| Introduzione
Nel
corso della mia esperienza lavorativa come educatrice mi sono
spesso trovata a confronto con ragazzini che manifestavano,
con modalità diverse, problematiche relative alla loro
esperienza scolastica e che si esprimevano sostanzialmente in
un vissuto di disagio che spesso interessava anche altri ambiti
di vita del ragazzo. Motivazioni e intrecci causali si rivelano
spesso difficili da definire in maniera lineare, le variabili
in gioco sono sempre molteplici, alcune legate alle caratteristiche
e alla storia personale del ragazzo, altre di natura interna
all’istituzione scolastica, altre ancora di tipo socioculturale.
Con
questo mio lavoro cercherò allora di approfondire gli
aspetti del disagio scolastico, intendendo con questo termine
una condizione di disagio che si manifesta soprattutto e in
particolare all’interno della vita scolastica sul piano relazionale,
comportamentale e degli apprendimenti e non necessariamente
riconducibile a specifiche cause di tipo psicopatologico, mettendone
in evidenza la complessità.
La
fascia di età di riferimento è quella degli 11-15
anni, o meglio dall’ingresso nel ciclo di studi della scuola
media all’ingresso nel ciclo del biennio superiore. Dagli approfondimenti
condotti, infatti, emerge che è proprio in questi due
momenti di passaggio che il disagio scolastico si manifesta
in modo particolare con comportamenti e problematiche più
evidenti, mentre nel corso di un ciclo di studi ha carattere
maggiormente sommerso e i casi più palesi sono riconducibili
a situazioni di disagio più radicato o comunque legato
a fattori personali e/o di contesto particolari.
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CAPITOLO
I
DEFINIRE IL DISAGIO
1.
Le difficoltà di una definizione univoca
Esiste
un’ampia letteratura sul disagio
giovanile, i cui termini correlati sono disadattamento, devianza,
marginalità. Associata ad esso è una vasta tipologia
di comportamenti messi in atto da soggetti in età evolutiva,
soprattutto preadolescenti e adolescenti, con un livello di
gravità variabile. Si parla di disagio:
-
non
grave: che consiste in stati di malessere per esperienze
di insuccesso (scolastico, sportivo, relazionale) e che si esprime
con comportamenti di chiusura, di aggressività, di autosvalutazione;
-
intermedio, che si manifesta con comportamenti trasgressivi
spesso agiti nel gruppo e con il gruppo (uso occasionale di stupefacenti,
appartenenza a bande, intimidazioni a soggetti più deboli);
-
grave, che si manifesta con comportamenti autolesivi (fuga,tossicodipendenza)
e trasgressivi illegali (furti, spaccio, ricettazione) (Liverta
Sempio, Confalonieri, Scaratti, 1999).
Il
disagio scolastico è un fenomeno complesso legato sì
alla scuola, come luogo di insorgenza e di mantenimento, ma
anche a variabili personali e sociali, come le caratteristiche
psicologiche e caratteriali da una parte e il contesto familiare/culturale
e dall’altra. Viene ad essere determinato dall'interazione di
più fattori sia individuali che ambientali e si esprime
in una grande varietà di situazioni problematiche che
espongono lo studente al rischio di insuccesso e di disaffezione
alla scuola. I problemi scolastici sono di tipo diverso e presentano
diversi livelli di gravità, spesso non sono la conseguenza
di una specifica causa, ma sono dovute al concorso di molti
fattori che riguardano sia lo studente, sia il contesto in cui
egli viene a trovarsi (ambiente socioculturale, clima familiare,
qualità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti).
Mancini
e Gabrielli (1998) lo definiscono come "uno stato emotivo,
non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico,
linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta attraverso
un insieme di comportamenti disfunzionali (scarsa partecipazione,
disattenzione, comportamenti prevalenti di rifiuto e di disturbo,
cattivo rapporto con i compagni, ma anche assoluta carenza di
spirito critico), che non permettono al soggetto di vivere adeguatamente
le attività di classe e di apprendere con successo, utilizzando
il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive
e relazionali."
Proprio
questo suo carattere composito e multifattoriale, la varietà
interna del problema, le sfumature sociologiche e psicologiche
che lo connotano, la necessità di leggerlo in un’ottica
sistemica oltre che collegata ad una visione d’insieme del singolo
ragazzo, tutti questi aspetti rendono difficile arrivare ad
una definizione univoca e statica del disagio in generale e
del disagio scolastico in particolare, tanto che a mio avviso
sarebbe più opportuno parlare di disagi, data anche la
vasta gamma di espressioni attraverso le quali si può
manifestare e di significati che vengono ad assumere.
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2.
Aspetti generali del fenomeno
Il
disagio scolastico è un aspetto del disagio giovanile,
che, come avrò modo di approfondire in seguito, può
manifestarsi con varie modalità, tra cui comportamenti
di disturbo in classe, irrequietezza, iperattività, difficoltà
di apprendimento, di attenzione, difficoltà di inserimento
nel gruppo, scarsa motivazione, basso rendimento, abbandono,
dispersione scolastica.
Vi
sono coinvolte, come ho accennato nell'introduzione,
variabili personali (ad es. l’autostima, l’autoefficacia, componenti
cognitive) e variabili contestuali e relazionali (ad es. l’ambiente
di vita, l’ambiente scolastico, il rapporto tra l’alunno e l’insegnante,
tra la famiglia e l’insegnante) e a seconda del grado di coinvolgimento
possiamo parlare di disagio ad origine interna al soggetto e
disagio ad origine esterna al soggetto.
E’
importante a questo punto sottolineare come una simile schematizzazione
abbia scopo puramente descrittivo per poter meglio inquadrare
e comprendere il fenomeno, mentre in realtà i confini
non sono mai così netti e definiti, bensì sfumati
e mutevoli. Dagli approfondimenti svolti sull’argomento nel
corso della preparazione di questo studio mi è apparso
evidente come ricercare spiegazioni lineari, di tipo causa-effetto,
per individuare i fattori responsabili del disagio sia riduttivo
e fuorviante. Le complesse variabili psicologiche e socio-culturali
che sono coinvolte e il loro soggettivo intersecarsi con la
storia personale del ragazzo rendono imprevedibili le modalità
con cui ciascun soggetto manifesterà il suo disagio,
in una vasta gamma di situazioni che vanno dal malessere tutto
interiore e silenzioso al comportamento eclatante, disturbato
e disturbante.
La
prospettiva da adottare è a mio avviso di tipo circolare
e sistemico. L’individuo può essere definito come un
sistema dinamico in cui interagiscono fattori genetici,
psicologici,
affettivi, socio-ambientali. Inoltre il macrosistema delle istituzioni
e delle tradizioni culturali è strettamente connesso al
microsistema dell’ambiente di vita e delle relazioni personali.
L’
essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente
impegnato nella relazione con altri esseri umani e quindi ad
attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni
intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità
delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa.
Questo ci porta a comprendere come una situazione di disagio
scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma
come una condizione di difficoltà di tutti i componenti
del sistema di cui il ragazzo è parte.
Tra le possibili manifestazioni del disagio a scuola troviamo:
-
Difficoltà di apprendimento
I
soggetti in questione manifestano spesso una discrepanza tra
il potenziale cognitivo stimato e le modalità di funzionamento
a livello di apprendimento scolastico. Questi soggetti, in
altri termini, manifesterebbero capacità e potenzialità
normali: le difficoltà di apprendimento dipenderebbero
da uno scarso utilizzo delle proprie risorse cognitive, riconducibile
a cause diverse in rapporto alle diverse scuole di pensiero
e soprattutto delle diverse situazioni.
-
Disinvestimento/flessioni del rendimento
Da
non confondere con la situazione di difficoltà di apprendimento.
- Difficoltà
relazionali/emozionali
In
particolare aggressività di tipo fisico o verbale rivolta
a compagni, insegnanti, oggetti; iperattività; basso
livello di attenzione e di tolleranza alle frustrazioni; reazioni
emotive eccessive (sia in positivo che in negativo); ansia.
-
Apatia
immobilità
o riduzione dell'attività, mancanza di curiosità
e di interessi, tendenza ad isolarsi, stanchezza generalizzata.
Questi
aspetti vanno a influenzarsi reciprocamente e si intersecano
alle variabili di partenza andando a determinare una situazione
di circolarità che acuisce il vissuto di disagio del
ragazzo. Di nuovo, dunque, risulta evidente la complessità
del fenomeno, la reciproca influenza delle variabili in gioco
non solo nel senso delle loro possibili interconnessioni ma
anche nel loro essere determinate dalle stesse situazioni di
disagio in una circolarità che rende difficile, spesso,
definirne i confini causali. Tra
i possibili esiti/effetti del disagio scolastico ricordiamo:
-
disagio dell'alunno, dispersione, devianza
-
disagio dell'insegnante e disfunzione del sistema-scuola
-
disagio della famiglia (conseguente al disagio del figlio,
che può portare la famiglia a colpevolizzare e allontanarsi
dalla scuola per evitare ulteriori frustrazioni o a colpevolizzare
il figlio per le aspettative disattese).
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CAPITOLO
II
ASPETTI SPECIFICI
DEL DISAGIO
1.
Fattori relativi al soggetto
Ho
precedentemente evidenziato come il disagio sia un fenomeno
complesso e multifattoriale. Analizziamo più in dettaglio
i fattori riconducibili al soggetto:
-
Caratteristiche psicologiche generali del soggetto
Come
bassa autostima, scarsa motivazione, immaturità dell'io
(inibizione affettiva; scarso controllo emotivo; ansia di separazione,
bassa tolleranza della frustrazione), inadeguato stile di attribuzione
(attribuzione delle cause degli eventi a fattori esterni indipendenti
dal soggetto)
-
Scarso
livello di conoscenza
Come
povertà di contenuti cognitivi, carenti strutture cognitive
(come l'informazione è organizzata e rappresentata nella
memoria), inadeguati processi cognitivi (come il sistema cognitivo
interpreta e operare sulla realtà), stile di apprendimento
poco funzionale (apprendimento mnemonico tendente alla descrizione
più che alla comprensione; carenza di abilità
metacognitiva).
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2.
Fattori contestuali
Analizziamo
più in dettaglio i fattori riconducibili alla famiglia:
-
Svantaggio
socioculturale e carenze del contesto relazionale
Per situazione socioculturale svantaggiata non si intende tanto
la condizione economica familiare quanto invece fattori come
il livello di istruzione dei genitori, la zona e le condizioni
di residenza, la eventuale appartenenza a minoranze culturali/linguistiche,
carenze affettive, assenza di una valida rete di supporto alla
famiglia.
Un
alto livello socioculturale può incidere in vari modi,
per es. fornisce un ambiente più ricco di stimoli e sussidi
e con stimolazioni dirette qualitativamente superiori, c’è
una maggiore sensibilità rispetto al processo di apprendimento
e al valore della scuola e dell’istruzione ed è così
più facile che il bimbo sia motivato ad apprendere e
al successo scolastico.
Questi
fattori interagiscono con quelli legati alle caratteristiche
della famiglia: clima, valori proposti, attenzione e interesse
dei genitori verso le attività scolastiche del figlio,
i contenuti che affronta, attenzione quotidiana a cosa è
successo a scuola. La qualità di questa attenzione deve
però essere regolata, evitando la troppa e inadeguata
attenzione, che determina eccessiva pressione e si accompagna
di solito all’elaborazione di ambiziosi progetti (più
interessati ai risultati che al reale apprendimento). Si può
avere un effetto boomerang per cui il bimbo all’inizio accoglie
le sollecitazioni e poi però reagisce negativamente e
nel timore di non essere all’altezza delle aspettative dei genitori
può ritirarsi e rifiutare la sfida con le prove scolastiche.
-
Atteggiamenti
educativi inadeguati
Come
atteggiamento iperprotettivo (può favorire una carenza
di impegno nell'affrontare le nuove situazioni o le difficoltà
quotidiane,. nonché le regole del vivere insieme); atteggiamento
autoritario (il bambino può reagire con chiusura o rinuncia
all'iniziativa, oppure tendenza all'opposizione e all'aggressività);
atteggiamento permissivo (può essere vissuto dal bambino
come manifestazione di non interesse profondo; non favorisce
lo sviluppo della capacità di tollerare la frustrazione);
svalutazione del bambino, incoerenza negli atteggiamenti.
Analizziamo
più in dettaglio i fattori riconducibili alla scuola:
-
Strutture
e servizi assenti o inadeguati
-
Metodologie
e Relazioni
(scarsa utilizzazione delle risorse culturali del territorio;
rapporti non collaborativi con la famiglia; formazione insegnanti
non idonea a prevenire le difficoltà; stile d'insegnamento
di tipo trasmissivo-nozionistico; stile educativo autoritario,
antidemocratico; scarsa competenza relazionale dell’insegnante)
Analizziamo
più in dettaglio i fattori riconducibili al contesto
sociale:
-
Ambiente
e Cultura
(provenienza
da aree economicamente povere; inadempienze territoriali e istituzionali;
emarginazione economica, geografica, politica; cultura dell'indifferenza;
modelli socio-culturali violenti).
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3.
L’abbandono scolastico
Il
disagio scolastico, come abbiamo visto, assume varie forme,
dalle difficoltà di apprendimento, basso rendimento rispetto
alle reali capacità del soggetto, assenteismo, disaffezione,
abbandono scolastico fino a problematiche comportamentali quali
difficoltà di attenzione e concentrazione, iperattività
motoria, scarsa tolleranza delle frustrazioni, fenomeni di prepotenza
e bullismo. C’è poi la realtà dell’abbandono non
accompagnato dall’atto manifesto di lasciare la scuola ma caratterizzata
da un disimpegno e disinvestimento. Si tratta di una realtà
che ingloba altre forme di non frequenza scolastica: evasione,
assenteismo, rendimento inferiore alle reali capacità
di apprendimento, disaffezione, insuccesso e dispersione, fino
a legarsi a aspetti più specifici della vita sociale
quali le condotte a rischio.
L’abbandono
scolastico è dunque presente nella nostra scuola in forme
differenti sul piano dell’osservabilità: da forme più
esplicite ed evidenti a forme più sommerse. Nel primo
gruppo rientrano tutte le manifestazioni che comportano una
interruzione degli studi come risultato dell’impossibilità
di proseguire dei ripetuti fallimenti sul piano del rendimento,
di un rifiuto nei confronti di una realtà fonte di emozioni
negative e frustranti, oppure frutto di una scelta più
o meno razionale e più o meno condivisa tra genitori
e figli. Queste manifestazioni, come indica anche Pelanda (1999),
possono essere accompagnate da tendenze oppositive, espressione
del bisogno di ribellarsi nei confronti delle richieste-imposizioni
esterne e quindi anche scolastiche, oppure da sentimenti di
rabbia nei confronti della scuola, vista come la causa dell’insuccesso,
o ancora, da sentimenti di tipo depressivo, di inadeguatezza,
di incapacità, di scarsa autostima e conseguentemente
ritiro e disinvestimento che può estendersi anche ad
altre attività.
Nel
secondo gruppo invece troviamo manifestazioni più sommerse
di disagio. Il ragazzo lamenta un senso di noia, di scontentezza,
di disinteresse, a volte circoscritto alla scuola, ma più
spesso generalizzato, al quale l’adolescente non sa dare un
significato. In questi casi non si verifica un vero e proprio
abbandono della scuola, ma una fluttuazione o abbassamento del
rendimento accompagnato da altrettanta flessione e scarsa fiducia
nelle proprie capacità e possibilità e dall’assenza
di piacere nell’usare il proprio pensiero.
In
entrambi i casi si tratta di un segnale di un disagio sottostante
che può presentarsi per la prima volta nell’adolescenza
rimandando alle problematiche di cambiamento che essa comporta
e dunque avere carattere transitorio, ma può anche legarsi
a difficoltà già presenti, in modo nascosto o
difficilmente rilevabile, in precedenza e esacerbate dal periodo
evolutivo che possono dunque assumere carattere patologico.
Talora
può invece trattarsi di modalità disfunzionali
reattive con le quali l’adolescente cerca di far fronte a carenze
della realtà esterna quali, ad es., l’inadeguatezza dell’istituzione
scolastica e del corpo insegnante, situazioni familiari particolari,
etc.
I
molteplici fattori in gioco, specificati nei paragrafi precedenti,
pesano in maniera diversa sul dropping out a seconda del grado
scolastico. Nella scuola dell’obbligo infatti sono determinanti
i fattori di ordine socioculturale che riguardano la famiglia,
mentre nella scuola superiore incidono soprattutto le variabili
di tipo personale (desiderio di rendersi economicamente indipendenti,
caduta di significato della scuola nella propria vita, etc)
(O. Liverta Sempio, 1999)
Una
riflessione di questo tipo è molto importante in quanto
la scuola è un banco di prova attraverso il quale l’adolescente
cerca di trovare riscontri che gli consentono di investire positivamente
un sè incerto, ancora indefinito tanto sul piano dell’identità
corporea che su quello del pensiero e delle competenze cognitive,
in termini di ricerca di identità adulta. Il fallimento
in questa realtà non fa che confermare una immagine di
sè svalutata, inadeguata, determinando così un
effetto boomerang che può investire anche altri aspetti
della realtà anche futura del soggetto (Pelanda, 1999).
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4.
Disagio e difficoltà di apprendimento
In
situazioni di oggettive difficoltà e disturbi di apprendimento
l’innescarsi del disagio è ricorrente. Non di rado infatti
l’alunno che viene a trovarsi in questa situazione mette in
atto comportamenti anomali di tipo reattivo (opposizione, rifiuto,
aggressività o inibizione, demotivazione...).
Tutto
questo accade per una immediata e diretta percezione che egli
ha del proprio stato, ma anche per le ripercussioni che queste
difficoltà producono nell’intero sistema relazionale
e di vita del soggetto, negli stessi insegnanti e soprattutto nei familiari. Si verifica una compromissione della relazione
tra questo alunno e il suo ambiente, per cui il ragazzo si viene
a trovare in un contesto di aspettative disattese, disorientamento,
senso di colpa e inadeguatezza, frustrazione, vissute dai vari
componenti (famiglia, scuola, soggetto stesso). Da qui ha origine
un senso di inferiorità e insicurezza insieme ad una
progressiva degradazione dell’immagine di sè, come effetto
degli insuccessi ripetuti e delle conseguenti disapprovazioni,
esplicite o implicite, degli altri, che non fa che influire
maggiormente sulle già presenti difficoltà. Ecco
che torna di nuovo evidente il carattere complesso e circolare
del fenomeno del disagio scolastico, che spesso rischia di divenire
disagio a più livelli: affettivo, relazionale, psicologico.
Un’attenta opera di screening precoce (sia relativamente a difficoltà/disturbi
dell’apprendimento che a situazioni a rischio disagio) e di
prevenzione assume dunque una valenza fondamentale.
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CAPITOLO
III: LA
PREVENZIONE
1.
Alcune
considerazioni
Con
il termine prevenzione mi riferisco all’insieme di azioni riguardanti
sia l’individuo che il suo ambiente, volte a impedire la comparsa
di uno stato di disagio o di uno stato patologico successivo
o di ridurne le conseguenze. Marcelli e Braconnier individuano
tre livelli preventivi (Marcelli, Braconnier, 1999):
-
prevenzione primaria, cioè un’azione a livello dell’ambiente
e/o dell’individuo per impedire la comparsa di disagi/disturbi;
-
prevenzione secondaria, cioè un’azione mirata in risposta
ad un precoce riconoscimento di disagi/disturbi;
-
prevenzione terziaria, cioè intervento specifico e
specialistico a livello dei disturbi/disagi conclamati o comparsa
di elementi complicanti.
Relativamente
al disagio scolastico possiamo allora individuare tre livelli
di intervento (Regoliosi, 1993):
-
prevenzione aspecifica rispetto fattori alla normale condizione
evolutiva adolescenziale per impedire la comparsa di forme di
disagio specifiche;
-
prevenzione specifica primaria rispetto all’emergere di situazioni
di disagio scolastico relazionale e didattico;
-
prevenzione specifica secondaria rispetto all’acutizzarsi
del disagio scolastico nelle forme di ripetuti insuccessi (ripetenze)
e drop out, devianza.
Da
quanto detto nei capitoli precedenti emergono alcuni fattori
di rischio sui quali è necessario andare ad agire per
attuare una efficace prevenzione del disagio ai vari livelli
di intervento.
Abbiamo
visto che si possono rilevare situazioni di disagio aspecifico
che investe anche l’area scolastica e che è strettamente
collegato alla condizione evolutiva adolescenziale, dunque del
tutto “normale”, e situazioni di disadattamento scolastico,
dove appunto è presente una oggettiva difficoltà
nel conseguire un corretto equilibrio tra allievo e contesto
scolastico, a livello relazionale o didattico. Abbiamo inoltre
visto come il disagio si manifesti non solo nelle forme esplicite
ed eclatanti di una particolare condotta problematica o trasgressiva
ma anche nelle forme più sommerse e invisibili di sofferenza
interiore, di assenze, di silenzi e scarso coinvolgimento.
Il
primo passo di una prevenzione deve essere allora una attenta
osservazione: saper riconoscere il disagio e saper riconoscere
le situazioni a rischio di disagio.
La
continuità educativa è un altro aspetto a mio
avviso fondamentale per un’ azione preventiva che voglia essere
realmente efficace. Se riflettiamo sul momento del passaggio
da un ciclo di sudi all’altro è evidente come comporti
un certo grado di problematicità, soprattutto
relativamente
alla fascia d’età qui presa in esame. In un momento particolare
quale la preadolescenza/adolescenza un tale passaggio si configura
come esperienza di ristrutturazione del proprio ruolo, delle
proprie competenze e abilità.
Alcune
ricerche compiute in Italia evidenziano come le difficoltà
che i ragazzi incontrano in questo passaggio siano in primo
luogo legate alla relazione con gli insegnanti, poi al metodo
di studio, al cambiamento del gruppo classe, dell’ambiente e
delle regole della nuova organizzazione scolastica (Catarsi,
2004) La transizione fra cicli scolastici costituisce quindi
una prova importante per il ragazzo, che può trarne rassicurazioni
e buona autostima così come il contrario. La continuità
educativa e scolastica ci permette inoltre di gestire in maniera
coordinata e coerente eventuali situazioni di disagio emergenti.
Altri
momenti fondamentali per una efficace strategia preventiva sono
poi lo sviluppo di un sistema di rete tra famiglia, scuola servizi
e territorio per un coerente e integrato intervento rispetto
alle problematiche giovanili generali e specifiche, e lo sviluppo
di un servizio psicopedagogico presente nella scuola.
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2.
Conclusioni
Sono
dunque molteplici le linee di intervento per prevenire e far
fronte al disagio scolastico, così come molteplice è
la natura stessa del fenomeno, come ho avuto modo di esporre
in questo mio lavoro. L’ottica in cui porsi è a mio avviso
sicuramente di tipo sistemico, un’ottica che tenga conto della
complessità delle variabili che si vengono ad attivare
e alle modalità sempre specifiche e soggettive con cui
si intersecano, influenzano e manifestano e che consideri non
solo il disagio come un problema del singolo individuo, bensì
una condizione che appartiene all’intero sistema di vita in
cui il ragazzo è inserito: gruppo classe, scuola, famiglia,
extrascuola. E’ l’intero sistema, allora, che deve essere preso
in considerazione se si vogliono portare avanti interventi di
prevenzione, rilevazione e recupero che siano efficaci.
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Bibliografia:
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Raffaello Cortina Ed. 1999
-
Regoliosi, L., in Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti,
L’abbandono scolastico. Aspetti culturali, cognitivi, affettivi,
Raffaello Cortina Ed. 1999
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Autore:
Pamela Grazzini,
Educatrice e Psicopedagogista laureata in Scienze dell'Educazione
con una tesi di Psicologia Generale e Dinamica dal titolo "Etnopsichiatria
e migrazione. Il sostegno psico-sociale a soggetti migranti",
attualmente specializzanda in Pedagogia Clinica. Opera da anni
nel sociale, in particolare nel settore minori, famiglie, migranti.
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