| "La
scuola insegna risposte spesso a domande che non ci siamo mai
posti,
ma è la domanda e non la risposta il vero motore della
ricerca e della costruzione del sapere.
Amiche della domanda sono sia la curiosità infantile sia
la condotta filosofica.
E se l’infanzia genera l’interrogazione nella sua
radicalità,
la filosofia insegna a mantenersi nell’interrogazione,
per non seppellire il cervello tra le opinioni diffuse,
che rispondono non tanto alle nostre domande,
quanto al desiderio di evitare il più possibile la fatica
del pensiero."
Umberto
Galimberti
I bambini pensano e si interrogano, forse più di quanto
un adulto possa immaginare.
Essi si approcciano inconsapevolmente a discorsi e si pongono
domande, che gli adulti definiscono filosofiche.
In un racconto di A. Volpone si legge: “Giuseppe era sempre
pieno di domande, a tal punto che non chiedeva più niente
alla mamma e al papà per vergogna. Le sue domande erano
troppe e i genitori avrebbero potuto scocciarsi; ad altre domande
si sarebbero certamente arrabbiati, perché sciocche. Giuseppe
spesso cercava di immaginare ad esempio com'era la sua famiglia
senza di lui, prima che nascesse. Questo era molto stupido, ma
non poteva evitare di pensarci. Poi continuava a interrogarsi
su come sarebbe stata la Terra prima che comparissero gli uomini;
l’universo prima della formazione della Terra; Dio prima
di fare l’universo. Poi si concentrava al massimo e, con
gli occhi ben chiusi e nel totale silenzio, arrivava alla più
difficile domanda che conoscesse: cosa pensare e sentire nell’assenza
di tutto, anche e prima di Dio?!” [1].
I bambini si pongono interrogativi sull’origine dei loro
nomi, sul perché esistono le cose e l’uomo, su cosa
c’è dopo il cielo.
A quanti di noi non è capitato di rimanere senza parole,
di non saper dare una risposta ai propri figli, di eludere domande
e quesiti fornendo soluzioni approssimative nella speranza di
non aver dato l’impressione di rispondere tanto per dire
qualcosa? Quante volte, presi dall’imbarazzo del momento
perché non sappiamo rispondere, ci ritroviamo a zittire
i bambini?
I bambini nei loro primi anni di vita sentono l’esigenza
di scoprire il mondo di capire i suoi meccanismi sottesi, di sentirsi
padroni di ciò che li circonda.
La scuola dovrebbe stimolare la loro curiosità, avviarli
e indirizzarli nella costruzione dei concetti – chiave sul
mondo e su ciò che li circonda in modo da contribuire alla
costruzione di una loro weltaschaung personale.
In un periodo di forte omologazione dei saperi e di standardizzazione
dei processi di insegnamento-apprendimento, in cui si crede di
attuare pratiche didattiche pensate per ogni singolo bambino,
è facile perdere di vista quello che forse rappresenta
il bisogno più naturale e normale che possa esistere: il
comunicare, porsi delle domande, cercare delle risposte, il discutere
e argomentare insieme, avere la possibilità di confrontarsi
e di arricchirsi vicendevolmente.
Purtroppo quando il bambino “arriva a scuola, dal momento
che le competenze relative all’oralità vengono date
per scontate, non gli si chiede di imparare a parlare, ma soltanto
a "leggere, scrivere e far di conto"” [2].
Gli insegnanti, a cui la società demanda l’educazione
dei propri figli, sono così oberati dalle attività,
dalle scadenze, dal programma da finire, che rischiano di perdere
di vista il gusto e il senso dell’oralità; talvolta
spiegano la lezione, ascoltano l’esposizione da parte dell’alunno,
ma poco si soffermano ad ascoltare le richieste e le domande degli
alunni; se viene posta una domanda che va oltre il senso letterale
di un argomento appena trattato, succede che si bacchetta l’alunno
per l’intervento non pertinente con l’argomento o
si risponde frettolosamente e si prosegue con il proprio piano
di lavoro.
In generale, sembra che gli adulti non riescano più a sentire
le domande dei bambini.
Molto spesso la realtà scolastica rende le persone “invisibili”
perché si presenta come una esperienza a metà, non
considera la dimensione esistenziale, valoriale e socio-affettiva
di ciascun bambino, dando spazio solo ad una realtà cognitiva
che talvolta appare slegata da una prospettiva di senso per i
bambini che la vivono.
Cosa si può fare per tornare a dare un senso al processo
formativo scolastico: ascoltare le domande dei bambini e tralasciare
la classica lezione o trovare qualche nuova metodologia che permetta
di conciliare programmi scolastici e domande dei bambini?
Il vero problema non sta solo nel fare, ma nel fare qualcosa di
diverso, nel fare qualcosa in altro modo, forse, nel fare va posta
l’attenzione nello stare in relazione con gli altri, non
si può concentrare l’attenzione solo sull’attività
facendola vivere come routinaria e impersonale, l’attenzione
deve essere canalizzata sulla costruzione soggettiva di significato
all’interno di una comunità di ricerca, quale può
diventare la scuola.
...continua...
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Note:
[2]
A.Cosentino, Tra oralità e scrittura in filosofia: il modello
della "Philosophy for children", in De Pasquale M. (a
c. di), Filosofia per tutti, Angeli, Milano 1998.
Bibliografia:
Calliero C., La filosofia, i bambini e il dubbio, in "L'educatore"
n. 6/2005-2006, in "L'educatore" n. 3/2005-2006
Cosentino A.,a cura di, Filosofia e formazione, 10 anni di Philosophy
for children in Italia (1991 – 2001), Liguori, Napoli, 2002
De Pasquale M., a cura di, Filosofia per tutti, Angeli, Milano,
1998
Delors J., a cura di, Nell’educazione un tesoro, Armando,
Roma, 1997
Ferraro G., La filosofia spiegata ai bambini, Napoli, Filema,
2000
Girelli C., Costruire il gruppo. La promozione della dimensione
socio-affettiva nella scuola, Editrice La Scuola, Brescia, 2006
Goleman, D., L'intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1995
Laeng M., Bambini filosofi, in "La Vita Scolastica",
del 16.10.1995
Matthews G. B., La filosofia e il bambino, Armando, Roma 1981
Striano M., La razionalità riflessiva nell’agire
educativo, Liguori, Napoli, 2001
Autore:
Maria Florianna Calia, insegnante di scuola primaria della provincia
di Trapani.
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