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L’importanza
delle differenze
Ogni allievo (e anche ogni insegnante)
durante il percorso scolastico ha a che fare con una molteplicità
di differenze. Un certo tipo di differenze sono dovute alla
specifica identità di ciascuno, caratterizzata dalla propria
vita affettiva e relazionale, dai gusti e dalle preferenze.
Ma le differenze sono anche legate a culture diverse, a Paesi
diversi dal proprio, anche a regioni diverse. La classe, e la
scuola, costituisce una comunità eterogenea e composita, un
mondo la cui ricchezza è dovuta proprio a queste diverse e numerose
componenti. Più precisamente una sottocomunità, un sottomondo
in cui allievi e insegnanti sperimentano e imparano le
regole di una ricca e costruttiva convivenza, ove il confronto
con la diversità è una continua scoperta e un aspetto fondamentale
del percorso formativo (torna l’istanza della formazione alla
cittadinanza).
Una diversità particolare è
rappresentata dalle situazioni di handicap, che impone, da una
parte, un sostegno di specifiche competenze professionali e
il sostegno non specifico della sottocomunità scolastica che
accoglie tale diversità, e che impone, da un’altra parte, l’esigenza
di cogliere e valorizzare le particolari doti degli allievi
portatori di handicap: la sensibilità tattile e uditiva dei
non vedenti, la spiccata socialità dei bambini e dei ragazzi
affetti dalla sindrome di Down, o la particolarità del linguaggio
dei segni, utilizzato dai non udenti.
L’inserimento di allievi portatori
di handicap è sempre stato a cuore alla scuola italiana. La
Riforma vuole rifarsi alla esperienza maturata e portare avanti
la cultura dell’inclusione, la scuola inclusiva. Avendo
ben presente che l’integrazione e l’inclusione esigono una alta
qualità scolastica e che costituiscono un processo continuo,
non meccanico.
Il processo educativo è composto
da una linea progressiva, nella direzione dello svilupparsi
dell’apprendimento, e da azioni ricorsive, i gesti rituali
della vita di classe e di scuola, il rispetto di aspetti organizzativi,
la suddivisione delle discipline. Le azioni ricorsive non vanno
confuse con la ripetitività (termine che inevitabilmente si
carica di un’accezione negativa): esse sono alla base dell’organizzazione
della memoria e del tempo, della capacità di sopportare fatica
e ritmi. Queste caratteristiche sono necessarie per “saper studiare”.
Nel caso dei giovani portatori
di handicap, si potrebbe pensare di affidare l’organizzazione
delle attività ricorsive a insegnanti di sostegno: l’assunzione
implicita è che a questi giovani si debbano insegnare soprattutto
(se non esclusivamente) tali attività ricorsive: l’ordine, l’organizzazione,
le capacità materiali di fare e orientarsi.
C’è un rischio in questa soluzione.
Infatti i percorsi, quello ricorsivo (bambini con handicap)
e quello progressivo (gli altri bambini), potrebbero essere
drasticamente separati, scissi. La nuova scuola vuole tentare
di integrare i due percorsi, avvalendosi della maggiore duttilità
della programmazione curricolare rispetto al passato (il programma
monolitico), della possibilità di adattare il curricolo alle
situazioni concrete, di modellare tale strumento al tempo
e al luogo specifici.
Basta un esempio per “dimostrare”
l’importanza dell’integrazione dei due percorsi: si pensi a
quanti bambini sono disordinati, incapaci di darsi un’organizzazione
pratica riguardo a un gioco o a una ricerca sui Babilonesi,
incapaci di rispettare una disciplina o delle regole (necessarie
anche in un gioco, e non soltanto per portare a termine una
ricerca sui Babilonesi). A questo disordine può rimediare una
cura formativa destinata alle attività ricorsive: l’organizzazione
materiale dell’apprendimento è tanto importante quanto quella
mentale, anzi questi due aspetti sono separabili soltanto
per esigenze di esposizione e riflessione teorica, mai nel corso
dell’apprendimento di ogni bambino, sia esso portatore di handicap
oppure no.
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