| Ascoltare
il malessere
Quante
volte abbiamo sentito gli insegnanti chiedersi: "Perché la
madre di Carlotta si rifiuta di venire a colloquio con me?",
"Perché il padre di Guglielmo non si fa mai vedere nei giorni
di ricevimento genitori?", "Perché mamme e papà hanno
tanta diffidenza nei confronti di noi insegnanti?". Sono questi,
ma ce ne sono molti altri, gli interrogativi che circolano
nelle aule insegnanti, negli atri delle scuole e nei corsi di formazione
frequentati dai docenti.
Sono queste, ma ce ne sono tante altre, le perplessità che
maestri e professori esprimono nella vana speranza di farle uscire
dal cortocircuito che le fanno insorgere.
Sono questi, ma ce ne sono parecchi altri, i perché ai quali
la scuola non riesce ancora a trovare delle risposte creative ed
efficaci.
Ed è appunto per offrire un nuovo punto di vista in grado di chiarire
queste domande, queste incertezze e queste ragioni, è quindi per
proporre una nuova modalità in grado di rompere il pre-giudizio
che impedisce di ricercare e trovare delle inedite risposte, che
abbiamo pensato di raccontare alcune brevi storie di madri e padri.
Sono genitori che
ci hanno chiesto aiuto e che abbiamo incontrato nella consulenza
educativa, un percorso di ascolto ai padri ed alle madri realizzato
al di fuori dell’ambito scolastico.
Quelli che mettiamo scena sono dunque genitori veri, madri e padri
reali.
I protagonisti delle storie che raccontiamo sono persone che vivono
accanto a noi e che sono state toccate profondamente, forse anche
colpite rumorosamente, dalle parole di maestri e professori.
Le comunicazioni dei docenti allora, proprio perché non precipitano
nel vuoto, creano dei grandi subbugli e dei forti dolori nelle famiglie
dove vanno ad abbattersi.
Ed è appunto perché sono troppo assordanti e violente rispetto alla
capacità di quei genitori di accettarle e capirle che non vengono
né accolte né comprese.
Ed è proprio perché procurano dolorose sensazioni nelle madre e
nei padri che se le sentono rivolgere quasi quotidianamente che
si dissolvono assieme al dissolversi del rumore che procurano, lasciando
però echi che possono ripetersi per tutta la vita.
Gli insegnanti allora,
vivendosi inascoltati, o peggio disconosciuti, alzano sempre più
il tono di voce ed adoperano parole sempre più forti per farsi capire
dal genitore con il risultato di spaventarlo ancora di più.
Madre e padri infatti spariscono e si nascondono.
Maestri e professori però continuano ad incalzarli, a non dar loro
tregua.
Ma più i docenti premono, più i genitori fuggono lontano.
Più gli insegnanti vogliono farsi ascoltare da madri e padri, più
diventano inascoltabili.
Le storie mostrano come le parole degli insegnanti entrino in menti
che non sono né neutre né vuote.
Le storie fanno ancora da cassa di risonanza alle profonde emozioni
che le parole dei maestri e dei professori fanno risuonare nel mondo
interno del genitore.
Le storie portano infine alla luce sentimenti come la paura, il
dolore, l’incertezza, l’impotenza, la rabbia che altrimenti sarebbero
rimaste sconosciute ai docenti.
Ogni comunicazione
tra scuola e famiglia dunque ha l’effetto che ha proprio
perché entra in una storia personale.
Apriamo dunque agli insegnanti una finestra su questo mondo, a loro
spesso sconosciuto, poiché non sempre hanno la possibilità di sapere
come i genitori vivono e sentono le loro parole.
Apriamo inoltre ai genitori uno spiraglio, a loro spesso invisibile,
poiché possono vedersi accomunati a tanti altri genitori attaccati
dagli insegnanti.
Ed ora vi apriamo
il sipario sul mondo emotivo del genitore.
Occorre però fare silenzio per poter sentire, con adeguato rispetto,
i protagonisti che stanno in scena.
Quella che vi domandiamo è infatti una compartecipazione impegnativa
proprio perché richiede un orecchio interno capace di un ascolto
polifonico.
E saper ascoltare contemporaneamente il genitore, il docente, il
figlio e l’alunno comporta non solo lo sforzo di mettersi nei loro
panni per poterli ospitare, contemporaneamente, nel mondo interno,
ma anche la possibilità di riconoscere ed intrecciare i molteplici
sentimenti di bambino, di ragazzo, di padre o di madre e di professionista
che la narrazione vi fa rivivere.
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Elena
la secchiona
"Le insegnanti
della mia ragazzina mi dicono sempre che Elena è un’alunna ubbidiente,
educata, impegnata, responsabile, intelligente, che non dà preoccupazioni.
Ma io, e vi rassicuro che non sono pazzo, non riesco ad essere contento
perché mi sembra che venga su troppo aderente a quello che dicono
e pensano i suoi insegnanti, troppo dipendente da loro, troppo secchiona,
troppo seria. E’ tutta troppo mia figlia!
Ed è quindi troppo anche il mio timore che un giorno o l’altro
possa scoppiare a furia di tenere tutto dentro per tentare di apparire
come gli altri vogliono che sia!
Non l’ho mai vista allegra, sorridente, soddisfatta, neanche quando
prende ottime valutazioni e sta promossa con il massimo dei voti.
E sto male, tanto male!
Ho cercato di parlare con i suoi professori di queste mie preoccupazioni
e mi hanno risposto:
Né io né Elena riusciamo
però ad essere soddisfatti e tranquilli.
- Perché i docenti non sono consapevoli
che un’alunna può esprimere il suo disagio anche standosene
calma e buona al suo posto ed eseguendo alla perfezione i loro
dettami?
I professori, dopo
aver appreso dai media gli orrendi crimini consumati da ragazze
e ragazzi che tutti ritenevano per bene e di buona famiglia
non hanno pensato a quanta sofferenza una ragazza può nascondere
proprio dietro al suo troppo perbenismo ed al suo troppo buonismo?
-
C’è qualcuno
che ha la responsabilità d’informare l’insegnante che la sofferenza
dei suoi alunni non è classificabile a seconda dei segnali eclatanti
che inviano e nemmeno da quanto questi segnali lo scombussolano
e lo irritano?
-
C’è
qualcuno che ha il compito di insegnare agli insegnanti che
l’alunno può esprimere il suo malessere anche standosene calmo,
buono ed attento al suo posto?
-
C’è qualcuno
che ha l’autorevolezza per poter dire ai professori: "Ma
lo sapete a quanta inquietudine va incontro quella vostra alunna
che, per compiacenza o per paura od ancora per bisogno di approvazione
e di accettazione, è disposta ad indossare i panni della perfettina
pur di ottenere accoglienza ed affetto?
Io ci ho provato
come genitore a preoccuparli per fare in modo che si occupassero
di mia figlia.
Inutilmente però!
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Claudio
l’artista
Un
giovedì sera io i mio marito, dopo mesi ed anche anni di… clausura,
usciamo dopocena per andare a teatro e lasciamo nostro figlio Claudio
a casa con i nonni.
E, non so se per attenuare il nostro senso di colpa oppure per rendergli
meno problematica questa nuova realtà, accettiamo la sua richiesta
di rimanere alzato fino tardi a disegnare e a colorare.
- Siamo
in verità preoccupati perché è la prima volta che lo lasciamo
da solo di sera e temiamo non sia in grado di sopportare questo
distacco e fatichi quindi ad addormentarsi.
-
Siamo
pure arrabbiati perché i suoi tentativi di impedirci di uscire
sono stati continui e decisi e, soprattutto, rabbiosi e cattivi.
-
Siamo
però anche fiduciosi che, una volta usciti, il bimbo, si calmi
ed accetti la situazione.
Venerdì
mattina, di buon’ora, Claudio viene nel nostro lettone. Tiene in
mano un foglio di carta ed insiste per mostrarcelo. A fatica riusciamo
a capire che è il disegno che aveva fatto la sera prima, quando
noi non c’eravamo. Anche se mezzo addormentati lo guardiamo. Così,
per accontentarlo, nella speranza che poi torni a dormire. L’impatto
con un mare in burrasca, bellissimo, ci sveglia del tutto. Siamo
attratti e colpiti dalla policromia del disegno.
Alcune
onde sono nere, viola, marroni: "I colori della sua paura"
affermo decisa ad alta voce. E mio marito con altrettanta convinzione:
"Ma anche i colori della tua ansia! Ti sei resa conto delle
innumerevoli volte che ieri sera a teatro hai guardato l’orologio?".
Altre
onde sono rosse, arancione, gialle: "I colori della sua rabbia
di doversene stare a casa con i nonni" traduce mio marito,
precedendomi. "Ma anche i colori della tua collera per i capricci
che Claudio ha messo in atto per impedirci di uscire senza di lui"
aggiungo a mia volta.
Altre
ancora sono verdi, azzurre, rosa: "I colori della speranza"
interpretiamo all’unisono. "Della nostra che impari a lasciarci
uscire senza drammi e della sua che impariamo a tornare poi da lui"
cerco di precisare.
E’
un mare che, attraverso le diverse e contrastanti tinte, ci mostra
le diverse e contrastanti emozioni vissute da Claudio la sera prima.
Ma è pure un mare che fotografa benissimo anche il nostro mondo
interno. E’ cioè anche il nostro mare. Siamo orgogliosi della capacità
di nostro figlio di cogliere e trasmettere attraverso i colori le
sue emozioni ed accorgersi anche dei nostri stati d’animo. E ce
lo coccoliamo, gratifichiamo, amiamo, baciamo.
Ma
non ci basta, evidentemente! Abbiamo bisogno di qualcosa di più.
Sentiamo la necessità di venire confermati nel nostro sentire. Ci
manca infatti la rassicurazione di un esperto che nostro figlio
è davvero un bimbo straordinario. E suggeriamo a Claudio di mostrare
il disegno alla maestra, convinti che gli dica che è un capolavoro
espressivo da incorniciare e da esporre. Il bambino non sta più
nella pelle per la felicità.
Venerdì,
all’una, vado a prenderlo all’uscita da scuola. Sono agitata. E’
gratificante, ma soprattutto emozionante, per una madre sentire
valorizzato il figlio da parte dell’insegnante! Vedo Claudio uscire
dal portone. Mi sembra un cane bastonato. Appena mi vede si mette
a piangere, disperatamente. Preoccupata, gli chiedo il perché. Angosciato,
mi mostra il suo meraviglioso disegno tutto stropicciato e ridotto
in quattro pezzi. Indignata, gli chiedo: "Chi è stato?"
Mi risponde immediatamente: "La maestra"
Proprio
la persona che mai avrei pensato capace di fare una così grande
violenza ad un suo alunno di otto anni. Cerco di calmarlo invitandolo
a raccontarmi quanto successo. E Claudio: "Come tu e papà
mi avete suggerito mostro il disegno alla maestra. Lo guarda appena
e mi dice, arrabbiata:
Se ne sta un po’
in silenzio, come se dovesse cercare pensieri nuovi.
Ad un certo punto, prima mi chiede: "Mamma, la mia maestra
mi può insegnare di che colore è la vergogna?" E subito
dopo: "Mamma, è vero che la mia maestra non lo sa?"
E Claudio: "Come faccio ad imparare a giocare con tutti
i colori se la mia maestra non è capace di insegnarmelo? Io non
voglio cambiare gioco!". Devo allora cambiargli maestra?
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Riflessioni
aperte
Queste e molte altre
sono le storie delle lotte tra scuola e famiglia che ascoltiamo
quotidianamente nella consulenza educativa. Ci chiediamo: Perché
sta avvenendo questa insanabile rottura tra insegnanti e genitori?
Abbiamo più volte cercato di rispondere a questo quesito ed abbiamo
pure costruito delle ipotesi per risolvere questi scontri dolorosi.
Il nostro pensiero e le possibili soluzioni sono state raccolte
in molti saggi ed in due libri, editi entrambi dalla casa editrice
la meridiana di Molfetta (BA). Il primo è del 1999 ed ha per titolo
Incontrare mamme e papà. Il più recente è del 2002 e l’abbiamo
chiamato Divieto
di transito. Adolescenti da rimettere in corsa.
Il
malessere però attorno a noi si fa sempre più dilagante. Il livore
degli adulti penetra dolorosamente nei bambini e nei ragazzi. Gli
alunni diventano così sempre più incontenibili, ribelli, impossibili.
Gli studenti mostrano i segni della loro sofferenza con la loro
insofferenza. I professori esausti richiamano la famiglia. Mamme
e papà sempre più impotenti si disperano, si arrabbiano, si isolano,
si danno per vinti. Vi chiediamo quindi di testimoniare e ripensare
con noi: "Sta succedendo anche a voi di parlare come insegnati
o come genitori in una lingua non traducibile dall’altra componente?
Cosa si può fare per fermare la disfatta?". Lo scotto
di questa battaglia lo stanno scontando le nuove generazioni. Vorremmo
quindi lasciare aperta la riflessione su quale prezzo
stiano pagando bambini e ragazzi per questo divorzio epocale
tra scuola e famiglia.
Pensiamoci. Pensiamoci. Pensiamoci.
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