| Nella
sua lunga e quasi cinquantennale presenza sulla scena cultura
ed educativa del ‘900, Maria Montessori è stata l’interprete
di una personale controversia scientifica con il proprio tempo,
rimproverata di non aver compreso il significato delle scoperte
del celebre medico rispetto al bambino ed alla sua relativa educazione.
La pedagogia che si costruiva nei laboratori come quella che pur
rinnovata si applicava nelle scuole erano soltanto espedienti
migliorativi in vista dell’adattamento dell’infante al mondo adulto,
ai compiti, alle richieste che esso continuava a porgli senza
modificare la tradizionale considerazione della natura e qualità
dell’infanzia.
La
Montessori era convinta che la nuova scienza dell’educazione si
sarebbe ritrovata nella selva di problemi insolubili, perchè
continuava a portare dentro di sè le vecchie idee sul bambino
e, di conseguenza, antiquate presunzioni dell’adulto nei suoi
confronti. La stessa pedagogia sperimentale, orgogliosa, quanto
perduta nelle sue innumerevoli ricerche, avrebbe agito contro
il fanciullo, perchè ancora nutrita dell’antico errore,
di voler accrescere la capacità d’intervento educativo
su di lui. Non c’è nulla di nuovo in quel bambino osservato
nei suoi presunti caratteri che l’umanità ha ritenuto fino
ad oggi costitutivi e naturali della sua anima e personalità,
mentre sono soltanto manifestazioni di difesa e repressione.
E’ su tale scoperta che la studiosa invitava la scienza a fare
esperienze ed a pronunciarsi, ma vennero dubbi, silenzi, palesi
rifiuti: nessuno dei grandi protagonisti del rinnovamento pedagogico
mostrò di capire a fondo la richiesta montessoriana di
avviare il dibattito culturale e scientifico partendo dal dato
nuovo delle sue ricerche.
La Montessori si è imbattuta nel tentativo moderno della
falsificazione di ciò che gli uomini sapevano del bambino
e, in fondo, di loro stessi; ella era consapevole dell’audacia
intellettuale e morale con cui sfidava opinioni, costumi, comportamenti
secolari, ai quali contrapponeva la sua scoperta di un nuovo fanciullo.
La sue posizioni aggredivano e sconfessavano valori ideologici,
religiosi, politici, in cui trovava legittimazione il diritto
dell’adulto sull’infanzia e l’inconscia volontà di dominio.
Per la Montessori, il bambino è costretto a manifestazioni
di difesa di fronte all’errore inconscio dell’educatore che gli
sta accanto. Tale percezione l’avvicina alla psicoanalisi, in
modo particolare ad Adler le cui teorie della psicologia individuale
offrivano possibilità d’interpretazione ed applicazioni
educative.
Alcuni motivi adleriani erano già presenti nella Montessori
e riguardavano la condizione di debolezza e dipendenza del bambino,
la svalorizzazione delle sue immense potenzialità, le manifestazioni
deviate come risposta di difesa all’offesa dell’adulto: le fughe
nell’immaginazione e la costruzione di barriere, il complesso
d’inferiorità o il desiderio di possesso manifestato da
tanti bambini hanno un significato assai prossimo a quello degli
espedienti (arrangment) che i neurotici descritti dallo psicoanalista
producono per sottrarsi alle prove di realtà.
Montessori ed Adler sono accumunati dalla convinzione che un ambiente
normalizzato e nuovi comportamenti adulti avrebbero potuto prevenire
stati psichici morbosi e riaprire comunque la via della maturazione
per i fanciulli malati tramite un lavoro proporzionato alle loro
forze, psichicamente preparato e tale da evitare l’intervento
sostitutivo dell’adulto.
Il bambino ha dimostrato di possedere qualità naturali
normali e su loro deve fondarsi la nuova educazione.
Su questi principi nasce la “Casa dei bambini”, come istituzione
naturalmente pediatrica che solo successivamente venne battezzata
“Casa della Salute”.
La rappresentazione del bambino montessoriano sembra oggi farsi
concreta pratica, educativa e sociale. Sin dalla prima infanzia,
a contatto con i genitori, educatori del nido, insegnanti, adulti
estranei, egli esprime con un calmo desiderio di partecipazione
e l’evidente richiesta di essere aiutato a svolgere ogni attività.
In seguito, più grande, il fanciullo diviene autonomo e
consapevole della propria vita anche in relazione al mondo circostante,
manifesta una palese capacità di comprendere l’importanza
dell’apprendimento e del lavoro intellettuale, associata ad una
confidenza mai sospettata con i problemi stessi della vita, familiare
ed umana che sa spesso giudicare con saggezza e previsione.
Autore:
Emilio Vaccaro è laureato in filosofia - indirizzo
pedagogico. Socio FI.PED (Federazione Pedagogisti Italiani) per
conto della quale ha svolto un tirocinio di formazione presso
la Scuola Elementare Don Milani di Caltanissetta. Attualmente
frequenta un Corso triennale post-laurea di formazione in Pedagogia
Clinica presso l'ISFAR di Firenze.
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Bibliografia:
·
Becchi E., 1987, Storia dell’educazione. La Nuova Italia,
Firenze;
· Gray P., 2002, Psicologia. Zanichelli, Bologna;
· Guido C., 1999, La scuola italiana fra obiettivi
e standard. Opera Nazionale Montessori, Roma;
· Gilberti F.-Rossi R., 1996, Manuale di Psichiatria.
Piccin & Vallardi, Padova;
· Piazza V., 1998, Maria Montessori. La via italiana
all’handicap. Erickson, Trento;
· Scocchera A., 1990, Maria Montessori. Un ritratto
quasi inedito. La Nuova Italia, Firenze;
· Tornar C., 1990, Attualità scientifica della
pedagogia di Maria Montessori. Aspetti innovativi. Implicazioni
operative. Anicia, Roma.
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