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Un
giovane Nanni Moretti si chiedeva, in Ecce Bombo, se si nota di
più l’assenza o una presenza discreta. Lasciare il posto
vuoto oppure sistemarsi a ridosso di un muro, accomunando le due
opzioni nella stessa, ostinata, voglia di farsi notare distinguendosi,
ricavando la propria identità pubblica, come fanno gli
scultori, per sottrazione? È un moto di diniego verso il
presenzialismo di massa che non può, agli occhi del pedagogista
critico, che segnalare la persistenza di spazi di soggettività
non ancora colonizzati. Nelle scuole superiori il fenomeno della
presenza-assenza è di particolare interesse, perché
vi convogliano diversi nodi cruciali. Innanzitutto si è
di fronte a un tipico cono d’ombra: la pedagogia ufficiale, come
una coperta corta, lascia scoperti lembi di processi formativi
da cui è possibile intravedere un’altra realtà.
O meglio, si è davanti a un varco che consente di cogliere
ciò che la struttura formale e irreggimentata tende ad
occultare: crepe e fessure rivelano, come nell’analisi del geologo,
la stabilità del tutto, esattamente come quei solchi nei
volti dei contadini, che raccontano di anni trascorsi tra polvere
e sole molto meglio di quanto possano fare le pelli plastificate
che piacciono alle riviste di moda.
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Autore:
Giorgio Amato, vive e lavora a Bari. Dottore di
ricerca in ‘Progettazione e valutazione dei processi formativi’,
collabora con il Dipartimento di Scienze Pedagogiche dell’Università
di Bari, dove si occupa in particolare del metodo autobiografico.
Fondatore del Centro Studi Edipo, vi svolge attività come
pedagogista e formatore.
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