| Per
una didattica dei beni culturali
Gli allievi devono uscire
per conoscere, realizzare un rapporto concreto, direttamente
esperibile con il bene culturale, non astratto e vago come avviene nelle
lezioni che si svolgono nella scuola a porte chiuse. In tal modo
la scuola assumerà una valenza diversa, più positiva e reale e la conoscenza
avverrà in una forma più naturale e più vicina a quell'apprendimento
spontaneo che permette ad esempio ad un bambino molto piccolo di padroneggiare
la propria lingua senza il minimo sforzo ed in un periodo di tempo
relativamente breve.
L'ambiente va concepito come aula
esterna. Frabboni parla di "ampliare le pareti della scuola e
allungare sul fuoriscuola (nelle aule didattiche decentrate del territorio) i
percorsi di conoscenza e di relazione del soggetto in età evolutiva" (F.
Frabboni, L. Guerra, C. Scurati, Pedagogia, B. Mondadori,1999,
p.62).
A. Visalberghi
in Insegnare ed apprendere. Un approccio evolutivo
parla del "carattere primario e fondante che nell'apprendimento
umano hanno le attività ludico-esplorative e delle implicazioni
che ne vengono, a tutti i livelli, per quanto concerne i processi
educativi, che dovrebbero riuscire a realizzare non già, come succede,
una contrapposizione fra spontaneità e autonomia del gioco e coattività
ed eteronomia del 'lavoro' scolastico, ma un 'naturale' passaggio
dal ludico al 'ludiforme'" (p.3).
Gioco
ed esplorazione: ecco le due attività fondamentali
che portano alla conoscenza dei beni culturali in una forma piacevole
e motivata. Ecco il punto da cui partire per apprendere prima che
venga insegnato, come sostiene appunto Visalberghi quando afferma
che "l'apprendimento precede sempre e necessariamente l'insegnamento
efficace" (p.15). Paradosso solo apparente questo perchè "non
può esserci insegnamento efficace che non utilizzi in modo ottimale
precedenti apprendimenti almeno in buona parte spontanei, e non
ne promuova per quanto possibile di analoghi" (p.15).
Tutto ciò va guardato
all'interno di una prospettiva interdisciplinare, quella stessa
prospettiva che rappresenta il pilastro dell' epistemologia genetica di
Jean Piaget , dove la conoscenza è data dal contributo specifico di
diverse scienze che operano insieme per la realizzazione di un patrimonio
comune.
Per quanto la tradizione
scolastica si sia sempre distinta per la netta separazione tra le varie
discipline, non vi è nulla di più realizzabile di un approccio
interdisciplinare. Qualsiasi argomento può essere affrontato da molte
angolazioni; la realizzazione di un incontro con un bene culturale può
servirsi ad esempio del contributo della storia, dell'educazione all'immagine,
della geografia, della lingua italiana ma anche di discipline come
l'educazione logico-matematica, le scienze ed altre ancora che di primo
acchito potrebbero sembrare completamente estranee, prive di qualsiasi
collegamento a tale progetto.
Un itinerario didattico
interdisciplinare consente un'impostazione modulare con la
convergenza di varie aree disciplinari verso l'oggetto preso in
esame. Quindi non una rigida sequenzialità dei contenuti ma un complesso
di conoscenze da raggiungere attraverso attività di ricerca, gioco,
esplorazione e scoperta, conoscenze che presentano ciascuna la propria
specificità osservativa e che portano a stimolare in una forma dinamica
ed originale i processi di apprendimento del discente.
La
scuola adotta un monumento: un esperienza
Un esempio significativo di
un progetto che ha interessato le scuole di tutta Italia avvicinando i ragazzi
in maniera stimolante e creativa ai beni culturali presenti nel territorio è
stato quello denominato La scuola adotta un monumento. In tutta
la penisola, ragazzi dai 6 ai 18 anni sono usciti dalle loro aule e si sono
sbizzarriti intorno ad un monumento fotografandolo, rappresentandolo
graficamente, producendo filmati, CD-Rom, facendo ricerche, raccogliendo
testimonianze, fino a realizzare rappresentazioni teatrali, feste, mercatini
ed altro ancora. Il progetto inoltre non si è limitato a stimolare allo
studio e alla conoscenza del bene culturale ma ne ha proposto l'adozione,
trasmettendo così un impegno, un valore civico e culturale e un senso di
responsabilità che vanno ben oltre il semplice approccio
"scolastico" tradizionale. La Carta del progetto
afferma:"Adottare un monumento non significa solo conoscerlo ma anche
prenderlo sotto tutela spirituale e dunque sottrarlo all'oblio e al degrado,
averne cura, tutelarne la conservazione, diffonderne la conoscenza,
promuoverne la valorizzazione".
La scuola in cui lavoro, la
"Alessandro Maggini" di Ancona, ha adottato Villa Beer, un
edificio storico circondato da un ampio parco, posto su una collina anconetana
nel quartiere Le Grazie e risalente al 1700. E' composto da due corpi
di fabbrica differenti per dimensioni e per periodo storico, il primo infatti
risale alla fine del '700, l'altro fu aggiunto alla fine dell' '800. Il suo
nome deriva dalla famiglia Beer che lo acquistò alla fine del 1800, in
precedenza era una proprietà dei conti Foschi; dal 1972 appartiene al Comune
di Ancona.
Si tratta di un monumento poco conosciuto dai cittadini e dagli stessi alunni
della scuola elementare del quartiere nonostante disti poche centinaia di
metri dall'edificio scolastico e sebbene sia stato per più di 20 anni la sede
dei corsi post-universitari dell'ISTAO (Istituto Adriano Olivetti di studi per
la gestione dell'economia e delle aziende).
Attualmente la villa versa in stato di abbandono ma la giunta comunale ne ha
previsto il restauro per restituirle ed esaltarne la funzione di piccolo
contenitore culturale e civico mantenendo inalterato l'originale equilibrio
architettonico.
Al progetto ha aderito tutta
la scuola "Maggini", elemento questo di notevole rilevanza dal punto
di vista educativo-didattico sia perchè tutto il plesso si è fatto portatore
di un messaggio di sensibilizzazione nei confronti dei beni culturali sia
perchè l' adesione di tutti ha consentito una maggiore circolazione di idee,
proposte e prospettive di lavoro in un'ottica collaborativa e stimolante.
La scuola elementare raccoglie allievi molto differenti tra loro sia dal punto
di vista dell'età, del bagaglio esperienziale, della condizione
socioculturale e di molti altri aspetti, per non parlare dell'unicità
individuale che fa sì che ciascuno sia uguale solo a se stesso. Partendo da
questo presupposto e nella prospettiva di operare all'interno di un'offerta
formativa ampia e diversificata che si muovesse in una forma interdisciplinare
si è lavorato intorno ad una pluralità di angolazioni:
- quella ludico-esplorativa che ha riguardato l'approccio con la
villa: i ragazzi l'hanno "occupata" con la loro presenza, l'hanno
girata, esplorata, ci hanno corso, giocato, hanno visitato l'interno
dell'edificio, hanno concretamente preso coscienza della sua esistenza;
- quella storico-artistica del
complesso architettonico con produzioni grafiche, servizi fotografici,
raccolta di informazioni, testimonianze e ricerche;
- quella geografico-naturalistica snodatasi
attraverso rilevazioni topografiche, la produzione della pianta del parco che
circonda la villa e un lavoro di ricerca "sul campo" sugli animali
che vivono all'interno del parco;
- quella fantastica
attraverso la scoperta dei miti e delle leggende che avvolgono di mistero la
villa e la produzione di testi fantastici nati dalle impressioni emerse
durante le visite realizzate.
Per rafforzare lo spirito di
gruppo che lavora intorno ad un progetto comune sono state realizzate delle
magliette il cui logo era costituito da un messaggio di
sensibilizzazione nei confronti della villa, le t-shirt sono state indossate
in molteplici occasioni durante lo svolgimento del progetto ed hanno
continuato ad essere indossate ben oltre tale periodo destando curiosità ed
interesse anche in cittadini non coinvolti dall'iniziativa.
All'interno del parco di villa Beer la scuola ha svolto due feste: nella prima
tutti i bambini delle "Maggini" hanno realizzato un grande albero di
carta in un prato del parco arricchendolo di tutti quegli elementi reali e
fantastici che appartenevano a quel luogo; nella seconda i bambini hanno fatto
sgorgare dalla fontana del parco un lungo fiume di carta che si è snodato
lungo il sentiero che attraversa il parco stesso.
La scuola ha partecipato con le proprie produzioni alla mostra "La scuola
e il suo territorio" tenutasi presso la Mole Vanvitelliana di Ancona,
alcune classi inoltre hanno partecipato anche alla successiva mostra-mercatino
tenutasi sempre in Ancona ma in piazza Roma, con oggetti realizzati dai
bambini il cui tema portante era appunto villa Beer.
A conclusione di tale lavoro
è stata rilevata una forte risposta conoscitiva nei bambini che ha lasciato
una traccia indelebile anche a distanza di anni. Ora, provocatoriamente,
vorrei lanciare una domanda: quanto sarebbe stato trattenuto nella loro
memoria se ciascun insegnante si fosse limitato a dettare appunti e a far
incollare cartoline? E anche se con tale metodo si fosse verificato un
discreto apprendimento (resistente al trascorrere del tempo?), quale sarebbe
stata la sua valenza emotiva? Il monumento non avrebbe acquistato un sapore di
medicina amara?
Ecco allora che la famosa affermazione "si può insegnare tutto a
tutti" assume il suo pieno valore se ci si pone la domanda "in che
modo insegnare questo tutto?" e ciò vale anche all'interno di un
discorso di sensibilizzazione ai beni culturali, patrimoni inestimabili della
nostra cultura che non possono essere lasciati scivolare nell'oblio della
memoria storica.
E concludo con un ultimo
piccolo episodio personale, la netta opposizione di Sofia, 7 anni, al
cambiamento di abitazione: "Perchè qui, dice, abbiamo villa Beer",
quella villa che la accompagna nei suoi giochi, che funge da polo
socializzante e che ha anche rappresentato, seppure nella fantasia di bambina,
una meta di studi futuri quando a due anni mi condusse per mano all'interno
dell'edificio allora sede dell'Istao e mi disse di chiedere se poteva
frequentare quella scuola perchè lei sapeva già contare fino a 20. Ora Sofia
non vuole più studiare all'Istao, vuole fare l'acrobata in un circo o la
cubista in discoteca o la cantante di pianobar, ma di una cosa è sempre
certa: vuole abitare vicino a Villa Beer.
In quest'epoca in cui si parla di formare il cittadino del mondo, il primo passo da compiere è quello di uscire dall'edificio scolastico per mettere piede nel proprio mondo, a partire da quello immediatamente limitrofo.
L'ambiente scolastico è un ambiente artificiale ed è vissuto in tale forma dal discente che lo percepisce come altro da
sé e dalla propria realtà; egli vive una scissione, una dicotomia insanabile: da una parte la sua vita, il suo ambiente, le sue esperienze, dall'altra la scuola, luogo di chiusura e di distacco dal mondo reale.
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