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Sul ruolo degli
insegnanti che lavorano con ragazzi "a rischio"
Innanzitutto, per ottenere la
continuità didattica, si potrebbe assicurare un punteggio doppio a chi insegna
in scuole “a rischio”, come si fa per chi insegna nelle isole o in
situazioni disagiate. Visto che non c’è la possibilità di dare incentivi
economici a tutti, sarebbe una soluzione a costo zero. L’unico onere sarebbe
stabilire quali sono le scuole “a rischio”. I parametri sono quelli
stabiliti dall’art. 4 del Contratto Integrativo del 31 agosto 1999: i tassi di
dispersione scolastica superiori alla media nazionale.
Poi occorre svolgere le lezioni
in maniera alternativa.
Normalmente si fa scuola uguale a quella del Vomero o di Posillipo, cioè
i quartieri borghesi dove gli alunni sono già acculturati per condizione
socio-familiare e sono allenati a stare seduti per ore nei banchi ad ascoltare
gli insegnanti.
Nei Quartieri Spagnoli o a San Giovanni a Teduccio o a Ponticelli o a
Secondigliano o a Pianura , quartieri degradati dove prevale il
sottoproletariato, non si può fare la stessa scuola del Vomero o di Possillipo!
Si dice che la programmazione
deve tener conto del contesto socio-familiare, ma ci si limita in genere a
descrivere tale contesto, senza poi tradurlo in pratiche alternative di scuola.
Questi ragazzi (dico ragazzi, perché quando sono bambini alle elementari sono
in genere più controllabili, anche se già s’intravede il futuro deviante)
sono abituati a vivere in strada, a muoversi continuamente, ad agire con
scaltrezza e furbizia. Parlano in dialetto napoletano forbito di parolacce. Si
misurano muscolarmente, non solo i ragazzi , ma anche le ragazze.
Alla “Pasquale Scura” si svolgevano dei regolari tornei di “tiro a
capelli” tra le ragazze con relativo “strascino”.
Come si può pretendere che questi ragazzi stiano per 5-6 ore seduti tranquilli
nei banchi ad ascoltare la lezione frontale dell’insegnante di turno?
Di solito questi ragazzi sono bocciati a fine anno. La bocciatura è preludio
dell’abbandono.
Adesso proporrò una cosa che
farà arrabbiare gli insegnanti. Secondo me, nella scuola dell’obbligo non si
dovrebbe bocciare. Nella scuola superiore sì, perché è giusto che lì cominci
la selezione. Ma nella scuola dell’obbligo bocciare significa sancire che chi
parte da situazioni svantaggiate non può recuperare.
Don Milani con la “Lettera a una professoressa” avrebbe dovuto pur insegnare
qualcosa a questo riguardo.
Gli insegnanti ritengono che la bocciatura sia una delle poche armi (di potere)
che hanno, perciò insorgono quando la si vuole eliminare.
Già con la riforma Moratti che prevede il biennio e la necessità quindi di non
bocciare in tale biennio, si è spuntato che in alcuni casi gravi si possa
bocciare.
Già sento le repliche degli
insegnanti. Non è vero che la situazione sociale di partenza determini il
rendimento degli allievi. Ci sono allievi che ,pur provenendo da situazioni
economiche disagiate, con la buona volontà e l’intelligenza riescono negli
studi ad andare bene.
E’ vero: già ai tempi di don Milani, c’era il figlio del contadino che
suppliva con la buona volontà e con l’intelligenza alla condizione deprivata
di provenienza. Ma era un’eccezione.
Questi ragazzi sono considerati pigri, “sfaticati” si dice a Napoli, e
stupidi, poco intelligenti. Perciò li si boccia. Ma è così?
Perciò in queste pagine, cercherò di indicare che cosa si può comunque fare
in questa situazione, al di là delle polemiche.
Le intelligenze
degli alunni e la loro promozione
Non è che abbiamo un concetto
d’intelligenza limitato?
Ci spiega Howard Gardner (Formae mentis, Feltrinelli 1987) che ci sono
molte forme d’intelligenza: quella linguistica, quella musicale, quella
logico-matematica, quella spaziale, quella corporea-cinestesica,ecc.
E’ la teoria delle intelligenze multiple.
Di solito nella scuola
consideriamo solo due forme d’intelligenza: quella linguistica e quella
logico-matematica.
E’ chiaro che in una situazione in cui mancano libri, a volte lo stesso spazio
per studiare (alcuni ragazzi abitano nei “bassi”, un’ unica stanza che
funge da cucina, salotto e camera da letto),dove si parla dialetto,
l’intelligenza linguistica non ha molte occasioni per svilupparsi.
La lingua italiana è per questi
ragazzi una lingua straniera. Avranno sicuramente difficoltà a leggere e a
scrivere.
A volte questi ragazzi hanno, invece, intuito logico- matematico oppure hanno un
affinato orientamento spazio-temporale oppure ancora hanno un talento musicale e
artistico oppure sono degli atleti.
Quello che chiamiamo stupidità o mancanza d’intelligenza è allora riferita a
un’intelligenza molto limitata.
Nella scuola dell’obbligo non
si dovrebbe bocciare, ma solo certificare debiti e crediti formativi: per
sviluppare le potenzialità e per recuperare le carenze che si hanno.
Occorre dare la possibilità a ciascun allievo di poter fare di più nelle
attività in cui eccelle (attività opzionali). Questo diventa un premio da
conquistare impegnandosi nelle attività in cui si
è meno portati.
Si useranno pertanto rinforzi positivi e non negativi: l’accompagnamento dei
genitori, l’ammonizione o rapporto disciplinare, la sospensione dalle lezioni.
Questi strumenti, come ha avuto
modo di constatare ciascun insegnante nella sua esperienza, non funzionano. Il
richiamo ai genitori è spesso inutile, perché manca una presenza educativa
della stessa famiglia o c’è la tendenza adesso a dare sempre ragione al
proprio figlio anche quando sbaglia (il genitore si trasforma in avvocato del
figlio) e a riversare tutta la colpa all’insegnante o alla scuola.
Sospenderlo dalle lezioni per alcuni giorni significa solo far ritornare a
scuola il ragazzo più incattivito e più rabbioso nei confronti
dell’istituzione scolastica.
Fare
un contratto educativo con questo ragazzo è più produttivo: se ti comporti
bene, andrai in palestra o nel laboratorio d’informatica o in quello
artistico…(la scelta sarà fatta dall’insegnante-tutor in base alle
preferenze del ragazzo e alle sue attitudini).
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