| Lo
spazio scolastico. Esperienza di una crisi
Studiare
l’organizzazione dello spazio in cui si dispiega l’accadere formativo
significa anche volgersi a cogliere regole e norme che lo disciplinano.
L’infrazione della norma e il conseguente riequilibrio dei poteri
sono qui colti, secondo un approccio clinico e critico, quali momenti
particolarmente rivelatori del dispositivo pedagogico sotteso alle
pratiche in atto in un determinato contesto. Il danneggiamento degli
arredi, in una scuola superiore, è occasione per rinegoziare
la gestione degli spazi, ma anche l’ordine normativo e pedagogico.
Ogni
singola realtà scolastica ha una propria storia, un’identità
sedimentata nel tempo che in parte si incarna, fisicamente, nella
struttura dell’edificio. Si potrebbe dire anche che ogni istituto
ha un proprio sapore, per cui, entrandovi da ex-alunni sembra di
ritrovarci qualcosa di immutato, una memoria persistentemente legata
a un corridoio, a un’aula o a un angolo che una volta abbiamo abitato
e che sembra conservare l’alone di quella presenza.
Anche
gli edifici che non appartengono alla nostra esperienza mostrano,
entrandovi per la prima volta, la capacità di far risuonare
la memoria: qui familiare ed estraneo si intrecciano più
visibilmente, e spesso ci si sorprende a interpretare, quasi senza
volerlo, l’eco di antiche voci imprigionate tra le mura. Personalmente,
ho accumulato un certo sapere architettonico sullo spazio scolastico:
ho lavorato in edifici vecchi e a volte fatiscenti, quelli dove
tutto sembra rimandare a un passato non ancora sconfitto, e mi è
capitato anche di notare la serialità degli edifici di nuova
costruzione, quelli tutti uguali, incredibilmente ripetuti al dettaglio
nella medesima maniera come se fossero solo manufatti industriali
e non, soprattutto, luoghi abitati da collettività dotate
di una propria storia[1].
Il
pensiero pedagogico ha elaborato diverse proposte di uno spazio
consapevolmente assunto quale cornice importante nel processo di
formazione: dall’aula multicolore della Montessori a quella autoprodotta
di Freinet, dalla periferia rivendicativa di Don Milani fino alla
borgata pasoliniana e all’aula multimediale[2].
Vi
è anche una pars destruens in questa attenzione del pedagogico
per lo spazio della formazione: per quanto, in questo senso, il
ruolo del leone spetti a un filosofo come Michel Foucault, a cui
dobbiamo analisi attente sulla genealogia dello spazio educante
come dispositivo di produzione del sapere e di esercizio del potere.
In quest’ottica, lo sguardo pedagogico è criticamente volto
a riappropriarsi del diritto prioritario di parola su criteri e
modalità costitutivi dello spazio formativo. Uno spazio che
è solitamente sottratto alla pedagogia e affidato alle competenze
di urbanisti, costruttori, burocrati, amministratori e quanti concorrono
a progettare e realizzare contesti destinati a promuovere la formazione.
Discutere ruolo e incidenza della struttura in cui si realizza l’accadere
educativo, particolarmente in ambito scolastico, non è, di
conseguenza, un’indebita invasione di campo da parte del pedagogista.
Anzi, si può ragionevolmente sostenere che la progettazione
e la ristrutturazione di aule ed edifici si gioverebbero di una
consulenza pedagogica e di un’attenta definizione di criteri, modalità
e funzioni di uno spazio che è pur sempre, soprattutto, luogo
di formazione.
Ma
assumere lo spazio come mediatore pedagogico non significa, chiaramente,
limitarsi a questioni di ingegneria o di arredo. Vi è un
apparato normativo da considerare e da portare alla luce; vi sono
un insieme di regole, convenzioni, costrizioni e procedure, implicite
ed esplicite, che concorrono a fornire a ogni contesto quel particolare
sapore che a volte si avverte venendovi a contatto.
Le
cose, del resto, hanno una storia, e questa agisce potentemente
come fattore di formazione. Benjamin ha chiarito che il rapporto
tra soggetto e oggetto non è puramente strumentale: in ogni
organizzazione spaziale agisce una tradizione, è in atto
una durata che concorre a determinare un reticolo di pratiche e
un orizzonte di significati. Lo spazio della formazione è
anche uno spazio di colonizzazione in cui si incontrano corpi con
ruoli e poteri diversi, si dispiega un dispositivo anche impersonale
che concorre a gestire e produrre, si fronteggiano diversità,
si stabiliscono gerarchie e valori. L’edificio scolastico, qui assunto
come luogo della formazione, rimanda a una biografia: non solo le
parti murarie e gli arredi, ma l’istituzione scolastica ha una propria
memoria identitaria, un sedimentare lento ma palpabile che incastona
le storie che vi sono passate, i cambiamenti e i conflitti che vi
sono avvenuti, le rotture e le continuità. Non solo, questa
vicenda biografica rimanda ad altre vicende: certamente quelle del
contesto territoriale, ma spesso vi prendono parte improvvise influenze
lontane, intrecciando spazi e tempi diversi in un’unica singolare
storia. Di conseguenza, e per quanto ogni determinato spazio formativo
abbia una propria peculiarità, l’indagine su una realtà
fornisce tracce suscettibili di estendersi ad altre. Non in senso
rigido o inseguendo la perfetta aderenza delle diversità
all’interno di tipologie oggettive ma, come avviene nella ricerca
qualitativa, in quanto lo studio del caso singolo è capace
di porre domande, oltre che su sé stesso, su fenomeni contigui.
Quella
che si espone qui è, quindi, soprattutto la storia di una
relazione intercorsa tra chi scrive e un preciso luogo formativo:
una relazione fatta di accordi e conflitti, traguardi e rinvii,
incontri e perdite. Per due anni scolastici consecutivi, tra il
2000 e il 2002, ho lavorato intorno ad alcuni progetti presso una
istituzione scolastica, il Liceo Scientifico Statale di Ruvo di
Puglia, a trentacinque chilometri a nord di Bari.
Il
mio arrivo[3] ha coinciso con un momento
particolare nella storia di quella realtà scolastica: per
la prima volta, e dopo anni di attesa, essa si trasferiva presso
una nuova sede, una costruzione estremamente periferica ma finalmente
dotata, almeno nelle previsioni, di tutto il necessario. La sede
storica, ormai in disuso, ha ospitato il Liceo dalla sua fondazione,
nei primi anni ’50, e si è via via mostrata insufficiente
anche a contenere il progressivo aumento degli alunni, passato nell’arco
degli anni ’90 da meno di trecento unità a oltre ottocento.
Questa
realtà scolastica è inserita in una tradizione, e
costituisce in modo condiviso, nel territorio[4],
un esempio di serietà ed efficienza. Infatti, è vanto
dell’attuale come delle passate dirigenze una particolare dote accumulata
negli anni: l’Istituto, a differenza di quanto è accaduto
e accade presso realtà vicine, è stato quasi costantemente
al riparo da turbolenze, contestazioni e moti di indisciplina. Non
solo il ’68 non vi è quasi passato, e ancora meno il ’77,
ma non vi è traccia delle lunghe occupazioni studentesche
che costituiscono, invece, un appuntamento ricorrente per le realtà
scolastiche dei comuni vicini, né le irrequietezze e le disobbedienze
degli studenti si sono mai tradotte in qualcosa di più di
qualche isolata e sporadica giornata di sciopero. La comunità
percepisce il Liceo come un’oasi tranquilla e sicura: un questionario
distribuito all’inizio dell’anno scolastico ai genitori degli studenti
del primo anno, infatti, addensa le risposte riguardo ai fattori
determinanti la scelta dell’Istituto da frequentare attorno ai termini
di serietà, efficienza e sicurezza[5].
Il legame affettivo che si stabilisce tra una comunità locale
e la sua scuola superiore (fino a pochi anni fa l’unico istituto
secondario nel comprensorio) è testimoniato anche dalla relativa
stabilità del corpo docente, composto in maggioranza da personale
residente nei tre comuni interessati. In parecchi casi si tratta
di docenti che insegnano presso il Liceo da molti anni: alcuni sembrano
fornire identificabilità ai corsi, che infatti sono riconosciuti
dal cognome del docente storico, e in genere il trasferimento presso
questo Istituto è considerato un punto di arrivo nell’iter
professionale. La stabilità della classe docente, e la conseguente
popolarità di alcune figure presso la comunità locale,
è alla base di una percezione di familiarità, tipica
dei piccoli centri ma esaltata, in questo caso, dalla particolare
tradizione. La nuova sede è inserita in questa reputazione,
e vi appare come il raggiungimento di un traguardo e un ulteriore
sviluppo dei requisiti già consolidati. Maggiore efficienza
e produttività, insieme col perdurare del clima improntato
a rigore, protezione e un leggero paternalismo, accompagnano il
trasloco dalla vecchia alla nuova sede. Il dirigente scolastico,
ai primi anni in questo ruolo di prestigio, lega la vicenda personale
a quella dell’Istituto: enfatizza allo stesso tempo continuità
e cambiamento, modernità e tradizione. Garantisce in un messaggio
indirizzato ai genitori la consueta serietà, aggiungendovi
i benefici di una dotazione logistico-strumentale ampia e confortevole.
La custodia e la salvaguardia dell’immobile divengono ben presto
un obiettivo dichiarato della comunità scolastica: gli anni
passati in un edificio disagevole meritano adesso un’attenta conservazione
del nuovo contenitore e una sua promozione come esempio di funzionamento
corretto e armonico.
Le
prime preoccupazioni si manifestano nel corso del mese di gennaio,
cioè a poche settimane dall’apertura della nuova sede. Scritte
inopportune e oscene deturpano un muro esterno, e altre vi compaiono
a distanza di giorni all’interno, lungo un corridoio. La dirigenza
allerta genitori, docenti e studenti attraverso una circolare e
un messaggio diffuso in tutte le aule attraverso un circuito di
diffusione audio[6]. Tutti sono chiamati
a vigilare affinché la struttura sia preservata. Gli studenti,
in particolare, sono invitati a segnalare i nominativi di compagni
responsabili di gesti vandalici o irrispettosi. Si garantisce l’anonimato
dei delatori ma si aggiunge, a parere di chi scrive in modo poco
opportuno, che costoro saranno premiati in sede di valutazione del
profitto. Nel giro di poche settimane, si delinea tutta una serie
di norme a tutela dell’integrità dello spazio scolastico.
Il personale, docente e ausiliario, diviene vettore di uno sforzo
teso ad evitare distorsioni organizzative e depauperamenti dell’ambiente.
La preoccupazione costante è, con tutta evidenza, che studenti
isolati o in piccoli gruppi approfittino delle pause e delle pieghe
del lavoro scolastico per insudiciare o danneggiare la struttura.
Il sospetto colpisce prevalentemente maschi del triennio superiore,
e si concentra su coloro che uniscono un basso rendimento a una
certa esuberanza relazionale o, perfino, originalità nel
vestiario, nell’acconciatura o nell’atteggiamento. Gli studenti
che appaiono discostarsi dalla norma (si tratta di una norma non
scritta in questo caso, ma ugualmente indiscussa) sono in breve
identificati in uno sparuto gruppo di devianti, il cui comportamento
contempla un certo numero di assenze, un atteggiamento provocatorio
e irrispettoso e, secondo alcuni, pratiche a rischio quali il consumo
di droghe leggere e, perfino, l’ascolto di certa musica (dai Nirvana
al rap).
I
sospettati sono la punta evidente di un allarme connesso alla moltitudine:
è la massa degli studenti che sembra in grado di cagionare
deturpamenti dell’immobile, e di conseguenza si prescrivono una
serie di regole e accorgimenti tesi ad evitare l’assembramento di
centinaia di giovani, sia dentro che fuori l’edificio. L’orario
di apertura è anticipato, con espresso invito affinché
gli studenti giungano in anticipo presso le aule e vi prendano ordinatamente
posto; il momento caotico dell’uscita è affidato ai docenti,
tenuti, come nelle primarie, ad accompagnare le classi fino al varco
d’ingresso. La pausa ricreativa, altro momento denso di pericoli,
è attenuata sia attraverso l’invito, indirizzato ai docenti
titolari di ore consecutive presso la medesima classe, a posticiparla
o anticiparla, sia attraverso un’attenta sorveglianza da parte degli
adulti di corridoi, ingressi e finestre. Una cura particolare si
pone nel separare il biennio dal triennio: si teme che i ragazzi
più grandi possano influenzare o servirsi di quelli minori
per compiere gesti sconvenienti. I bagni, in accordo con la più
ampia tradizione scolastica, sono percepiti come focolai potenziali
di trasgressione, in quanto offrono la possibilità di sottrarsi
alla vista per fumare, perdere tempo o chiacchierare.
Un
ulteriore punto di crisi, nell’organizzazione della vita scolastica,
è fornito paradossalmente dall’esistenza di attrezzature
e laboratori che, pure, si esibivano con scatti fotografici sui
dèpliant di presentazione dell’Istituto. Il laboratorio di
lingue straniere, in cui erano state danneggiate alcune postazioni,
diviene oggetto di una particolare attenzione: ogni studente diventa
titolare di un posto a sedere ben identificato, inquadrato in una
griglia garantita dall’occhio vigile del docente, tenuto anche ad
ispezionare banchi e arredi, ad evitare che vi compaiano scritte
sconce. Il laboratorio di informatica, dopo un avvio inglorioso,
rimane a lungo chiuso a chiave: al massimo si consente l’accesso
a gruppi scelti e ridotti, e sempre sotto la responsabilità
di un docente. La palestra, altro luogo di movimento incontrollato
dei corpi, rimane separata dall’insieme dello spazio scolastico
in quanto vi si accede solo attraverso un corridoio, costantemente
vigilato per impedire che vi transitino studenti che non ne abbiano
diritto. Farsi sorprendere in giro durante le ore di lezione può
costare una annotazione sul registro di classe, particolarmente
se si passeggia nelle vicinanze della sala docenti, della presidenza
o della biblioteca.
Il
corpo dell’adolescente rivela così una potenzialità
sovversiva: il gesto vandalico traduce una mancanza di parole tra
giovani e adulti. Non è il conflitto[7]
a preoccupare questi ultimi, dato che nessuno sembra difendere né
rivendicare il disordine, ma è questa forma subdola e ingiustificata
di sottrazione alla norma condivisa che pone un tarlo nell’impalcatura
dell’istituzione.
Bibliografia:
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[1]
Per esempio: la scuola elementare ‘Don Milani’ di Bitonto, in provincia
di Bari, un vecchio e piccolo edificio del primo Novecento in cui
ogni parte della struttura e dell’arredo rimanda ad anni lontani.
Entrandovi si ha quasi l’impressione di una cesura temporale tra
il dentro e il fuori; le aule sono piccole, i banchi vetusti, perfino
i volti, che poi sono quelli di chi abita il centro storico, sembrano
provenire da lontano. Al converso, tra Andria e Barletta, una serie
di edifici adibiti a primaria e media inferiore sono perfettamente
uguali: costruiti dalla stessa impresa, forniscono l’occasione,
se visitati uno dopo l’altro, di avvertire la sensazione freudiana
dell’Unheimliche. Qui il nuovo si rivela, come avrebbe detto Walter
Benjamin, già vecchio: sotto la patina del funzionale e del
moderno si intravede una collettività che rinuncia a rivendicare
una propria storia, anche formativa, e si limita ad acquistare pacchetti
preconfezionati altrove.
[2]
Per una trattazione più ampia sull’argomento: Iori V., Lo
spazio vissuto. Luoghi educativi e soggettività, Firenze,
La Nuova Italia, 1996.
[3]
Naturalmente la mia lettura dell’accaduto è discutibile,
ma proprio il fatto di essere esterno rispetto alle parti potrebbe
aggiungere rilevanza a un’osservazione meno condizionata da interessi,
appartenenze e pregiudizi.
[4]
“Lo spazio della formazione sarà pubblico, in quanto verificabile
e constatabile, in quanto esposto agli sguardi della comunità
che vuole verificare i progressi dei propri giovani; e sarà
altresì spazio chiuso, ritagliato all’interno della città
borghese e da essa staccato, spazio dell’istituzione totale, del
condizionamento che deve isolare per controllare” (Mantegazza R.,
Teoria critica della formazione. Espropriazione dell’individuo e
pedagogia della resistenza, Milano, Unicopli, 1995, p. 59).
[5]
Il questionario rivolto ai genitori chiedeva di indicare, tra i
dieci suggeriti, fino a tre aggettivi in grado di descrivere la
Scuola. In un’altra parte il modo con cui era percepita quella particolare
realtà scolastica era messo in relazione con la decisione
di iscriverci un figlio, e in una terza domanda si indagavano le
aspettative generali in merito ad aspetti quali la sicurezza e l’efficienza
della struttura. In sintesi, l’opinione diffusa coincideva con un’immagine
dell’Istituto come garante di preparazione e serietà, tanto
più che un buon numero di genitori era composto da ex-alunni
o da relativi familiari.
[6]
La
reazione della dirigenza può essere interpretata, in un’ottica
interazionista, anche come il bisogno di provare e ristabilire la
propria funzione. Il messaggio implicito in questo caso sostiene
l’immagine della scuola come luogo di efficienza e serietà,
anche a costo di sovrastimare la minaccia rappresentata dalla deviazione.
Cfr.: Berzano L., - Prina F., Sociologia della devianza, Roma, Carocci,
2001.
[7]
A partire dalla metà degli anni ’80, con il movimento della
Pantera, la critica degli studenti si è focalizzata sull’obsolescenza
delle sedi scolastiche, sollevando una questione di funzionalità
e decoro che non può che trovare il consenso generale. Diversa
è, chiaramente, una critica operata sui modelli pedagogici
in atto: la prima sposta il conflitto verso le responsabilità
dell’amministrazione pubblica, la seconda invece lo riporta all’interno
delle concrete pratiche educative.
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