L’organizzazione temporale
Secondo
Piaget nei primi mesi di vita il bambino concepisce lo spazio
come senza tempo, nel senso che vive un insieme di spazi eterogenei
tra loro, (lo spazio orale, lo spazio tattile, visivo, uditivo,
posturale), i quali risultano scanditi di volta in volta dai bisogni
primari. Si tratta più di impressioni temporali, percepite
come tempo di attesa necessario al soddisfacimento dei propri
bisogni.
La
nozione di tempo, come un continuum scandito da giorni, mesi,
anni, è un concetto difficile da acquisire è non
può presupporre dall’acquisizione della strutturazione
dello spazio, in quanto lo spazio racchiude i vari oggetti e fenomeni,
dei quali il tempo misura la durata.
La capacità di ordinare gli avvenimenti temporali, includendo
la successione, la simultaneità e la sincronia, nonché
la capacità ci confrontarli includendoli in una struttura
d’insieme, sono alla base della strutturazione della nozione “matura”
di tempo. Nozione che si stima un bambino raggiunga intorno ai
7/8 anni, durante il periodo delle operazioni concrete.
Problemi
nell’organizzazione temporale possono portare il bambino ad una
serie di incapacità più o meno gravi come ad esempio:
difficoltà ad orientarsi nel tempo (essere puntuali, sapere
in che momento della giornata ci troviamo, ecc…), ad orientarsi
nell’orario scolastico, a leggere l’orologio, a memorizzare i
giorni della settimana, i mesi dell’anno, ad orientarsi nelle
festività. Tutte cose che si riflettono sull’autonomia
personale del bambino.
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La
percezione dello spazio
Il
bambino, fintanto che non esce dall’egocentrismo che lo caratterizza
fin verso gli 8 anni, non è in grado di percepire altro
punto di vista che non il proprio. L’unico modo di vedere le cose
è il suo. Questo atteggiamento si riflette anche nella
percezione dello spazio. Il bambino non è capace di uscire
dal suo modo di vedere le cose; secondo il proprio punto di vista,
tutti percepiscono il mondo circostante così come lui lo
vede, indipendentemente dalle posizioni assunte dalle altre persone.
Una prova sperimentale effettuata da Piaget chiarisce molto bene
questo punto.
Ad
un bambino veniva mostrato un disegno con tre cumuli di sabbia,
che venivano fotografate da una persona posizionata ai lati dei
cumuli. Si mostravano poi al bambino cinque figure, rappresentanti
i cumuli di sabbia visti da diverse angolazioni, chiedendogli
di individuare quale poteva essere l’eventuale foto scattata dall’uomo
disegnato, la quale implicava un punto di vista diverso da quello
del bambino. I bambini rispondevano indicando tra le cinque figure
quella che rispecchiava il loro punto di vista, a confermare l’incapacità
di uscire dall’egocentrismo.
Durante questa fase la conoscenza dello spazio fisico si rifà
a nozioni di tipo topologico, relative ad alcune leggi quali:
l’inclusione, la chiusura, la vicinanza, la lontananza, la separazione,
la somiglianza, la direzione e la regolarità. Le figure
verranno percepite in base a caratteri di chiusura-apertura, di
vicinanza-lontananza rispetto ad altre figure. Successivamente
si passerà da una strutturazione del spazio secondo i principi
della geometria euclidea basata sulla conoscenza e la rappresentazione
mentale di rette, superfici, volumi, angoli, misure e proporzioni.
Questa modalità è tipica dell’età adulta,
presupponendo il superamento dell’egocentrismo. La differenza
tra le due modalità è essenzialmente di ordine psicologico:
mentre lo spazio euclideo ha un carattere oggettivo, per cui è
necessario uscire dal proprio punto di vista, quello topologico
è soggettivo, visto che assume come punto di riferimento
quello del soggetto. Ad esempio, per una persona adulta un rettangolo
sarà percepito come una figura avente i lati a due a due
uguali, un bambino che non ha ancora superato la fase dell’egocentrismo
vedrà in un rettangolo soltanto una figura chiusa.
Spesso succede che alcune difficoltà scolastiche etichettate
come DSA siano il risultato di un errore pedagogico, consistente
nel richiedere ai bambini prestazioni che presuppongono una strutturazione
dello spazio di tipo euclideo, quando la maggior parte si trova
su concetti di tipo topologico. A volte proprio il passaggio da
un livello all’altro risulta difficoltoso.
Difficoltà
dal punto di vista dell’organizzazione spaziale possono riversarsi
in una serie di incapacità come: il non saper descrivere
in modo corretto le relazioni spaziali tra gli oggetti o in un’immagine;
il non sapere individuare la relazione spaziale destra-sinistra;
l’incapacità ad eseguire graficamente delle consegne verbali;
l’incapacità a completare e a riprodurre delle sequenze
grafiche. Tutte queste incapacità riflettono la mancanza
di un universo di riferimento ben strutturato, privo di punti
fermi, incapace di fissare in maniera stabile la distanza tra
le cose.
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Autore:
Chiara
Marchini
è nata a Empoli nel 1976. Laureata in Scienze dell’educazione
con la tesi “AUTOSTIMA IN PROSPETTIVA SOCIOLOGICA”, sta svolgendo
un master in pedagogia clinica. Ha lavorato presso diverse cooperative
come educatrice. |