Lettura e scrittura
La
lettura è un’attività che oltre alla capacità
di oralizzare i segni scritti presuppone anche la capacità
di saperli significare; infatti durante la lettura il bambino
non solo deve essere in grado di decodificare verbalmente il messaggio
scritto, ma deve anche essere in grado di comprenderne il contenuto,
al fine di sistematizzare quanto ha letto nel proprio bagaglio
di conoscenze, ampliandolo sempre più.
È
importante sottolineare come fin da piccolissimo il bambino si
costruisca da solo delle idee relativamente alla scrittura: è
infatti continuamente bombardato da messaggi scritti: alla televisione,
per strada nelle insegne dei negozi, nei cartelloni pubblicitari,
ma anche nelle confezioni degli alimenti. Il bambino, grazie a
questa precoce esposizione alla lingua scritta, sviluppa delle
proprie idee o concezioni metalinguistiche, relativamente alla
lingua scritta. Inizialmente i bambini molto piccoli, pensano
che le parole non siano dei mezzi per rappresentare gli oggetti,
ma le percepiscono come parte degli oggetti stessi, come una loro
qualità.
Sfortunatamente
la scuola elementare tende a non prendere in considerazione tali
concezioni metalinguistiche dei bambini, con il risultato che
queste continueranno ad esistere nella mente del bambino, senza
averle esplicitate o elaborate. Poiché queste idee continueranno
a persistere dentro di lui senza che venga messo nelle condizioni
di controllarle integrandole con quanto sta apprendendo a scuola
sui segni della lingua scritta, molte delle sue difficoltà
di apprendimento finiranno per porsi come dati immodificabili
dei quali non si conosce la causa. Spesso i bambini commettono
alcuni errori in maniera persistente, i quali sottendono un determinato
ragionamento, una convinzione del tutto personale. Nel caso della
lettura ed esempio, il bambino per comprendere il significato
delle parole che sta leggendo, si serve spesso di aspetti percettivi,
come la lunghezza della parola, il colore, il carattere, particolari
del tutto fuorvianti; oppure fa riferimento alle immagini che
spesso accompagnano gli scritti nei testi per bambini.
È
importante che nella scuola si tenga conto anche di queste concezioni
personali che il bambino si è fatto del mondo della scrittura,
in modo da correggere in tempo delle idee sbagliate che possono
portare a delle grandi difficoltà scolastiche.
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La
dislessia
Il
bambino dislessico è un bambino con un intelligenza normale,
anzi spesso sopra la media. Viene a volte etichettato da insegnanti
poco competenti come svogliato o poco attento per la sua incapacità
di leggere come gli altri bambini, per la sua lentezza nel decodificare
le parole di un testo scritto, per i continui errori, omissioni,
inversioni di parole o di lettere nelle singole parole durante
la lettura. Questa incapacità genera nel bambino un forte
senso di frustrazione, che cercherà di fuggire in ogni
modo la lettura ad alta voce in classe per evitare di sentire
la propria inferiorità rispetto agli altri.
Ecco, a titolo esemplificativo, gli errori di lettura commessi
da un bambino di quarta elementare, nella lettura di una lista
di parole (in neretto gli errori del ragazzo):
| chirurgo |
crisurlo |
| piume |
piane |
| ostacolo |
orstacollo |
| cassetto |
casetto |
| pensiero |
prensione |
| segno |
sogno |
| simbolo |
sindolo
[6]
|
La
dislessia comporta dunque tempi e numero di errori significativamente
superiori a quelli che ci si deve aspettare da un lettore che
abbia una certa età anagrafica e un certo grado di insegnamento
scolastico. Per stabilire che tempi e ed errori supirano la media,
vi sono appositi protocolli di lettura, validati attraverso prove
di somministrazione ad altri bambini di tutte le classi elementari
e medie.
Per identificare il profilo specifico di ogni bambino si usano
diversi materiali quali brani, liste di parole costruite rispettando
determinati criteri di lunghezza, complessità, valore dell’immagine
evocata. Inoltre si propongono anche liste di “non-parole” o pseudo-parole
che non hanno nessun significato ma che sono molto importanti
perché non volendo dire nulla obbligano il lettore ad utilizzare
le sue abilità fonologiche.
Vi
sono comunque due criteri guida per valutare il processo di lettura:
l’analisi della correttezza di lettura e la rapidità di
lettura. Rientrano nella prima la valutazione e il numero di errori
commessi durante la lettura, mentre per la seconda si guarda il
tempo impiegato per leggere un testo o una lista di parole. È
evidente che per avere informazioni su questi due parametri è
necessario che il bambino legga a voce alta, andando a vedere
il tipo di errori commessi. Si dovrà ad esempio osservare
se il bambino trasforma le parole che legge in pseudo-parole (fratello
letto come franello), oppure se gli errori producono parole aventi
comunque un loro significato (fratello letto fraticello).
Un’altra
variabile, importante nella valutazione del processo di lettura
è la comprensione, cioè vedere quanto e come il
bambino capisce quello che sta leggendo. È evidente che
una cattiva lettura può interferire con la comprensione,
e ciò accade anche se con livelli differenti, a molti bambini
con dislessia. Per valutare la comprensione si utilizzano testi
e storie relativamente brevi, che il bambino può leggere
come vuole, anche a bassa voce, per i quali sono previste un certo
numero di domande al quale deve rispondere. Le risposte saranno
un indice importante per vedere il livello di comprensione del
testo.
La
dislessia sottintende l’incapacità di collegare tra loro
aspetti diversi che confluiscono nel processo di lettura; questi
sono l’organizzazione spazio-temporale, la lateralizzazione, le
capacità percettive, attentive e di memoria. Molto spesso
il problema sta nell’integrazione tra loro di queste funzioni,
le quali prese isolatamente possono risultare del tutto normali.
Roger Mucchielli e Arlette Mourcier parlano di «universo
disorientato» [7]
nel dislessico evidenziando come le difficoltà di lettura
vengano scoperte soltanto con l’ingresso nella scuola elementare,
ma come in realtà affondino le loro radici nel momento
in cui il bambino ha iniziato ha strutturare il proprio vissuto.
«Dipende
da una cattiva lateralizzazione, da un mancinismo contrastato,
da turbe affettive o da insufficiente strutturazione spazio-temporale,
l’universo del dislessico, come il sui Io, è ambiguo e
incerto» [8].
Il
dislessico si trova a fare i conti con un universo di riferimento
privo di punti fermi, caratterizzato dall’ambiguità, dall’instabilità.
Per far fronte a questa situazione solitamente vengono sviluppate
una serie di abitudini come reazione all’incertezza, solidamente
ancorate alla concretezza, all’immediatezza. Questa strategia
può riuscire ad aiutare il soggetto dislessico in molte
situazioni, ma non nel caso della lettura la quale presuppone
un rapporto Io-universo stabile e ben strutturato, che si concretizza
nel possesso di saldi riferimenti spazio-temporali.
La
capacità di rispettare l’orientamento sinistra-destra e
di distinguere all’interno di una parola così orientata,
lettere diverse in base a diversi orientamenti verticali e orizzontali,
si lega allo sviluppo dell’organizzazione spaziale. Molto spesso
queste mancanze, oltre ad incidere sull’apprendimento della lettura
creano difficoltà anche in matematica. Spesso infatti bambini
dislessici presentano in ambito logico-matematico alcune difficoltà
quali: confusione fra numeri simili, inversione di cifre, difficoltà
di decodifica dei simboli numerici, difficoltà di decodifica
del testo del problema, difficoltà a gestire la sequenzialità
nelle operazioni matematiche, difficoltà di organizzazione
dello spazio grafico, difficoltà a memorizzare le tabelline.
Analogamente
queste difficoltà si riversano nella sfera personale, con
una limitazione dell’autonomia più o meno grave. Basti
pensare ai problemi che in tal caso si riflettono nel sapersi
orientare nel tempo, quindi riuscire a capire in che momento della
giornata siamo, riuscire a leggere l’orologio, a capire la differenza
tra ieri e oggi, e via dicendo.
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Note:
[6]
A.BIANCARDI, G. MILANO, Quando un bambino non sa leggere.
Vincere la dislessia i disturbi dell’apprendimento, Milano,
Rizzoli 2001, p. 91
[7]
Cfr. L.TRISCIUZZI, La pedagogia clinica, Laterza, Bari,
2003, p. 55
[8]
Ibidem
Autore:
Chiara
Marchini
è nata a Empoli nel 1976. Laureata in Scienze dell’educazione
con la tesi “AUTOSTIMA IN PROSPETTIVA SOCIOLOGICA”, sta svolgendo
un master in pedagogia clinica. Ha lavorato presso diverse cooperative
come educatrice.
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