cosa
presentatagli, o nella misura in cui se ne allontana, egli tiene
sempre un commentario corrente, di cui spesso lui stesso è
appena chiaramente consapevole, del piacere e dispiacere, dell’avversione
o della simpatia, non soltanto sugli atti dell’insegnante, ma
anche sull’argomento che quest’ultimo va trattando. […] Il modo
di operare degli abiti mentali personali dell’insegnante, se
non è attentamente sorvegliato e diretto, tende a fare
del ragazzo uno studioso attento alle caratteristiche peculiari
del maestro anziché della materia da studiare. Invece
di dedicarsi con energia ai problemi dello studio, egli mira
essenzialmente a conformarsi a ciò che il maestro si
aspetta da lui. “E’ giusto?” viene allora a significare: “questa
risposta o questo procedimento soddisferà il maestro?”,
invece di significare: “soddisfa le condizioni inerenti al problema?”.
J.
Dewey, Come pensiamo, 1961
L’Interazionismo
simbolico
Se
si osservano gli eventi senza considerare la loro significazione
interattiva e di contestualità storica essi diverranno
fatti oggettivi di un processo eziologico, riconducendone le
cause a fattori o esterni o interni, ma assunti comunque come
assoluti.
L’interazionismo simbolico parte dall’assunto che il comportamento
non è dato da forze esterne o interne al soggetto che
agisce, ma da una loro “interpretazione cosciente e socialmente
derivata da stimoli interni ed esterni.” (Salvini, 1981)
Corrente
psicologica, ma anche filosofica e sociologica, trova le sue
basi negli studi di William James (1890), Charles Cooley (1902),
William Thomas (1909), John Dewey (1922), e più precisa
formulazione in Gorge Mead (1934) e successivamente in Herbert
Blumer (1969).
Quest’ultimo nel 1966 delinea tre premesse che possono essere
considerate alla base della teoria dell'interazionismo simbolico,
queste sono:
Estendendo
queste premesse (Salvini, 1981) si può sostenere come:
-
la
persona è il prodotto di un’interazione;
-
il sé è possibile soltanto per un essere che
divenga oggetto di se stesso, caratteristica ottenibile solo
nella società e per mezzo del linguaggio;
-
il significato è quanto si trova oggettivamente come
rapporto tra certe fasi dell’atto sociale;
-
si apprende il simbolo significante quando si condivide con
qualcun altro un segno che si riferisce ad una comune esperienza
in atto;
-
il comportamento umano non è predeterminato quanto
costruito attraverso continui processi interattivi;
-
l’interazione pur essendo giocata a livello di significati
e simboli ha, attraverso questi, effetti oggettivi;
-
i significati, socialmente elaborati e convenuti, sono modificati
e manipolati coscientemente dagli individui per influenzare
l’interazione e i comportamenti.
Concetti
chiavi divengono quelli di identità, sé e ruolo.
“Come
il Sé, anche l’identità è un costrutto
concettuale con cui si indicano gli effetti, cognitivi ed affettivi,
di molteplici processi integrativi sul piano dell’autoconsapevolezza,
delle autorappresentazioni e delle autodefinizioni condivise
ed impersonate che passano attraverso i ruoli sociali.” (Salvini,
1998) L’identità non è entità psicologica
indipendente, dotata di caratteri propri. E’ l’individuo che
nella ricerca di coerenza tra l’immagine che ha di sé
e che vuole trasmettere agli altri assume quei tratti che ritiene
consoni all’immagine stessa in quello spazio normativo simbolico
in cui si trova ad agire. Tratti che allora non hanno carattere
stabile, ma risentono della categoria dell’osservatore, delle
attribuzioni e delle interpretazioni che ne vengono date: “l’identità,
come articolato sistema di rappresentazioni unificate di sé,
e mediate da un ruolo, non risulta di totale proprietà
della persona a cui viene attribuita, ma risiede nella struttura
normativo-simbolica e nelle regole che governano l’interazione.”
(Salvini, 1998).
Mead
pone l’accento sull’importanza dell’Altro in quanto referente
di ogni gesto e parola: il comportamento diviene, cioè,
dotato di significato e scopo proprio in quanto rivolto ad un
Altro, assunto a controllo dell’azione che si sta per compiere:
“in processi del sé si sviluppano attraverso l’impegno
cognitivo ed affettivo posto nell’assumere il ruolo dell’Altro
e nel percepirsi come un’entità psicologica e sociale
tramite l’utilizzazione di simboli linguistici, di giudizi di
valore, e degli schemi attributivi elaborati dal gruppo di riferimento”.
Attraverso l’interiorizzazione degli schemi interpretativi dell’Altro
si ha la conoscenza di sé nelle sue diverse categorie
(propriocettiva e dimorfica, simbolica e comportamentale). Attraverso
l’autoconsapevolezza e l’automonitoraggio l’individuo elabora
tutto ciò che lo riguarda, compresa la propria memoria
autobiografica in modo da poter avere un’immagine di sé
e un comportamento coerente. Sviluppa anche competenze sociali
attraverso cui riesce ad utilizzare regole, significati e codici
emotivi per realizzare atti comunicativi adatti al contesto
di interazione.
Secondo
quello che è stato definito il principio di costanza
l’individuo si impegna a conservare un’immagine di sé
coerente, stabile e positiva, in sintonia con l’immagine confermata
dagli altri.
Questa forma di autoregolazione permea tre dimensioni identitarie:
-
l’aspetto
intrapersonale, il concetto di sé, la teoria su se
stessi, l’integrazione delle varie forme di autoconoscenza;
sono gli schemi di sé, generativi e interpretativi
dell’esperienza soggettiva e oggettiva che la persona elabora
su sé in relazione alla realtà e ai suoi contesti;
-
l’aspetto interpersonale, il concetto di sé proiettato
nell’assunzione di ruoli socio-culturali, interpersonali e
situazionali, attraverso la ricerca della simmetria negoziata,
cioè della congruenza tra rappresentazione di sé
e l’immagine che di me mi rimandano gli altri;
-
l’identità tipizzata: le autoattribuzioni di tratti
portano il soggetto ad aderire ai contesti più adatti
a darne conferma, tende cioè a proiettare e verificare
sul piano dei risultati comportamentali i convincimenti che
ha o crede di avere o crede che gli altri abbiano su se stesso.
“Dall’interazione
sinergica, e quindi congruente, tra gli schemi di tipizzazione,
i risultati, le attese, i prototipi ideali, l’evocazione di tratti
corrispondenti, le persone sono portate a desumere il proprio
senso di identità in cui il fare è anche l’essere.”
(Salvini, 1998)
Notevole rilevanza assume il significato di ruolo. Dal punto di
vista interazionistico il ruolo è un insieme coerente di
atti dotati di un significato attraverso cui gli individui definiscono
il tipo di relazione e di situazione a cui danno vita. Si può
distinguere tra ruolo assegnato, che rinvia a strutture narrative
e copioni comportamentali, e ruolo impersonato, generato dall’intenzionalità
interpretativa, per quanto sempre condizionato dal contesto interattivo.
-
Autori:
Lucia Zanellato, psicologa ed insegnante presso una
scuola elementare, è docente del corso di Psicologia
dell’Adolescenza presso la Ssis Veneto e di Psicologia dello
Sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova.
È autrice di numerose pubblicazioni nel campo dell’adolescenza
e della devianza. Claudio
Fasola, psicologo e sessuologo clinico, si occupa
di ricerca presso l’Università degli Studi di Padova
e di formazione presso l’Università Ca’ Foscari di
Venezia. Attualmente sta curando un volume, di prossima pubblicazione,
sul tema dell’identità personale nelle psicologie postmoderniste.
Cristina Zanette laureata presso l’Università
degli studi di Padova con una tesi di filologia medioevale
ed umanistica, attualmente insegna materie letterarie presso
un liceo classico e scientifico, ha approfondito studi di
educazione linguistica, rispetto alle metodologie didattiche
e alle prospettive in ambito lavorativo della scrittura funzionale.
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