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Scuola e dintorni

 

IL DISAGIO SCOLASTICO

di Pamela Grazzini

Introduzione
CAPITOLO I: DEFINIRE IL DISAGIO
1. Le difficoltà di una definizione univoca
2. Aspetti generali del fenomeno

CAPITOLO II: ASPETTI SPECIFICI DEL DISAGIO

1. Fattori relativi al soggetto
2. Fattori contestuali
3. L’abbandono scolastico
4. Disagio e difficoltà di apprendimento

CAPITOLO III: LA PREVENZIONE

1. Alcune considerazioni
2. Conclusioni


Introduzione

Nel corso della mia esperienza lavorativa come educatrice mi sono spesso trovata a confronto con ragazzini che manifestavano, con modalità diverse, problematiche relative alla loro esperienza scolastica e che si esprimevano sostanzialmente in un vissuto di disagio che spesso interessava anche altri ambiti di vita del ragazzo. Motivazioni e intrecci causali si rivelano spesso difficili da definire in maniera lineare, le variabili in gioco sono sempre molteplici, alcune legate alle caratteristiche e alla storia personale del ragazzo, altre di natura interna all’istituzione scolastica, altre ancora di tipo socioculturale.

Con questo mio lavoro cercherò allora di approfondire gli aspetti del disagio scolastico, intendendo con questo termine una condizione di disagio che si manifesta soprattutto e in particolare all’interno della vita scolastica sul piano relazionale, comportamentale e degli apprendimenti e non necessariamente riconducibile a specifiche cause di tipo psicopatologico, mettendone in evidenza la complessità.

La fascia di età di riferimento è quella degli 11-15 anni, o meglio dall’ingresso nel ciclo di studi della scuola media all’ingresso nel ciclo del biennio superiore. Dagli approfondimenti condotti, infatti, emerge che è proprio in questi due momenti di passaggio che il disagio scolastico si manifesta in modo particolare con comportamenti e problematiche più evidenti, mentre nel corso di un ciclo di studi ha carattere maggiormente sommerso e i casi più palesi sono riconducibili a situazioni di disagio più radicato o comunque legato a fattori personali e/o di contesto particolari.

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CAPITOLO I
DEFINIRE IL DISAGIO

1. Le difficoltà di una definizione univoca

Esiste un’ampia letteratura sul disagio giovanile, i cui termini correlati sono disadattamento, devianza, marginalità. Associata ad esso è una vasta tipologia di comportamenti messi in atto da soggetti in età evolutiva, soprattutto preadolescenti e adolescenti, con un livello di gravità variabile. Si parla di disagio:

  1. non grave: che consiste in stati di malessere per esperienze di insuccesso (scolastico, sportivo, relazionale) e che si esprime con comportamenti di chiusura, di aggressività, di autosvalutazione;

  2. intermedio, che si manifesta con comportamenti trasgressivi spesso agiti nel gruppo e con il gruppo (uso occasionale di stupefacenti, appartenenza a bande, intimidazioni a soggetti più deboli);

  3. grave, che si manifesta con comportamenti autolesivi (fuga,tossicodipendenza) e trasgressivi illegali (furti, spaccio, ricettazione) (Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, 1999).

Il disagio scolastico è un fenomeno complesso legato sì alla scuola, come luogo di insorgenza e di mantenimento, ma anche a variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche e caratteriali da una parte e il contesto familiare/culturale e dall’altra. Viene ad essere determinato dall'interazione di più fattori sia individuali che ambientali e si esprime in una grande varietà di situazioni problematiche che espongono lo studente al rischio di insuccesso e di disaffezione alla scuola. I problemi scolastici sono di tipo diverso e presentano diversi livelli di gravità, spesso non sono la conseguenza di una specifica causa, ma sono dovute al concorso di molti fattori che riguardano sia lo studente, sia il contesto in cui egli viene a trovarsi (ambiente socioculturale, clima familiare, qualità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti).

Mancini e Gabrielli (1998) lo definiscono come "uno stato emotivo, non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico, linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta attraverso un insieme di comportamenti disfunzionali (scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti prevalenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, ma anche assoluta carenza di spirito critico), che non permettono al soggetto di vivere adeguatamente le attività di classe e di apprendere con successo, utilizzando il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali."

Proprio questo suo carattere composito e multifattoriale, la varietà interna del problema, le sfumature sociologiche e psicologiche che lo connotano, la necessità di leggerlo in un’ottica sistemica oltre che collegata ad una visione d’insieme del singolo ragazzo, tutti questi aspetti rendono difficile arrivare ad una definizione univoca e statica del disagio in generale e del disagio scolastico in particolare, tanto che a mio avviso sarebbe più opportuno parlare di disagi, data anche la vasta gamma di espressioni attraverso le quali si può manifestare e di significati che vengono ad assumere.

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2. Aspetti generali del fenomeno

Il disagio scolastico è un aspetto del disagio giovanile, che, come avrò modo di approfondire in seguito, può manifestarsi con varie modalità, tra cui comportamenti di disturbo in classe, irrequietezza, iperattività, difficoltà di apprendimento, di attenzione, difficoltà di inserimento nel gruppo, scarsa motivazione, basso rendimento, abbandono, dispersione scolastica.

Vi sono coinvolte, come ho accennato nell'introduzione, variabili personali (ad es. l’autostima, l’autoefficacia, componenti cognitive) e variabili contestuali e relazionali (ad es. l’ambiente di vita, l’ambiente scolastico, il rapporto tra l’alunno e l’insegnante, tra la famiglia e l’insegnante) e a seconda del grado di coinvolgimento possiamo parlare di disagio ad origine interna al soggetto e disagio ad origine esterna al soggetto.

E’ importante a questo punto sottolineare come una simile schematizzazione abbia scopo puramente descrittivo per poter meglio inquadrare e comprendere il fenomeno, mentre in realtà i confini non sono mai così netti e definiti, bensì sfumati e mutevoli. Dagli approfondimenti svolti sull’argomento nel corso della preparazione di questo studio mi è apparso evidente come ricercare spiegazioni lineari, di tipo causa-effetto, per individuare i fattori responsabili del disagio sia riduttivo e fuorviante. Le complesse variabili psicologiche e socio-culturali che sono coinvolte e il loro soggettivo intersecarsi con la storia personale del ragazzo rendono imprevedibili le modalità con cui ciascun soggetto manifesterà il suo disagio, in una vasta gamma di situazioni che vanno dal malessere tutto interiore e silenzioso al comportamento eclatante, disturbato e disturbante.

La prospettiva da adottare è a mio avviso di tipo circolare e sistemico. L’individuo può essere definito come un sistema dinamico in cui interagiscono fattori genetici, psicologici, affettivi, socio-ambientali. Inoltre il macrosistema delle istituzioni e delle tradizioni culturali è strettamente connesso al microsistema dell’ambiente di vita e delle relazioni personali.

L’ essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente impegnato nella relazione con altri esseri umani e quindi ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Questo ci porta a comprendere come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

Tra le possibili manifestazioni del disagio a scuola troviamo:

  • Difficoltà di apprendimento
    I soggetti in questione manifestano spesso una discrepanza tra il potenziale cognitivo stimato e le modalità di funzionamento a livello di apprendimento scolastico. Questi soggetti, in altri termini, manifesterebbero capacità e potenzialità normali: le difficoltà di apprendimento dipenderebbero da uno scarso utilizzo delle proprie risorse cognitive, riconducibile a cause diverse in rapporto alle diverse scuole di pensiero e soprattutto delle diverse situazioni.
  • Disinvestimento/flessioni del rendimento
    Da non confondere con la situazione di difficoltà di apprendimento.
  • Difficoltà relazionali/emozionali
    In particolare aggressività di tipo fisico o verbale rivolta a compagni, insegnanti, oggetti; iperattività; basso livello di attenzione e di tolleranza alle frustrazioni; reazioni emotive eccessive (sia in positivo che in negativo); ansia.
  • Apatia
    immobilità o riduzione dell'attività, mancanza di curiosità e di interessi, tendenza ad isolarsi, stanchezza generalizzata.

Questi aspetti vanno a influenzarsi reciprocamente e si intersecano alle variabili di partenza andando a determinare una situazione di circolarità che acuisce il vissuto di disagio del ragazzo. Di nuovo, dunque, risulta evidente la complessità del fenomeno, la reciproca influenza delle variabili in gioco non solo nel senso delle loro possibili interconnessioni ma anche nel loro essere determinate dalle stesse situazioni di disagio in una circolarità che rende difficile, spesso, definirne i confini causali. Tra i possibili esiti/effetti del disagio scolastico ricordiamo:

  • disagio dell'alunno, dispersione, devianza

  • disagio dell'insegnante e disfunzione del sistema-scuola

  • disagio della famiglia (conseguente al disagio del figlio, che può portare la famiglia a colpevolizzare e allontanarsi dalla scuola per evitare ulteriori frustrazioni o a colpevolizzare il figlio per le aspettative disattese).

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CAPITOLO II
ASPETTI SPECIFICI DEL DISAGIO
1. Fattori relativi al soggetto

Ho precedentemente evidenziato come il disagio sia un fenomeno complesso e multifattoriale. Analizziamo più in dettaglio i fattori riconducibili al soggetto:

  • Caratteristiche psicologiche generali del soggetto
    Come bassa autostima, scarsa motivazione, immaturità dell'io (inibizione affettiva; scarso controllo emotivo; ansia di separazione, bassa tolleranza della frustrazione), inadeguato stile di attribuzione (attribuzione delle cause degli eventi a fattori esterni indipendenti dal soggetto)

  • Scarso livello di conoscenza
    Come povertà di contenuti cognitivi, carenti strutture cognitive (come l'informazione è organizzata e rappresentata nella memoria), inadeguati processi cognitivi (come il sistema cognitivo interpreta e operare sulla realtà), stile di apprendimento poco funzionale (apprendimento mnemonico tendente alla descrizione più che alla comprensione; carenza di abilità metacognitiva).

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2. Fattori contestuali

Analizziamo più in dettaglio i fattori riconducibili alla famiglia:

  • Svantaggio socioculturale e carenze del contesto relazionale
    Per situazione socioculturale svantaggiata non si intende tanto la condizione economica familiare quanto invece fattori come il livello di istruzione dei genitori, la zona e le condizioni di residenza, la eventuale appartenenza a minoranze culturali/linguistiche, carenze affettive, assenza di una valida rete di supporto alla famiglia.
    Un alto livello socioculturale può incidere in vari modi, per es. fornisce un ambiente più ricco di stimoli e sussidi e con stimolazioni dirette qualitativamente superiori, c’è una maggiore sensibilità rispetto al processo di apprendimento e al valore della scuola e dell’istruzione ed è così più facile che il bimbo sia motivato ad apprendere e al successo scolastico.
    Questi fattori interagiscono con quelli legati alle caratteristiche della famiglia: clima, valori proposti, attenzione e interesse dei genitori verso le attività scolastiche del figlio, i contenuti che affronta, attenzione quotidiana a cosa è successo a scuola. La qualità di questa attenzione deve però essere regolata, evitando la troppa e inadeguata attenzione, che determina eccessiva pressione e si accompagna di solito all’elaborazione di ambiziosi progetti (più interessati ai risultati che al reale apprendimento). Si può avere un effetto boomerang per cui il bimbo all’inizio accoglie le sollecitazioni e poi però reagisce negativamente e nel timore di non essere all’altezza delle aspettative dei genitori può ritirarsi e rifiutare la sfida con le prove scolastiche.

  • Atteggiamenti educativi inadeguati
    Come atteggiamento iperprotettivo (può favorire una carenza di impegno nell'affrontare le nuove situazioni o le difficoltà quotidiane,. nonché le regole del vivere insieme); atteggiamento autoritario (il bambino può reagire con chiusura o rinuncia all'iniziativa, oppure tendenza all'opposizione e all'aggressività); atteggiamento permissivo (può essere vissuto dal bambino come manifestazione di non interesse profondo; non favorisce lo sviluppo della capacità di tollerare la frustrazione); svalutazione del bambino, incoerenza negli atteggiamenti.

Analizziamo più in dettaglio i fattori riconducibili alla scuola:

  • Strutture e servizi assenti o inadeguati

  • Metodologie e Relazioni
    (scarsa utilizzazione delle risorse culturali del territorio; rapporti non collaborativi con la famiglia; formazione insegnanti non idonea a prevenire le difficoltà; stile d'insegnamento di tipo trasmissivo-nozionistico; stile educativo autoritario, antidemocratico; scarsa competenza relazionale dell’insegnante)

Analizziamo più in dettaglio i fattori riconducibili al contesto sociale:

  • Ambiente e Cultura
    (provenienza da aree economicamente povere; inadempienze territoriali e istituzionali; emarginazione economica, geografica, politica; cultura dell'indifferenza; modelli socio-culturali violenti).

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3. L’abbandono scolastico

Il disagio scolastico, come abbiamo visto, assume varie forme, dalle difficoltà di apprendimento, basso rendimento rispetto alle reali capacità del soggetto, assenteismo, disaffezione, abbandono scolastico fino a problematiche comportamentali quali difficoltà di attenzione e concentrazione, iperattività motoria, scarsa tolleranza delle frustrazioni, fenomeni di prepotenza e bullismo. C’è poi la realtà dell’abbandono non accompagnato dall’atto manifesto di lasciare la scuola ma caratterizzata da un disimpegno e disinvestimento. Si tratta di una realtà che ingloba altre forme di non frequenza scolastica: evasione, assenteismo, rendimento inferiore alle reali capacità di apprendimento, disaffezione, insuccesso e dispersione, fino a legarsi a aspetti più specifici della vita sociale quali le condotte a rischio.

L’abbandono scolastico è dunque presente nella nostra scuola in forme differenti sul piano dell’osservabilità: da forme più esplicite ed evidenti a forme più sommerse. Nel primo gruppo rientrano tutte le manifestazioni che comportano una interruzione degli studi come risultato dell’impossibilità di proseguire dei ripetuti fallimenti sul piano del rendimento, di un rifiuto nei confronti di una realtà fonte di emozioni negative e frustranti, oppure frutto di una scelta più o meno razionale e più o meno condivisa tra genitori e figli. Queste manifestazioni, come indica anche Pelanda (1999), possono essere accompagnate da tendenze oppositive, espressione del bisogno di ribellarsi nei confronti delle richieste-imposizioni esterne e quindi anche scolastiche, oppure da sentimenti di rabbia nei confronti della scuola, vista come la causa dell’insuccesso, o ancora, da sentimenti di tipo depressivo, di inadeguatezza, di incapacità, di scarsa autostima e conseguentemente ritiro e disinvestimento che può estendersi anche ad altre attività.

Nel secondo gruppo invece troviamo manifestazioni più sommerse di disagio. Il ragazzo lamenta un senso di noia, di scontentezza, di disinteresse, a volte circoscritto alla scuola, ma più spesso generalizzato, al quale l’adolescente non sa dare un significato. In questi casi non si verifica un vero e proprio abbandono della scuola, ma una fluttuazione o abbassamento del rendimento accompagnato da altrettanta flessione e scarsa fiducia nelle proprie capacità e possibilità e dall’assenza di piacere nell’usare il proprio pensiero.

In entrambi i casi si tratta di un segnale di un disagio sottostante che può presentarsi per la prima volta nell’adolescenza rimandando alle problematiche di cambiamento che essa comporta e dunque avere carattere transitorio, ma può anche legarsi a difficoltà già presenti, in modo nascosto o difficilmente rilevabile, in precedenza e esacerbate dal periodo evolutivo che possono dunque assumere carattere patologico.

Talora può invece trattarsi di modalità disfunzionali reattive con le quali l’adolescente cerca di far fronte a carenze della realtà esterna quali, ad es., l’inadeguatezza dell’istituzione scolastica e del corpo insegnante, situazioni familiari particolari, etc.

I molteplici fattori in gioco, specificati nei paragrafi precedenti, pesano in maniera diversa sul dropping out a seconda del grado scolastico. Nella scuola dell’obbligo infatti sono determinanti i fattori di ordine socioculturale che riguardano la famiglia, mentre nella scuola superiore incidono soprattutto le variabili di tipo personale (desiderio di rendersi economicamente indipendenti, caduta di significato della scuola nella propria vita, etc) (O. Liverta Sempio, 1999)

Una riflessione di questo tipo è molto importante in quanto la scuola è un banco di prova attraverso il quale l’adolescente cerca di trovare riscontri che gli consentono di investire positivamente un sè incerto, ancora indefinito tanto sul piano dell’identità corporea che su quello del pensiero e delle competenze cognitive, in termini di ricerca di identità adulta. Il fallimento in questa realtà non fa che confermare una immagine di sè svalutata, inadeguata, determinando così un effetto boomerang che può investire anche altri aspetti della realtà anche futura del soggetto (Pelanda, 1999).

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4. Disagio e difficoltà di apprendimento

In situazioni di oggettive difficoltà e disturbi di apprendimento l’innescarsi del disagio è ricorrente. Non di rado infatti l’alunno che viene a trovarsi in questa situazione mette in atto comportamenti anomali di tipo reattivo (opposizione, rifiuto, aggressività o inibizione, demotivazione...).

Tutto questo accade per una immediata e diretta percezione che egli ha del proprio stato, ma anche per le ripercussioni che queste difficoltà producono nell’intero sistema relazionale e di vita del soggetto, negli stessi insegnanti e soprattutto nei familiari. Si verifica una compromissione della relazione tra questo alunno e il suo ambiente, per cui il ragazzo si viene a trovare in un contesto di aspettative disattese, disorientamento, senso di colpa e inadeguatezza, frustrazione, vissute dai vari componenti (famiglia, scuola, soggetto stesso). Da qui ha origine un senso di inferiorità e insicurezza insieme ad una progressiva degradazione dell’immagine di sè, come effetto degli insuccessi ripetuti e delle conseguenti disapprovazioni, esplicite o implicite, degli altri, che non fa che influire maggiormente sulle già presenti difficoltà. Ecco che torna di nuovo evidente il carattere complesso e circolare del fenomeno del disagio scolastico, che spesso rischia di divenire disagio a più livelli: affettivo, relazionale, psicologico. Un’attenta opera di screening precoce (sia relativamente a difficoltà/disturbi dell’apprendimento che a situazioni a rischio disagio) e di prevenzione assume dunque una valenza fondamentale.

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CAPITOLO III: LA PREVENZIONE
1. Alcune considerazioni

Con il termine prevenzione mi riferisco all’insieme di azioni riguardanti sia l’individuo che il suo ambiente, volte a impedire la comparsa di uno stato di disagio o di uno stato patologico successivo o di ridurne le conseguenze. Marcelli e Braconnier individuano tre livelli preventivi (Marcelli, Braconnier, 1999):

  • prevenzione primaria, cioè un’azione a livello dell’ambiente e/o dell’individuo per impedire la comparsa di disagi/disturbi;

  • prevenzione secondaria, cioè un’azione mirata in risposta ad un precoce riconoscimento di disagi/disturbi;

  • prevenzione terziaria, cioè intervento specifico e specialistico a livello dei disturbi/disagi conclamati o comparsa di elementi complicanti.

Relativamente al disagio scolastico possiamo allora individuare tre livelli di intervento (Regoliosi, 1993):

  • prevenzione aspecifica rispetto fattori alla normale condizione evolutiva adolescenziale per impedire la comparsa di forme di disagio specifiche;

  • prevenzione specifica primaria rispetto all’emergere di situazioni di disagio scolastico relazionale e didattico;

  • prevenzione specifica secondaria rispetto all’acutizzarsi del disagio scolastico nelle forme di ripetuti insuccessi (ripetenze) e drop out, devianza.

Da quanto detto nei capitoli precedenti emergono alcuni fattori di rischio sui quali è necessario andare ad agire per attuare una efficace prevenzione del disagio ai vari livelli di intervento.

Abbiamo visto che si possono rilevare situazioni di disagio aspecifico che investe anche l’area scolastica e che è strettamente collegato alla condizione evolutiva adolescenziale, dunque del tutto “normale”, e situazioni di disadattamento scolastico, dove appunto è presente una oggettiva difficoltà nel conseguire un corretto equilibrio tra allievo e contesto scolastico, a livello relazionale o didattico. Abbiamo inoltre visto come il disagio si manifesti non solo nelle forme esplicite ed eclatanti di una particolare condotta problematica o trasgressiva ma anche nelle forme più sommerse e invisibili di sofferenza interiore, di assenze, di silenzi e scarso coinvolgimento.
Il primo passo di una prevenzione deve essere allora una attenta osservazione: saper riconoscere il disagio e saper riconoscere le situazioni a rischio di disagio.

La continuità educativa è un altro aspetto a mio avviso fondamentale per un’ azione preventiva che voglia essere realmente efficace. Se riflettiamo sul momento del passaggio da un ciclo di sudi all’altro è evidente come comporti un certo grado di problematicità, soprattutto relativamente alla fascia d’età qui presa in esame. In un momento particolare quale la preadolescenza/adolescenza un tale passaggio si configura come esperienza di ristrutturazione del proprio ruolo, delle proprie competenze e abilità.

Alcune ricerche compiute in Italia evidenziano come le difficoltà che i ragazzi incontrano in questo passaggio siano in primo luogo legate alla relazione con gli insegnanti, poi al metodo di studio, al cambiamento del gruppo classe, dell’ambiente e delle regole della nuova organizzazione scolastica (Catarsi, 2004) La transizione fra cicli scolastici costituisce quindi una prova importante per il ragazzo, che può trarne rassicurazioni e buona autostima così come il contrario. La continuità educativa e scolastica ci permette inoltre di gestire in maniera coordinata e coerente eventuali situazioni di disagio emergenti.

Altri momenti fondamentali per una efficace strategia preventiva sono poi lo sviluppo di un sistema di rete tra famiglia, scuola servizi e territorio per un coerente e integrato intervento rispetto alle problematiche giovanili generali e specifiche, e lo sviluppo di un servizio psicopedagogico presente nella scuola.

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2. Conclusioni

Sono dunque molteplici le linee di intervento per prevenire e far fronte al disagio scolastico, così come molteplice è la natura stessa del fenomeno, come ho avuto modo di esporre in questo mio lavoro. L’ottica in cui porsi è a mio avviso sicuramente di tipo sistemico, un’ottica che tenga conto della complessità delle variabili che si vengono ad attivare e alle modalità sempre specifiche e soggettive con cui si intersecano, influenzano e manifestano e che consideri non solo il disagio come un problema del singolo individuo, bensì una condizione che appartiene all’intero sistema di vita in cui il ragazzo è inserito: gruppo classe, scuola, famiglia, extrascuola. E’ l’intero sistema, allora, che deve essere preso in considerazione se si vogliono portare avanti interventi di prevenzione, rilevazione e recupero che siano efficaci.

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Bibliografia:

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  • Catarsi, E., Mariani, C., “La dispersione scolastica nelle scuole superiori dell'Empolese Valdelsa: primo rapporto dell'Osservatorio del processo formativo”, Edizioni del Cerro, 2003
  • Cornoldi, “Le difficoltà di apprendimento a scuola”, Il Mulino
  • Finn, 1989, in Review of Educational Research, 59, 2
  • Gentile, M. (1998). Motivare ad apprendere. “ISRE”, n. 5
  • Le Compte, Dworkin, Giving up on school, Corwin Press 1991
  • Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, L’abbandono scolastico. Aspetti culturali, cognitivi, affettivi, Raffaello Cortina Ed. 1999
  • Mancini G. e Gabrielli G. (1998) TVD Test di valutazione del disagio e della dispersione scolastica, Trento, Erickson
  • Marcelli, D., Braconnier, A., Adolescenza e psicopatologia, trad. it., Masson, Paris, 1999
  • Marini, F., Attribuzioni causali e motivazione scolastica, in Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, L’abbandono scolastico. Aspetti culturali, cognitivi, affettivi, Raffaello Cortina Ed. 1999
  • Palmonari, A. (a cura di), Psicologia dell’adolescenza, Il mulino 1993
  • Passolunghi, M. C., De Beni, R., I test per la scuola, Il Mulino2001
  • Pelanda, E., Il dolore psichico: una chiave di lettura dell’abbandono scolastico, in Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, L’abbandono scolastico. Aspetti culturali, cognitivi, affettivi, Raffaello Cortina Ed. 1999
  • Regoliosi, L., in Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti, L’abbandono scolastico. Aspetti culturali, cognitivi, affettivi, Raffaello Cortina Ed. 1999

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Autore: Pamela Grazzini, Educatrice e Psicopedagogista laureata in Scienze dell'Educazione con una tesi di Psicologia Generale e Dinamica dal titolo "Etnopsichiatria e migrazione. Il sostegno psico-sociale a soggetti migranti", attualmente specializzanda in Pedagogia Clinica. Opera da anni nel sociale, in particolare nel settore minori, famiglie, migranti.

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005


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