| L’incontro
con Gianni
Il mio primo incontro
con G.: quando lo ricevo nello studio il ragazzo è seguito
dalla madre, la nonna materna e il fratellino di otto anni. È
evidente in loro una forte tensione emotiva, che traspare dalla
marcata curiosità verso di me e l’ambiente in cui li ricevo.
L’ansia traspare anche da come la madre e la nonna si rivolgono
a me con voce sommessa. G. in questa prima situazione rimane in
disparte, in silenzio, un po’ come se la “cosa” non lo interessasse;
infatti, ha il portamento distaccato che lo fa assomigliare ad un
piccolo lord inglese. G è un ragazzo dalla corporatura esile,
coi lineamenti del viso ben marcati e due occhi grandi color marrone.
Sta un po’ curvo con la schiena, come a non volersi esporre del
tutto. In ogni modo, dall’aspetto esteriore, non compaiono segni
del suo handicap; anzi, è un ragazzo come molti e per lo
più con tratti facciali molto espressivi.
Quando restiamo soli
G. fa un bel sorriso cui rispondo: mi dimostra quindi una simpatia
che non è solito trovare al primo incontro in circostanze
simili. Egli conosce il motivo per il quale si trova da me; sa che
io sostituirò Arianna, e di conseguenza mi porge domande
di conferma come: “Ora vengo da te?”, di preoccupazione quali:”
e cosa si fa?”, “mi aiuti?”, e a ruota, di rassicurazione: “ ma
poi si gioca vero?”; conclude perciò con la famosa asserzione
pedagogica “allora…prima si lavora e poi si gioca!”.
G. ha la smania di
fare, è irrequieto, non sta fermo sulla sedia e si guarda
attorno spaesato; così gli faccio visitare l’ambiente e subito
dopo gli chiedo se vuole fare un disegno: mi dice che vuole disegnare
la campagna che andrà a visitare tra qualche giorno con la
sua famiglia. G. in quel disegno raffigura una grande casa tra due
colline di colore arancione. Quel che mi colpisce di lui è
la forte ansia; ha molta fretta, disegna e colora quasi contemporaneamente,
e un attimo dopo aver staccato l’ultimo colore dal foglio si precipita
per domandarmi : “E ora che cosa facciamo?”.
Sì, G. “corre”, vuole cambiare, passare frettolosamente da
una cosa all’altra, questo non gli permette di viversi l’esperienza
del “qui ed ora”. Il suo atteggiamento teso a “bruciare il tempo”
non permette a lui e neppure a me di avere lo spazio temporale per
pensare.
G, non concedendomi
tempo, non mi consente né di vedere né di capire e
valutare, tanto è minacciosa in lui la paura di sbagliare
qualcosa, magari di deludere ancora un’altra persona e con ciò
fallire nuovamente. Cerco quindi di stare molto attento nella conduzione
della relazione, astenendomi dal porgli richieste scolastiche, ma
addentrandomi con delicatezza dentro il suo vissuto scolastico:
gli faccio domande attinenti i compagni, i professori, ma sento
che ciò lo inquieta ulteriormente; infatti con destrezza
mi devia il discorso su altri temi che esulano dalle esperienze
scolastiche, come il nuoto, la ludoteca, i giochi preferiti, la
nuova bicicletta elettrica, e tutti i suoi appuntamenti riferiti
alle cene con i parenti. Me ne parla con un forte trasporto emotivo,
e con una conseguente ansia riguardo alla necessità di dover
fare assolutamente quelle esperienze e non altre; tra un discorso
e l’altro mi parla degli orari e dei giorni prestabiliti per gli
impegni di tutta la settimana. Da una parte questo suo ripetersi
mi trasmette la sua ansia, dall’altra però riesco ad apprezzarlo
come un’energia verbale che, sebbene irruente e ripetitiva, assume
la forma di un linguaggio, che è poi la “voce” del suo Sé,
ricco di riferimenti a cose, a persone e alla sua realtà
psichica costituita dagli affetti più vicini. Mi avvicino
così anch’io al suo mondo, quando G., durante le prime sedute,
disegna la propria famiglia, la casa in città e al mare,
e lui immerso nell’amato mare assieme ai delfini e ai sassi colorati
sulla spiaggia esposta al sole.
Mi trovo a vivere
l’ansia di G. come una sorta d’incombenza minacciosa volta a “dover
fare” qualcosa ora e nel frattempo qualcos’altro, e così
via…senza spazi frapposti, senza tempo per pensare e riflettere.
Sento che G. tiene molto a stare al passo di tutti gli altri, dei
compagni di scuola, degli scout, del nuoto, perché in questo
modo può essere accettato dagli altri. Questo suo “dover
fare” collegato al “dover essere” è tipico dei ragazzi della
sua età; soprattutto di coloro che vivono in contesti ambientali
poco empatici, poco fiduciosi da una parte, e troppo esigenti dall’altra.
In questi ragazzi, tale situazione, se non è contenuta nel
modo giusto, può comportare un senso d’insicurezza e d’irrequietezza
psichica. Credo che sia importante aiutare i giovani a non vivere
l’esperienza come un’imposizione. In G. è opportuno, ancora
più che in altri, proprio per le sue caratteristiche, stare
bene attenti a non imporgli le “cose” da fare, perché ciò
solleva in lui un “patos” dentro cui si disorienta. G. vive con
molta difficoltà e frustrazione i momenti didattici all’interno
del gruppo classe, perché questi non sono conformi a lui,
in altre parole superano il suo livello di competenze acquisito,
e di ciò egli è pienamente consapevole. Da una sistematica
osservazione [1], eseguita
con la massima cautela, ho rilevato in G. seri problemi nella scrittura
e nella lettura, nella comprensione del testo scritto, nonché
nel calcolo; tende a confondere lo stampato maiuscolo con il corsivo,
commette molti errori fonologici ed ortografici, e salta le unità
nel conteggio digitale. Ho così spostato il fuoco dalla valutazione
del compito assolto all’unicità e peculiarità dello
stesso; ma ne parlerò più avanti perché prima
vorrei aprire e chiudere una parentesi sui genitori di G.
...continua...
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Note:
[1] Cfr. P. Giovanardi Rossi,
T. Malaguti, Valutazione delle abilità di scrittura,
classe 1°, Trento, Erickson; P. Giovanardi Rossi, T. Malaguti,
Valutazione delle abilità matematiche, classe 1°,
Trento, Erickson; A. Martini, Le difficoltà di apprendimento
della lingua scritta, Tirrenia (Pisa), Del Cerro, 1995.
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