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| I
BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI TRA INTEGRAZIONE, INCLUSIONE E PROGETTUALITA’ |
terza
parte |
| di
Pamela Grazzini |
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| III.
Integrazione scolastica ed inclusione sociale
L’evoluzione della normativa nazionale sul tema dell’handicap e,
in particolare, sull’integrazione scolastica, rispecchia una parallela
evoluzione di schemi concettuali e di modelli culturali sul tema
della diversità e sulle sue rappresentazioni sociali.
La legge 104 del 1992 prevede la scolarizzazione di tutti i minori
in situazione di handicap, riconoscendone il pieno diritto fin dall’asilo
nido e ne indica le modalità di attuazione. Si occupa inoltre
dell’integrazione sociale e lavorativa, degli interventi per le
famiglie e stabilisce i compiti dei vari enti ed amministrazioni.
La scolarizzazione non va confusa né si può ridurre
all’accesso, all’inserimento in una classe ma deve produrre ed essere
caratterizzata dall’integrazione, intesa come percorso che dalla
aspecificità delle finalità di gruppo e delle formule
di principio, mediante un insieme di adattamenti reciproci e alla
collaborazione di più figure professionali, giunga all’individualità
dell’alunno, consentendogli delle esperienze significative, sia
nell’apprendere che nel socializzare.
L'integrazione richiede una programmazione ben mirata e documentata
e il coinvolgimento di figure e servizi diversi.
L’integrazione è qualità di vita in comune secondo
un’ottica di globalità. Tutti i membri del sistema devono
essere coinvolti, non solo l’insegnante di sostegno, ma anche gli
altri docenti, il dirigente, i collaboratori scolastici, la famiglia,
i medici, i paramedici, gli alunni, la famiglia, il territorio.
Si deve operare in modo sinergico. Ciascuno deve impegnarsi per
quanto gli compete, in una connessione stretta e continua con gli
altri per fare un lavoro comune.
Perché si abbia una reale esperienza di integrazione scolastica
e sociale è importante che questo approccio psicopedagogico
ed educativo globale sia anche evolutivo-progettuale, nel senso
di un superamento di modelli di tipo disfunzionale, cioè
quelli che partono dal proporre e ricostruire ciò che non
funziona bene, ma anche e soprattutto che con questi bambini si
deve procedere e costruire a partire da ciò che loro sono
in termini positivi, in termini di presenza e non di assenza di
abilità e competenze, partire cioè dai loro ambiti
di potenzialità, da ciò che Vygotskij chiamava “zona
prossimale di sviluppo”, ovvero la differenza tra il livello di
risoluzione dei problemi sotto la direzione di adulti o coetanei
più competenti, e il livello raggiunto da soli.
Il successo dell’intervento educativo nei soggetti con handicap
grave non può essere determinato soltanto dalla riduzione
dei comportamenti problematici e dalla loro sostituzione con comportamenti
adattativi. Bisogna andare oltre, valutando l’efficacia dell’intervento
nei termini di un miglioramento della qualità della vita
del soggetto.
Troppo spesso, infatti, insegnanti, educatori, terapisti della riabilitazione,
medici, psicologi, assistenti sociali utilizzano linguaggi diversi
fra loro che esprimono non tanto un diverso repertorio di termini
“tecnici”, quanto piuttosto una diversa prospettiva dalla quale
si guarda il problema. Perché ognuno possa far bene il proprio
mestiere è necessaria una solida preparazione scientifica
ed un’altrettanto capacità di dialogo interdisciplinare.
E’ fondamentale passare da una concezione statica ad una dinamica,
pensare ai bambini in situazione di handicap come a soggetti in
un processo evolutivo di crescita esattamente come tutti gli altri
bambini. Questo può sembrare scontato ma invece si tende
spesso a vedere solo il deficit in sé, come staccato dalla
persona che lo “indossa” e dal sistema di relazioni ed esperienze
di cui fa parte. Una visione dinamica è dunque fondamentale
per una migliore progettazione educativa, una migliore qualità
dell’integrazione e dunque una migliore qualità di vita.
Migliore perché più attenta, fondata sulla reale e
costante osservazione, conoscenza e valutazione del singolo soggetto
e del suo sistema. Migliore perché una concezione dinamica
ci porta a dover necessariamente curare gli aspetti di continuità,
intesa non solo come esperienze-ponte tra diversi gradi scolastici
ma come reale condivisione di conoscenze e competenze che accompagnino
il bambino nella sua carriera scolastica (continuità verticale)
e che parallelamente escano dalla scuola e coinvolgano gli ambiti
di vita del bambino (continuità orizzontale). Ma ancora di
più, una continuità che diviene qualità della
vita e progettualità di vita: acquisire dunque la capacità
di pensare e pensarsi come soggetti in crescita.
Molto spesso purtroppo si tende a pensare e a progettare attorno
all’alunno disabile perdendo poi di vista il bimbo che c’è
dietro, perdendo di vista il su mondo fuori e soprattutto il suo
mondo dopo. Progettare la qualità e la continuità
deve invece assumere anche una prospettiva oltre che globale, a
lungo termine. Per fare ciò è indispensabile attivare
le risorse esistenti sul territorio, far sì che si attivino
percorsi comuni di conoscenza e sinergie. Molto importante è
rendere possibile la presenza di una figura specialistica che faccia
da raccordo e mediazione tra i vari enti, associazioni, centri,
scuole e quanto altro presente per una gestione efficace e funzionale
delle risorse stesse e garantire una corretta e adeguata informazione/partecipazione
delle famiglie e dei ragazzi.
Tale figura ritengo sia rappresentata, per competenze e formazione
specifica, nel Pedagogista Clinico. Di questo parlerò più
approfonditamente nella parte IV. Attraverso percorsi educativi
globali di rete è possibile attivarsi per migliorare la capacità
di adattamento sia dei bambini che delle famiglie, contribuendo
ad uno sviluppo qualitativo delle loro condizioni di vita e quindi
favorendo il loro benessere psico-sociale.
...continua...
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| Bibliografia:
Ø Aarons, M., Gittens, T., È autismo? Erickson
Ø American Psychiatric Association, DSM-IV-TR Manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Masson
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Ø Galanti M.A., Il bambino psicotico a scuola, Unicopli
Ø Gillini, Zattoni, Un’ipotesi di consulenza formativa,
Franco Angeli
Ø Loriedo C., Picardi A., Dalla teoria generale dei sistemi
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Ø Marcelli, D., Braconnier, A., Adolescenza e psicopatologia,
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Ø Matteoli S., Pratelli M., L’insegnante specializzato-vol.1,
Editrice Tresei
Ø Mazzoncini, Musatti, La strada maestra, NIS
Ø Micheli, E., Xaiz, C., Gioco e interazione sociale
nell’autismo, Erickson
Ø Militerni R., Neuropsichiatria Infantile, Idelson
Gnocchi
Ø Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile,
“Linee Guida per l’Autismo”, in: Giornale di Neuropsichiatria
dell’Età Evolutiva, n. 25/2005
Ø Trisciuzzi L., Galanti M.A., Pedagogia e didattica
speciale per insegnanti di sostegno e operatori della formazione,
ETS.
Autore:
Pamela Grazzini insegnante,
laureata in Scienze dell’Educazione e specializzata in Pedagogia
Clinica, collabora con strutture specialistiche in ambito psicopedagogico
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copyright
© Educare.it - Anno VII, Numero 1, Dicembre 2006
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