| La
scuola rappresenta una comunità allargata nella quale i
ragazzi interagiscono con i coetanei ed imparano a stabilire rapporti
importanti per la loro crescita personale, al di fuori della famiglia.
Durante l’adolescenza le relazioni si fanno più complesse
ed intervengono in maniera più determinante le dinamiche
proprie dei gruppi.
E’ in questo contesto che sono maturati gli episodi di bullismo
che la cronaca ha recentemente fatto conoscere anche ai non addetti
ai lavori.
In realtà il bullismo è stato studiato per la prima
volta in Scandinavia agli inizi degli anni ’70 e da allora
ha sempre avuto un andamento crescente. Il fenomeno è spesso
sottaciuto perché, come in ogni violenza, la vittima non
denuncia i soprusi per paura di ritorsioni e ricatti.
Oggi però il bullismo merita particolare attenzione poiché,
probabilmente, rappresenta lo specchio di una società che
vive e si alimenta di arroganza e prevaricazione.
Mentre si moltiplicano gli studi sull’argomento, ritengo
utile leggere il bullismo secondo il pensiero di Adler, psichiatra
austriaco (1870-1937) fondatore della Psicologia individuale.
Egli indirizzò i suoi studi verso l’istinto sociale
dell’uomo, da cui derivano i sentimenti di amore, tenerezza,
amicizia e altruismo. A differenza di Freud che considerava la
psiche umana un complesso sistema energetico basato su conflitti
istintuali e sessuali, Adler pone l’individuo al centro
di un “programma” educativo in cui non viene interpretato
e rielaborato il passato ma pianificato e progettato il futuro.
Egli non ricerca solo le cause di un determinato comportamento
ma soprattutto le mete, offrendo una visione olistica e teleologica
del significato della vita. Secondo lo psichiatra per capire la
personalità di un individuo bisogna studiare il suo “stile
di vita”, cioè il modo in cui il soggetto si muove
verso il raggiungimento della meta. Questo percorso che inizia
nella primissima infanzia è influenzato da quella che lui
stesso chiama “costellazione familiare” cioè
le relazioni che si stabiliscono tra i componenti del nucleo familiare.
Gli “istinti vitali” che indirizzano la vita di ognuno
sono: l’amore e l’affetto, il lavoro e la partecipazione
alla vita della comunità. Da questi presupposti si evince
che l’uomo per strutturare il suo comportamento dipende
necessariamente dall’ambiente in cui vive e dalle relazioni
che in esso si sviluppano.
“Buono o cattivo come altre definizioni di carattere hanno
significato solo in un contesto sociale… la strada che il
bambino sceglie di seguire dipenderà dalle impressioni
e dalle sensazioni che egli riceverà dal suo ambiente e
dal proprio corpo…in particolare dipenderà dall’educazione
che riceverà”.
L’individuo,
la famiglia, la scuola e la società sono rappresentati
negli scritti di Adler come una piramide energetica in cui ogni
livello è in equilibrio dinamico: se non ci sono errori
educativi che mettono a rischio il raggiungimento del benessere
del singolo e della comunità, il significato della vita
personale potrà essere compreso e perseguito.
Tuttavia ognuno è guidato da un “istinto di dominio”
che, se ostacolato, genera un “senso di inferiorità”
che produce dei comportamenti di compensazione. Scrive Adler:
“possiamo già renderci conto che i bambini trattati
dalla natura come da una matrigna sono inclini a un atteggiamento
diverso da coloro ai quali sono state elargite, fin dal principio,
le gioie dell’esistenza”.
Lo psichiatra ritiene che nel bambino si sviluppi naturalmente
un senso di inferiorità da cui hanno origine i suoi sforzi
per tendere ad acquisire sicurezza ed autoaffermazione. In questa
delicata fase della crescita l’educazione deve necessariamente
far sì che questa spinta non diventi esagerata portando
a un comportamento di accentuato egocentrismo. Infatti più
il senso di inferiorità è grave più lo sforzo
di potere si esalta.
“A questi bambini le ordinarie circostanze della vita non
bastano – scrive Adler -, … con furia singolare, con
impulsi che superano di molto in vigore la misura ordinaria, senza
riguardo al loro ambiente… danno nell’occhio, diventano
invadenti e disturbatori della vita altrui e si sentono quindi
naturalmente obbligati ad atteggiamenti di difesa”.
Nei suoi scritti Psicologia del bambino difficile, Psicologia
individuale nella scuola e Psicologia dell’educazione, Adler
traccia le linee guida per aiutare i ragazzi in difficoltà.
Non si può non riconoscere che nel fenomeno del bullismo
si riscontrano spesso sentimenti di inferiorità e di insicurezza,
che sfociano in comportamenti aggressivi e di sopraffazione verso
chi è più debole e indifeso. Queste forme di rifiuto
delle regole di convivenza civile sono più frequenti nei
bambini viziati che assumono spesso atteggiamenti di elevata competizione
tendenti ad ottenere un potere sugli altri.
Adler sostiene che bisogna rimuovere l’iniziale scoraggiamento
e la sfiducia del ragazzo difficile e in questo percorso sia i
genitori che gli insegnanti devono essere compartecipi del progetto
di cambiamento del suo “stile di vita”.
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Bibliografia:
A.Adler “ Conoscenza dell’uomo nella psicologia
individuale” e “ Cosa la vita dovrebbe significare
per voi”
Autore:
Laura Alberico, insegnante di scuola media di I grado.
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