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| I
BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI TRA INTEGRAZIONE, INCLUSIONE E PROGETTUALITA’ |
quinta
parte |
| di
Pamela Grazzini |
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| V.
Lavorare secondo un ottica sistemico-relazionale (seconda parte)
Ø
La scuola
L’ingresso del bambino disabile a scuola prescrive una revisione
degli equilibri scolastici. Come la famiglia, la scuola deve imparare
a riconoscere e a prendere coscienza della diversità e di
tutto ciò che essa significa. L’adattamento reciproco coinvolge
anche i protagonisti di questo ambiente. D’altra parte, l’integrazione
scolastica dei bambini disabili coinvolge anche i bambini “normali”
in un processo di adattamento alla disabilità.
La presa in carico dell’alunno con patologia da parte dell’insegnante
di sostegno specializzato e degli insegnanti curriculari, presenta,
ancora oggi, problematiche di non poco rilievo, nonostante il successo
di modelli di intervento realizzati e sempre più diffusi.
Nel caso specifico di alunni con tratti psicotici e autistici è
particolarmente difficile per un insegnante o un educatore progettare
un efficace percorso formativo e gestire gli aspetti relazionali.
Si tratta di soggetti ritenuti spesso “ineducabili”, in quanto destrutturato
il fondamento stesso del percorso formativo: la relazione. Si verifica
allora una sorta di rinuncia educativa. Di fronte a questo tipo
di patologie però un insegnante o un educatore, specialmente
se privi di un adeguato supporto a livello di supervisione personale
e di momenti di équipe multidisciplinare in cui una figura
specialistica faccia da mediazione e raccordo tra i vari linguaggi,
pensieri e interventi, possono trovarsi in notevole difficoltà,
preda di intensi e opposti sentimenti senza la possibilità
di maturare gli strumenti e le riflessioni necessari per gestirli
e mantenendo su di sé il carico di responsabilità
educativa che gli viene più o meno tacitamente delegato dal
sistema scolastico in cui opera. Permettere che tali situazioni
ristagnino in questo circolo a fondo cieco è estremamente
pericoloso, per tutta una serie di atteggiamenti difensivi che l’operatore
può attivare (ne parlerò in un paragrafo specifico)
e per il forte rischio di saturazione emotiva e dunque burn-out
a cui si espone il personale docente ed educativo, oltre a privare
il bambino di adeguati interventi ed esperienze.
Ø
Il contesto extra-scolastico
Come ogni altro individuo, anche il bambino affetto da patologie
deve poter condividere con gli altri spazi e tempi, deve poter convivere,
stare insieme e fare insieme. L’extra-scuola è una risorsa
importantissima per ogni bimbo e la partecipazione di soggetti portatori
di handicap alle attività formali o meno del territorio diviene
risorsa per il gruppo con cui entra in contatto: crea cultura dell’inclusione,
della partecipazione, della possibilità.
Per ogni bambino o ragazzo l’esperienza extra-scolastica ed extra-familiare
è elemento di crescita molto importante. Nel contesto del
gruppo dei pari il bambino si sperimenta in relazioni e contesti
diversi da scuola e famiglia perché diversamente strutturati
(più spontanei e non direttivi) e diversamente connotati
affettivamente. Ciò è ancora più vero per i
bambini disabili, spesso trattenuti nel grembo materno e familiare.
Alleggerire in questo modo le dinamiche familiari è quindi
una dimensione di intervento necessaria per favorire relazioni positive
e non rigide e creare attorno al soggetto (e dove la patologia lo
permette anche nel soggetto stesso) un pensiero dinamico e progettuale,
capacità di pensare il bimbo fuori dal grembo e di pensarlo
in divenire.
Una costante e adeguata analisi delle risorse esistenti nel territorio
permette a famiglia e équipe di operatori di progettare,
attivare e monitorare adeguati percorsi di inserimento, integrazione
e crescita, attuando in pratica quella continuità trasversale
e progettualità che sta alla base di un miglioramento della
qualità della vita di cui parlavo nel primo capitolo. Ciò
presuppone e richiede una adeguata e costante attività di
formazione e collaborazione delle figure specialistiche, educative
ed assistenziali che operano col bimbo e la sua famiglia, soprattutto
nei casi di gravi patologie pervasive dello sviluppo. Relazione
d’aiuto e relazione educativa non sono da improvvisare o da lasciare
alla benevolenza personale.
Come ho accennato nei paragrafi precedenti, il confronto diretto
con soggetti affetti da gravi patologie relazionali può suscitare
sensazioni forti e inquietanti, legate al senso di distruzione e
morte che possono trasmettere, al loro costante deanimare sé
e l’altro. Tustin (Tustin, Autismo e psicosi infantile, Armando)
parla della sensazione di trovarsi di fronte ad una sorta di anti-pensiero
legato, per cui tutti i comportamenti e le bizzarrie di questi soggetti
sono volti a togliere significato a sensazioni, emozioni ed azioni
e a spezzare legami e nessi.
Altri autori mettono in luce questi aspetti evidenziando come i
soggetti psicotici con comportamenti di tipo prevalentemente autistico
tendano smontare nessi e relazioni, sensazioni ed emozioni, non
riuscendo quindi a differenziare sé dal mondo esterno né
a percepire sé e il mondo come insieme strutturato di oggetti,
bensì come un caos di parti sconnesse e disparate. Altri
soggetti invece possono avere comportamenti e capacità più
evolute e possono acquisire tutta una serie di abilità sociali
e strumentali ma il loro pensiero è rigido, non riescono
ad adattare gli apprendimenti al mutare delle circostanze, come
incapaci di pensarsi, di pensare il contesto e di pensare poi se
stessi in quel contesto.
Molte delle bizzarrie linguistiche e comportamentali dei bambini
autistici sembrano essere espressione di queste modalità
di pensiero e del conseguente tentativo di far fronte all’angoscia
di disintegrazione e a una sorta di “nudità psichica”. Svolgono
cioè una funzione di autostimolazione sensoriale ripetitiva
che confonde gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno in
quanto implicano una totale modalità di concentrazione dell’attenzione
che li isola dall’esterno immergendoli in una sorta di realtà
incantata e ovattata.
Di fronte a soggetti con queste caratteristiche la relazione assume
connotazioni emotive particolarmente forti, che possono mettere
in atto una serie di difese che vanno dalla rinuncia educativa (e
quindi assunzione di comportamenti prettamente assistenziali senza
progettualità) alla scissione del soggetto in parti sane/malate
e collusione con una di esse a seconda del grado di vicinanza emotiva
che riusciamo a sostenere.
...continua...
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| Bibliografia:
Ø Aarons, M., Gittens, T., È autismo? Erickson
Ø American Psychiatric Association, DSM-IV-TR Manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Masson
2002
Ø Crispiani P., Pedagogia clinica, Ed. Junior Azzano
Ø Galanti M.A., Il bambino psicotico a scuola, Unicopli
Ø Gillini, Zattoni, Un’ipotesi di consulenza formativa,
Franco Angeli
Ø Loriedo C., Picardi A., Dalla teoria generale dei sistemi
alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli
Ø Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., Dinamiche
relazionali e ciclo di vita della famiglia, Il Mulino
Ø Marcelli, D., Braconnier, A., Adolescenza e psicopatologia,
Masson
Ø Matteoli S., Pratelli M., L’insegnante specializzato-vol.1,
Editrice Tresei
Ø Mazzoncini, Musatti, La strada maestra, NIS
Ø Micheli, E., Xaiz, C., Gioco e interazione sociale
nell’autismo, Erickson
Ø Militerni R., Neuropsichiatria Infantile, Idelson
Gnocchi
Ø Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile,
“Linee Guida per l’Autismo”, in: Giornale di Neuropsichiatria
dell’Età Evolutiva, n. 25/2005
Ø Trisciuzzi L., Galanti M.A., Pedagogia e didattica
speciale per insegnanti di sostegno e operatori della formazione,
ETS.
Autore:
Pamela Grazzini insegnante,
laureata in Scienze dell’Educazione e specializzata in Pedagogia
Clinica, collabora con strutture specialistiche in ambito psicopedagogico
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copyright
© Educare.it - Anno VII, Numero 1, Dicembre 2006
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