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La felicità
di un incontro, con una persona, con un libro, con un'opera
d'arte, che abbia il senso della partecipazione e della consonanza,
è il risultato di un lungo cammino, il quale richiede
applicazione e studio paziente, e quindi il sacrificio di
sé, del proprio tempo. E questo ancora non basta: occorre
essere predisposti a quell'incontro, possedere cioè
nel tessuto delle premesse i fili della tessitura già
annodati.
L'incontro
con un nuovo modo di pensare la scuola, scaturisce da una
visione processuale, che emerge dalla voglia di cambiamento
delle regole d'uso, sui percorsi della concretizzazione delle
potenzialità di soggetti e dei contesti, superando
la dicotomia tradizionale tra attore e fruitore dell'educazione.
Lo
studio del sistema di interrelazioni che i protagonisti dell'agire
educativo costruiscono, il significato che ciascuno attribuisce
alla parola cambiamento, progetto, attività, autonomia,
fanno emergere possibilità inesplorate della realtà.
L'obiettivo
non è più quello di incrementare le conoscenze
(il nozionismo, il tecnicismo, la didattica autocentrata),
ma esplicitare e di rendere più flessibili le strategie
dell'apprendere. Ogni educazione di tipo accumulativo e autoritaria
viene rifiutata, ci si impegna sul terreno della ristrutturazione
incessante di premesse, aspettative, desideri. Si rinforza
l'idea che l'educazione è transdisciplinare, che la
nozione di progetto lineare andava cambiata in spirale,
che il cambiamento sia un fatto sistemico, quindi più
radicale.
La
struttura che connette in educazione è il frutto di
un processo che permette di confrontare presupposti, storie,
oggetti reali, poi di scoprire relazioni simili tra parti
anche molto diverse e di dedurre nuove connessioni elaborando
ipotesi sempre nuove.
Nella
pedagogia dell'homo dialogans (1) cominciano a dialogare
mondi diversi, fatto decisivo per chi si occupa di educazione
e concepisce le cose come equilibrio dinamico di parti
interagenti. La scuola incomincia a rivedere le proprie
certezze accettando l'idea che ogni allievo ha una storia,
un suo modo di descrivere il mondo. Semplicemente non si può
dimenticare la sua vita, bisognerebbe impegnarsi affinché
il bambino, come dice Bateson, "diventi quel fenomeno infinitamente
raro: una persona felice e grande che si trova appena fuori
dalla nostra portata" (2).
E
qui sta la vera fatica del lavoro educativo, coltivare cioè
l'idea che il piacere dell'apprendere non è per pochi
ed è possibile qui ed ora. Ma si deve cercare
di uscire dai binari di una scuola troppo normale:
la scuola non è tutto il mondo, ma fa parte del
mondo e non si può non accettare l'idea che il ragazzo
che accoglie è un essere plurimo e non solo uno scolaro.
La resistenza al cambiamento può provocare luoghi dell'apprendimento
che, incapaci di inventare storie nuove e nuovi codici relazionali,
persistono nella perpetuazione di quello che Bateson (3) chiamava
"Apprendimento zero" e Heidegger "il nulla".
Gli
attuali ordinamenti, nel loro insieme, non garantiscono adeguatamente
il successo formativo, come dimostrano ampiamente tutti i
tentativi di prevenzione alla dispersione scolastica, perché
inesorabilmente restano prigionieri della loro origine, funzionale
ad una scuola fondata sulla selezione senza orientamento e
su una certa concezione del merito scolastico. Il problema
di fondo è che fino ad oggi, ogni segmento o ogni parte
e ordine è stato modificato come fosse un'entità
a sé stante, ed è mancato un disegno complessivo
di unificazione che rendesse coerente i singoli interventi
con il processo che si sarebbe voluto attuare. |