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quasi ogni giorno da qualche tempo a questa parte, anche oggi Elir,
un ragazzo albanese di tredici anni adottato da cinque da una famiglia
italiana, torna a casa da scuola in preda ad una forte tensione,
così nervoso e agitato da non riuscire ad acquietarsi in
nessun modo. Risponde in malo modo a qualsiasi input gli giunga,
scatta di nervi in ogni movimento, schizza la sua irritazione e
insofferenza nei confronti di tutto ciò che, anche benevolmente,
lo circonda, si mostra sprezzante e in atteggiamento di sfida verso
tutti e tutto. Anche oggi deve aver ‘subito’ qualcosa che ora sta
‘vomitando fuori’ in questo modo. Dopo un po’ è lui stesso
a volermelo raccontare. Gli comunico che ho tutto il desiderio e
l’intenzione di ascoltarlo molto attentamente e seriamente, ma voglio
evitare che questo si trasformi, come certe volte è accaduto,
in un modo per alimentare in lui una ‘dinamica di vittimismo’ in
cui al suo ruolo di vittima, corrisponde quello di chi lo ascolta
guardandolo e inducendolo a sentirsi ancor più fortemente
tale: voglio accogliere la sofferenza di Elir, ma la voglio pure
‘contenere’, non ‘amplificare’.
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