Le
difficoltà di scrittura
Scrivere
è molto diverso da leggere: implica un’azione un più,
ossia il produrre oltre al comprendere. Scrivendo infatti lasciamo
qualcosa di tangibile, che rimane nel tempo. Qualcosa che può
essere letto immediatamente come dopo tanto tempo. Scrivere implica
dunque un atto motorio. Si può affermare che almeno nei
suoi stadi iniziali la scrittura si pone come una sorta di prosecuzione
dell’attività grafo-pittorica, con la differenza che nel
disegno c’è corrispondenza fra significante e significato;
nella scrittura invece il bambino deve imparare a separare i due
piani, per poi poterli ricongiungere più tardi, una volta
che è riuscito a padroneggiare l’uso dei segni grafici.
Per
scrivere il bambino deve essere capace di cogliere le differenze
visibili che caratterizzano le diverse lettere, in più
alla padronanza dei diversi schemi motori necessari per produrle.
A tale capacità si legano indissolubilmente una buona coordinazione
oculo-manuale insieme alla percezione dello spazio.
Piaget
evidenzia come sussistano delle profonde differenze tra la percezione
delle figure e la loro riproduzione; in particolare evidenzia
la distinzione tra spazio percepito e spazio rappresentativo.
Il primo si ritrova nei bambini al di sotto dei due anni ed evidenzia
come in questa fase il bambino è in grado di apprezzare
la differenza tra un cerchio e un quadrato, soltanto se li si
chiede di riprodurre le due figure non sarà in grado. Questo
perché per riprodurre una figura è necessario cogliere
percettivamente i rapporti spaziale tra le figure, riuscire a
rappresentare gli stessi mentalmente per poi passare all’atto
grafico vero e proprio. Tutte queste capacità si sviluppano
in uno stadio successivo. Piaget evidenzia inoltre come queste
difficoltà a riprodurre le figure geometriche permangono
fino ai 5-6 anni ma in certi casi anche oltre, se il bambino non
ha ricevuto le adeguate stimolazioni nell’ambiente sociale.
Studiando il passaggio dalla percezione alla rappresentazione
dei rapporti spaziali Piaget ha evidenziato come prima emergano
i rapporti topologici e poi quelli euclidei. Questo si evidenzia
anche nel disegno spontaneo, dove il bambino inizialmente produce
soltanto figure strutturate topologicamente.
Analogamente
a quanto detto sopra riguardo allo spazio percepito e spazio rappresentativo,
il bambino già verso i 5-6 anni conosce e percepisce le
forme euclidee ma nel disegno non è in grado di rappresentarle.
Riuscirà a superare i rapporti topologici solo uscendo
dal proprio egocentrismo.
Il
passaggio tra la percezione dello spazio topologico e quello euclideo
è evidente dunque per l’apprendimento della scrittura.
Dal punto di vista didattico è necessario strutturare le
prime esperienze grafiche da un punto di vista topologico. Topologicamente
infatti una «P» maiuscola è equivalente ad
una «p» minuscola, in quanto entrambe figure in parte
chiuse in parte aperte. Analogamente una «O» maiuscola
ed una «o» minuscola sono sempre due figure chiuse.
Il tipo di scrittura che meglio si adatta alle capacità
del bambino, nel momento del suo ingresso nella scuola elementare,
è lo stampatello. Questo infatti oltre a permettere visivamente
la scomposizione di parole in lettere, così come le parole
sono scomposte in suoni, presenta quelle caratteristiche topologiche
che facilitano l’apprendimento della scrittura.
Quando
il bambino avrà acquisito sufficiente padronanza con lo
stampatello, potrà passare al corsivo, il quale diventa
più congeniale nel momento in cui si presenta la necessità
di scrivere più veloce. Il corsivo infatti, permettendo
di scrivere senza staccare la penna dal foglio ad ogni lettera,
porta ad una maggiore rapidità di produzione.
La
scrittura presuppone una serie di prerequisiti, ritenuti però
delle abilità di tipo trasversale, necessarie all’apprendimento
di tutte le attività strumentali di tipo scolastico. Questo
sono l’acquisizione dello schema corporeo, la lateralizzazione,
l’orientamento, l’organizzazione spazio-temporale. La scrittura
presuppone inoltre una buona competenza fonologica, ossia la capacità
di suddividere la parola nelle lettere corrispondenti, e quindi
essere in grado anche a livello uditivo di segmentare il continuum
sonoro in parole. Spesso questa è una grossa difficoltà
per alcuni bambini, soprattutto per chi ha problemi a livello
dell’organizzazione spazio-temporale. È evidente dunque
come la competenza fonologica sia indispensabile per l’apprendimento
della scrittura, soprattutto nel caso dell’ortografia.
Per
quel che riguarda l’apprendimento della scrittura da anni è
aperto un dibattito sul metodo da adottare, e la scelta del metodo
si lega al problema della competenza fonologica, solitamente inadeguata
in coloro che presentano disturbi specifici dell’apprendimento.
I metodi oggetto di discussione sono due: quello fono-sillabico,
basato sulla presentazione dei singoli grafemi e sulla loro successiva
sintesi in sillabe e parole; quello globale, basato sulla presentazione
fin dall’inizio di frasi o parole dotate di significato, per poi
arrivare tramite la loro segmentazione alle singole lettere.
Una
serie di studi hanno evidenziato l’esistenza di due vie d’accesso
alla parola scritta: una via uditiva o fonologica, basata sulla
percezione della sequenza sonora della parola, ed una via visiva,
legata al riconoscimento della parola considerata nella sua interezza.
Nel soggetto senza particolari problemi si ha un’armonizzazione
della due vie, le quali vengono utilizzate in sinergia fra loro.
Al contrario chi presenta dei disturbi specifici di apprendimento
non è in grado di integrare le due vie.
In particolare il metodo fono-sillabico, partendo dalla conoscenza
dei singoli fonemi, è molto più adatto a quei soggetti
che prediligono la via uditiva. Al contrario il metodo globale,
si adatta meglio a coloro che utilizzano principalmente la via
visiva.
Nei
soggetti che presentano delle difficoltà di armonizzazione
tra le due vie, si osserva l’utilizzo continuo di quella prediletta
con il risultato di commettere sempre gli stessi errori che diventano
difficili da correggere. Risulta quindi molto importante capire
quale delle due modalità di accesso è preferita,
in modo da stimolare anche quella non utilizzata, così
da arrivare ad una completa integrazione delle due.
Per
i soggetti con inadeguata competenza fonologica, è evidente
come il metodo globale non sia adatto, in quanto si basa sulla
presentazione di intere frasi o parole dotate di significato,
da segmentare per arrivare alla fine ai singoli fonemi.
Fasi
dell’acquisizione della scrittura
I bambini sono immersi fin da
piccoli in un mare di stimoli grafici: alla televisione, per strada,
nei cartelloni pubblicitari, nelle scatole dei giocattoli, sulla
confezione delle merendine, e via dicendo. Infatti al momento
dell’ingresso alla scuola primaria tutti i bambini si sono fatti
delle idee proprie su cosa sia la scrittura e sul significato
dello scrivere. Si distinguono tre periodi in questo percorso
che il bambino compie. Durante il primo periodo il bambino comprende
che il disegno è diverso dalla scrittura, in particolare
che i segni grafici non riproducono iconicamente l’oggetto, che
il legame tra questo e le scritte che lo rappresentano è
convenzionale. Successivamente il bambino arriva a comprendere
il valore simbolico dei segni grafici, ossia il fatto che la scrittura
serve a rappresentare quelle caratteristiche degli oggetti che
il disegno non è capace di rappresentare, cioè il
loro nome.
Nel secondo periodo, detto periodo presillabico, i bambini iniziano
a sperimentare la scrittura, inventando dei loro segni grafici,
come pallini, lunette, o talvolta utilizzando delle lettere alfabetiche
vere e proprie. Il problema in questa fase è riuscire a
stabilire in base a quali criteri un insieme di segni grafici
possa essere considerato una scritta, e quindi essere leggibile
e interpretabile. Per quanto riguarda l’aspetto quantitativo i
bambini elaborano il «principio della quantità minima»,
in base al quale una scritta può essere considerata tale
se è composta da almeno tre segni. Qualitativamente invece,
secondo i bambini, una scritta deve essere costituita da segni
tutti diversi tra loro: questo è il «principio della
variazione interna» .In base a questi principi i bambini
giudicano come leggibili o meno le proprie produzioni grafiche,
cosi come quelle degli altri.
Il terzo periodo è quello della fonetizzazione, fase in
cui il bambino scopre che la scrittura è la rappresentazione
della lingua orale.
Questo periodo però, è scomponibile in tre ulteriori
sotto-periodi che sono: il periodo sillabico, il periodo sillabico-alfabetico
e il periodo alfabetico. Nel periodo sillabico, il bambino inizia
ad attribuire un segno per ogni sillaba della parola; così
scriverà ad esempio /bam/bi/no/ con tre segni. Il bambino
utilizzerà oltre a segni non convenzionali, lettere convenzionali
senza però attribuire a queste il loro valore sonoro convenzionale.
In questa fase il bambino acquisisce l’idea che con la scrittura
si rappresentano gli aspetti sonori della lingua. Nella fase sillabico-alfabetica,
il bambino affianca all’ipotesi sillabica quella alfabetica, secondo
la quale i segni rappresentano i singoli fonemi; accadrà
dunque che nelle produzioni del bambino alcuni segni rappresenteranno
le sillabe ed altri i fonemi. Nella fase alfabetica il bambino
fa propria l’idea che ad ogni segno grafico corrisponde un fonema
della parola.
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Autore:
Chiara
Marchini
è nata a Empoli nel 1976. Laureata in Scienze dell’educazione
con la tesi “AUTOSTIMA IN PROSPETTIVA SOCIOLOGICA”, sta svolgendo
un master in pedagogia clinica. Ha lavorato presso diverse cooperative
come educatrice.
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