| Con
eccessiva approssimazione si trattano, talvolta, le difficoltà
che bambini e ragazzi incontrano nel loro percorso di studi.
Così ritardi, lentezze, immaturità, disturbi
dell’apprendimento, problemi di adattamento o di comportamento
vengono confusi tra loro o definiti in modo inappropriato.
In
questo breve articolo ci proponiamo di fare un po’ di chiarezza
intorno a questi temi, senza alcuna pretesa di esaustività,
con la convinzione che una corretta definizione delle difficoltà
sia alla base di ogni efficace intervento di aiuto.
Le
cifre sono allarmanti: molti studi rilevano che un bambino
su cinque manifesta difficoltà a scuola, escluse le
diverse situazioni legate a scarsa motivazione che, semmai,
sono l’esito di una storia scolastica problematica piuttosto
che la causa.
Una
comune classe delle nostre scuole avrebbe dunque una squadriglia
di alunni che "non riesce a raggiungere gli obiettivi", "non
segue il gruppo", "ha problemi di rendimento" e via dicendo.
Di
fronte a questi dati proviamo ad essere più analitici.
Alcuni autori suggeriscono di scomporre i problemi scolastici
in tre categorie generali, distinguendo gli alunni che hanno
abilità scarse da quelli che presentano difficoltà
di adattamento alla situazione scolastica, dai bambini con
veri e propri disturbi dell’apprendimento.
La
prima tipologia è senza dubbio la più estesa:
vi possiamo comprendere gli studenti con scarsa padronanza
delle abilità strumentali (leggere, scrivere, far di
conto) e di quelle strategie metacognitive (ad es. di memoria
o logico-matematiche) che rendono più efficaci e meno
faticosi i processi di apprendimento. Altri alunni possono
essere invece carenti nella loro stabilità emotiva,
nella capacità di autocontrollo, nella responsabilità
verso la scuola, nelle abilità sociali. Essi danno
l’impressione di non sapere qual è il loro dovere,
hanno difficoltà nell’autonomia e sono perciò
facilmente definiti come "immaturi". Entrambe le situazioni
sono accomunate da una condizione di "ritardo" e sono facilmente
recuperabili con adeguati interventi didattici ed educativi.
La
seconda tipologia comprende la numerosa casistica degli alunni
che manifestano problemi di adattamento. L’ambiente scolastico,
com’è noto, pone svariate richieste: alcune sono esplicite
(attenzione, applicazione, autocontrollo, socializzazione,
precisione nello studio e nelle esecuzioni strumentali), altre
invece sono implicite (aspettative dei genitori o degli insegnanti,
partecipazione alla vita della classe, accettazione delle
valutazioni sul proprio operato). Di fronte a queste richieste
non è raro che uno studente abbia difficoltà
ad adattarsi e che manifesti sul piano del rendimento e del
comportamento il proprio disagio.
Gli
alunni con "sindrome da fallimento" possono essere compresi
nella prima categoria: sono coloro che affrontano i compiti
con aspettative di successo molto basse e si aspettano sempre
di fallire. Diversamente, alcuni studenti sono eccessivamente
perfezionisti ed hanno un rendimento inferiore all'attesa
perché sono più preoccupati di evitare errori
che di apprendere. Essi tendono ad evitare le verifiche o
a rinviare l'inizio del lavoro che sarà sottoposto
a valutazione; a ricominciare le cose in continuazione o ad
usare molto tempo per farle perché il lavoro deve essere
perfetto. Talvolta questi alunni hanno reazioni troppo emotive
e "catastrofiche" di fronte a prestazioni non eccellenti.
Sul
piano del comportamento la difficoltà di adattamento
si esprime secondo modalità opposte: vi possono essere
eccessi di timidezza accanto ad atteggiamenti apertamente
aggressivi, provocatori, ostili. Di fronte a queste situazioni,
l’intervento di aiuto si profila più articolato e complesso
perché richiede quasi sempre la definizione di un piano
di "cambiamento a piccoli passi" che coinvolga lo studente,
la famiglia e la scuola.
La
terza tipologia di difficoltà scolastiche comprende
la casistica dei veri e propri disturbi dell’apprendimento
e di altre patologie affini. Sul piano statistico si tratta
senza dubbio delle situazioni più rare e quindi la
definizione va operata con cautela e con le dovute conoscenze
diagnostiche. Rientrano in questa tipologia gli alunni affetti
da disturbo della lettura (dislessia), della scrittura (disortografia),
del calcolo (discalculia), del segno grafo-motorio (disgrafia),
dell’attenzione e dell’iperattività, della condotta,
della coordinazione motoria, da ritardo mentale, da sindrome
non-verbale (tanto per citare i disturbi maggiormente conosciuti).
La natura di questi disturbi è ancora incerta, anche
se gli studiosi propendono per spiegazioni di tipo organico.
Gli interventi presuppongono una corretta individuazione del
"locus funzionale del danno" e quindi l’attuazione di uno
o più trattamenti mirati, utilizzando metodologie e
strumenti di derivazione neuropsicologica, psicopedagogica
o educativa. |