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Scuola e dintorni

 

 

INSEGNARE AI RAGAZZI "A RISCHIO"
(terza parte)

di Eugenio Tipaldi

prima parte

 

Per una didattica più motivante

Questi ragazzi di cui stiamo parlando non sono stupidi, vanno motivati.
Per motivarli, occorre utilizzare contenuti che li interessino e metodi didattici alternativi alla lezione frontale.
La lezione in queste scuole “ a rischio” dovrebbe essere prevalentemente laboratoriale: insistere più sul saper fare che sul saper imparare.
Questi ragazzi amano, infatti, l’operatività (e questo è già segno di intelligenza!).
Dal fare potranno imparare.

Nel laboratorio artistico, operando con le varie tecniche pittoriche, potranno imparare la differenza fra le diverse epoche artistiche e storiche.
Il teatro può essere importante strumento interdisciplinare per recuperare le carenze linguistiche e anche affettive. Questi ragazzi sono spesso attori nati: sanno esprimersi con la gestualità, con il corpo più che con le parole. Ma occorre considerare il napoletano una lingua vera e propria e non emarginarla in favore dell’italiano (“ a scuola non si parla dialetto!”). 
A Napoli abbiamo una tradizione esemplare in tal senso: Viviani , Scarpetta, Eduardo. Il repertorio è vasto.
Si può, poi, insegnare che il napoletano da loro volgarmente parlato, ha una ricchezza lessicale e culturale che nemmeno immaginano; e ha delle regole grammaticali come tutte le lingue. Da qui si può partire per imparare l’italiano e le lingue straniere.

Recitare significa leggere, memorizzare un testo, interpretarlo.
Ma col teatro si attivano anche altri laboratori e si acquisiscono altre nozioni: il laboratorio sartoriale per i vestiti, il laboratorio di falegnameria e artistico per le scenografie, quello musicale per le musiche da utilizzare e così via.
Col teatro s’ acquisiscono anche le regole disciplinari: recitare un certo ruolo, aspettare il proprio turno, ecc. Recitare- come insegna Moreno con lo psicodramma- può anche aiutare a superare i propri disagi: balbuzie, timidezza, instabilità emotiva, irritabilità, aggressività…

Un altro laboratorio importante per il recupero delle abilità linguistiche è quello multimediale. 
Questi ragazzi non amano scrivere con la penna, ma amano il computer. Esso consente anche di correggere gli errori in tempo reale col vocabolario ortografico incorporato che ti segna in rosso gli sbagli e le parole non conosciute. Così i ragazzi imparano che il computer non conosce delle parole che magari noi conosciamo: ma allora è stupido! Anch’esso ha bisogno di arricchire il lessico, come noi.
Gli errori, ovviamente, si correggeranno sempre con l’aiuto dell’insegnante.
Il testo non è più solo scrittura, ma si può arricchire anche col disegno, con l’animazione, con le voci, con i suoni, con le foto e con i film.
La lezione di storia, di geografia, di scienze e di quant’altro può essere sviluppata a livello multimediale in un laboratorio d’informatica connesso in rete: sarà più ascoltata (e memorizzata) di una lezione fatta in maniera tradizionale utilizzando solo la voce monotona del docente.

Sempre al computer si possono realizzare giornalini scolastici. E’ un metodo utile per introdurre gli alunni a leggere il giornale (si ricordi che abitano in case dove è difficile trovare un giornale e dove al massimo si compra un giornale sportivo) e per formare i futuri cittadini. Si abitua gli alunni a fare commenti sugli avvenimenti mondiali, allargando i loro orizzonti spaziali e temporali, ad organizzare gli eventi secondo le rubriche o le sezioni selezionate. Però non bisogna imporre: la scelta deve venire dagli alunni. Noi per esempio alla scuola media “Santa Maria di Costantinopoli” di Napoli, dove attualmente insegno, abbiamo lasciato che siano gli alunni a scrivere ciò che vogliono e come vogliono. Non a caso il giornalino si chiama “Spazio ragazzi”.

L’educazione stradale si può insegnare in maniera interattiva con i sussidi FIAT.

La manipolazione, come già sanno gli insegnanti di sostegno per gli alunni disabili, è molto importante per la creatività e lo sviluppo del tatto. Certo occorre evitare che gli alunni si lancino palline di creta in faccia o che distruggano i computer facendo quello che gli pare. Qui non si sta predicando l’anarchia, la mancanza di autorità e di disciplina. 
Gli alunni debbono essere motivati, debbono sapere che per frequentare un laboratorio devono assoggettarsi ad alcune regole disciplinari (tenere in ordine, fare silenzio, attenersi al compito assegnato), altrimenti la frequenza del laboratorio sarà loro vietata.


Lavorare ed apprendere in gruppo

Un altro metodo da privilegiare è il lavoro di gruppo. 
Il gruppo sarà costituito sulla base delle preferenze relazionali (per evitare relazioni conflittuali, molto frequenti tra questi ragazzi), ma facendo in modo che ci sia nel gruppo anche un ragazzo più capace che possa aiutarli, che funga cioè da tutor del gruppo.

I compiti dovranno essere ripartiti secondo le attitudini (chi è più bravo in artistica, farà per esempio il disegno ecc.), in modo che ognuno faccia qualcosa.

Fare lavoro di gruppo significa utilizzare il metodo della ricerca.
Come scrive Marco Lodi (Guida al mestiere di maestro, Editori Riuniti 1982.):

“Oggi in Italia , a seconda che l’insegnante ha della vita e dell’educazione, abbiamo un certo modo di insegnare. Per esemplificare, potremmo dire che oggi ci sono due tipi di scuole, che riflettono due diverse concezioni dell’educazione. (…) La prima di queste scuole, o concezioni educative,(…) può essere chiamata ‘trasmissiva’, perché non tiene conto delle fasi del processo evolutivo del bambino e intende solo riproporre (trasmettere) un modello già dato.(…) I programmi didattici non sono ministeriali perché il Ministero della Pubblica istruzione fornisce solo degli ‘orientamenti’ e perché, costituzionalmente, lo Stato non ha un suo metodo per insegnare. Purtroppo i programmi di questa scuola, affidata ad insegnanti che hanno studiato solo la storia della pedagogia e non hanno fatto nemmeno un anno di pratica in una scuola verificando attentamente i propri metodi, sono i libri di testo. A ogni bambino un libro uguale, con dentro tutto sistemato secondo il criterio dell’adulto che lo ha compilato. Che noia per il bambino che viene dalle sue esperienze manuali e di gioco, dalle sue interpretazioni del mondo! E che noia anche per il maestro seguire quelle pagine invece di studiare su tanti libri, cercando testimonianze, fatti, poesie. Ma una biblioteca adatta , con testi concettualmente e formalmente comprensibili, a scuola non c’è.
D’altra parte l’organizzazione del lavoro sulla base delle motivazioni spaventa l’insegnante senza esperienza perché sente che potrebbe sfuggirgli di mano la situazione. Eccolo allora rifugiarsi nell’antico metodo della lezione, della interrogazione, della valutazione, della bocciatura.”

Spesso gli insegnanti delle scuole “a rischio” si lamentano che gli alunni non hanno portato il libro di testo, perché non lo hanno comprato per motivi economici o perché semplicemente non lo portano. Magari hanno i soldi, ma preferiscono comprare altre cose. Questa mancanza potrebbe essere l’occasione giusta offerta all’insegnante per proporre suoi testi o testi multipli, magari presi in prestito dalla biblioteca scolastica o utilizzando i vari testi che le case editrici ci mandano in consultazione.

Ma torniamo a Lodi che ci illustra il metodo della ricerca:

“Alla base di questa scuola c’è un’idea diversa di come funziona la conoscenza: non una struttura vuota da riempire ma un tutto pieno da ristrutturare, in modo via via più complesso. Non si passa dall’ignoranza alla conoscenza, ma si procede da quello che si conosce , per approfondimento e riorganizzazione dei dati.(…)Il metodo della ricerca garantisce dunque questo tipo di scuola . E’ un metodo preciso , non ambiguo, non equivoco. E’ opportuno chiarire che non si tratta della cosiddetta ‘ricerca’ intesa come modo mascherato di trasmettere contenuti, che obbliga i ragazzi a cercare su enciclopedie  e giornali le notizie più strane e lontane dal loro mondo psicologico. La nostra proposta è completamente diversa: è partire da ciò che è vicino ai bambini per far crescere le conoscenze esistenti. E’ far crescere le conoscenze di ciascuno attraverso il lavoro comune.”

Ecco perché si propone il lavoro di gruppo: nel lavoro di gruppo s’impara a fare ricerca (è lo stesso metodo che usano le èquipe scientifiche), s’impara a collaborare (importantissimo per ragazzi che sono abituati a un individualismo prepotente!), a produrre un lavoro in comune. 
Così si ritrova la motivazione, cioè imparare divertendosi, curiosando e relazionando.

 


Autore:

Eugenio Tipaldi è laureato in filosofia ed ha sempre insegnato in scuole “di frontiera”: per sei anni presso la scuola media “Giovanni XXIII” di Sant’Antimo, in provincia di Napoli; per due anni presso la scuola media “Guarino” a San Pietro a Patierno, periferia di Napoli; per sette anni presso la scuola media “Pasquale Scura”, sita nei Quartieri Spagnoli di Napoli.
Attualmente insegna presso la scuola media “Santa Maria di Costantinopoli” di Napoli. 
E’ autore di un libro di poesie: “La malattia mortale della gioventù” (Editrice Letteraria Internazionale, Ragusa 1996) e del pamphlet polemico: “Diario scolastico. le vicissitudini di un insegnante in una scuola a rischio di Napoli” (Oppure editore, Roma 2004).

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copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 8, Luglio 2004


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