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Per una didattica
più motivante
Questi ragazzi di cui stiamo
parlando non sono stupidi, vanno motivati.
Per motivarli, occorre utilizzare contenuti che li interessino e metodi
didattici alternativi alla lezione frontale.
La lezione in queste scuole “ a rischio” dovrebbe essere prevalentemente
laboratoriale: insistere più sul saper fare che sul saper imparare.
Questi ragazzi amano, infatti, l’operatività (e questo è già segno di
intelligenza!). Dal fare potranno imparare.
Nel laboratorio artistico,
operando con le varie tecniche pittoriche, potranno imparare la differenza fra
le diverse epoche artistiche e storiche.
Il teatro può essere importante strumento interdisciplinare per recuperare le
carenze linguistiche e anche affettive. Questi ragazzi sono spesso attori nati:
sanno esprimersi con la gestualità, con il corpo più che con le parole. Ma
occorre considerare il napoletano una lingua vera e propria e non emarginarla in
favore dell’italiano (“ a scuola non si parla dialetto!”).
A Napoli abbiamo una tradizione esemplare in tal senso: Viviani , Scarpetta,
Eduardo. Il repertorio è vasto.
Si può, poi, insegnare che il napoletano da loro volgarmente parlato, ha una
ricchezza lessicale e culturale che nemmeno immaginano; e ha delle regole
grammaticali come tutte le lingue. Da qui si può partire per imparare
l’italiano e le lingue straniere.
Recitare significa leggere,
memorizzare un testo, interpretarlo.
Ma col teatro si attivano anche altri laboratori e si acquisiscono altre
nozioni: il laboratorio sartoriale per i vestiti, il laboratorio di falegnameria
e artistico per le scenografie, quello musicale per le musiche da utilizzare e
così via.
Col teatro s’ acquisiscono anche le regole disciplinari: recitare un certo
ruolo, aspettare il proprio turno, ecc. Recitare- come insegna Moreno con lo
psicodramma- può anche aiutare a superare i propri disagi: balbuzie, timidezza,
instabilità emotiva, irritabilità, aggressività…
Un altro laboratorio importante
per il recupero delle abilità linguistiche è quello multimediale.
Questi ragazzi non amano scrivere con la penna, ma amano il computer. Esso
consente anche di correggere gli errori in tempo reale col vocabolario
ortografico incorporato che ti segna in rosso gli sbagli e le parole non
conosciute. Così i ragazzi imparano che il computer non conosce delle parole
che magari noi conosciamo: ma allora è stupido! Anch’esso ha bisogno di
arricchire il lessico, come noi.
Gli errori, ovviamente, si correggeranno
sempre con l’aiuto dell’insegnante.
Il testo non è più solo scrittura, ma si può arricchire anche col disegno,
con l’animazione, con le voci, con i suoni, con le foto e con i film.
La lezione di storia, di geografia, di scienze e di quant’altro può essere
sviluppata a livello multimediale in un laboratorio d’informatica connesso in
rete: sarà più ascoltata (e memorizzata) di una lezione fatta in maniera
tradizionale utilizzando solo la voce monotona del docente.
Sempre al computer si possono
realizzare giornalini scolastici. E’ un metodo utile per introdurre gli alunni
a leggere il giornale (si ricordi che abitano in case dove è difficile trovare
un giornale e dove al massimo si compra un giornale sportivo) e per formare i
futuri cittadini. Si abitua gli alunni a fare commenti sugli avvenimenti
mondiali, allargando i loro orizzonti spaziali e temporali, ad organizzare gli
eventi secondo le rubriche o le sezioni selezionate. Però non bisogna imporre:
la scelta deve venire dagli alunni. Noi per esempio alla scuola media “Santa
Maria di Costantinopoli” di Napoli, dove attualmente insegno, abbiamo lasciato
che siano gli alunni a scrivere ciò che vogliono e come vogliono. Non a caso il
giornalino si chiama “Spazio ragazzi”.
L’educazione stradale si può
insegnare in maniera interattiva con i sussidi FIAT.
La manipolazione, come già
sanno gli insegnanti di sostegno per gli alunni disabili, è molto importante
per la creatività e lo sviluppo del tatto. Certo occorre evitare che gli alunni
si lancino palline di creta in faccia o che distruggano i computer facendo
quello che gli pare. Qui non si sta predicando l’anarchia, la mancanza di
autorità e di disciplina.
Gli alunni debbono essere motivati, debbono sapere che per frequentare un
laboratorio devono assoggettarsi ad alcune regole disciplinari (tenere in
ordine, fare silenzio, attenersi al compito assegnato), altrimenti la frequenza
del laboratorio sarà loro vietata.
Lavorare ed
apprendere in gruppo
Un altro metodo da privilegiare
è il lavoro di gruppo.
Il gruppo sarà costituito sulla base delle preferenze relazionali (per evitare
relazioni conflittuali, molto frequenti tra questi ragazzi), ma facendo in modo
che ci sia nel gruppo anche un ragazzo più capace che possa aiutarli, che funga
cioè da tutor del gruppo.
I compiti dovranno essere ripartiti
secondo le attitudini (chi è più bravo in artistica, farà per esempio il
disegno ecc.), in modo che ognuno faccia qualcosa.
Fare lavoro di gruppo significa
utilizzare il metodo della ricerca.
Come scrive Marco Lodi (Guida al mestiere di maestro, Editori Riuniti
1982.):
“Oggi
in Italia , a seconda che l’insegnante ha della vita e dell’educazione,
abbiamo un certo modo di insegnare.
Per esemplificare, potremmo dire che oggi ci
sono due tipi di scuole, che riflettono due diverse concezioni
dell’educazione. (…) La prima di queste scuole, o concezioni educative,(…)
può essere chiamata ‘trasmissiva’, perché non tiene conto delle fasi del
processo evolutivo del bambino e intende solo riproporre (trasmettere) un
modello già dato.(…) I programmi didattici non sono ministeriali perché il Ministero della Pubblica istruzione fornisce
solo degli ‘orientamenti’ e perché, costituzionalmente, lo Stato non ha un
suo metodo per insegnare. Purtroppo i programmi di questa scuola, affidata ad
insegnanti che hanno studiato solo la storia della pedagogia e non hanno fatto
nemmeno un anno di pratica in una
scuola verificando attentamente i propri metodi, sono i libri di testo. A ogni
bambino un libro uguale, con dentro tutto sistemato secondo il criterio dell’adulto che
lo ha compilato. Che noia per il bambino che viene dalle sue esperienze manuali e di gioco, dalle sue interpretazioni del mondo! E che noia anche per il
maestro seguire quelle pagine invece di studiare su tanti libri, cercando
testimonianze, fatti, poesie. Ma una biblioteca adatta , con testi
concettualmente e formalmente comprensibili, a scuola non c’è.
D’altra parte l’organizzazione del lavoro sulla base delle
motivazioni spaventa l’insegnante senza esperienza perché sente che potrebbe sfuggirgli di mano la situazione. Eccolo
allora rifugiarsi nell’antico metodo della lezione, della interrogazione,
della valutazione, della bocciatura.”
Spesso gli insegnanti delle
scuole “a rischio” si lamentano che gli alunni non hanno portato il libro di
testo, perché non lo hanno comprato per motivi economici o perché
semplicemente non lo portano. Magari hanno i soldi, ma preferiscono comprare
altre cose. Questa mancanza potrebbe
essere l’occasione giusta offerta all’insegnante per proporre suoi testi o
testi multipli, magari presi in prestito dalla biblioteca scolastica o
utilizzando i vari testi che le case editrici ci mandano in consultazione.
Ma torniamo a Lodi che ci
illustra il metodo della ricerca:
“Alla base di questa scuola
c’è un’idea diversa di come funziona la conoscenza: non una struttura vuota
da riempire ma un tutto pieno da ristrutturare, in modo via via più complesso. Non si passa dall’ignoranza alla conoscenza, ma si
procede da quello che si conosce , per approfondimento e riorganizzazione dei
dati.(…)Il metodo della ricerca garantisce dunque questo tipo di scuola . E’
un metodo preciso , non ambiguo, non equivoco. E’ opportuno chiarire che non
si tratta della cosiddetta ‘ricerca’ intesa come modo mascherato di
trasmettere contenuti, che obbliga i ragazzi a cercare su enciclopedie
e giornali le notizie più strane e lontane dal loro mondo psicologico.
La nostra proposta è completamente diversa: è partire da ciò che è vicino ai
bambini per far crescere le conoscenze esistenti. E’ far crescere le
conoscenze di ciascuno attraverso il lavoro comune.”
Ecco
perché si propone il lavoro di gruppo: nel lavoro di gruppo s’impara a fare
ricerca (è lo stesso metodo che usano le èquipe scientifiche), s’impara a
collaborare (importantissimo per ragazzi che sono abituati a un individualismo
prepotente!), a produrre un lavoro in comune.
Così si ritrova la motivazione,
cioè imparare divertendosi, curiosando e relazionando.
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