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Lo
sforzo di molti produce risultati migliori dell'impegno di
uno solo - Omero |
| Chi
si trova ad avere la possibilità di lavorare con una
classe [1]
è buona costumanza non finisca con confondere "una"
tecnica con "la" tecnica metodologica. Ogni strategia partecipativa
che viene utilizzata porta con sé inevitabilmente pregi
e limiti che il facilitatore [2],
al di là della sua specifica formazione, sappia sempre
riconoscere. Al caso possiamo dare la paradossale definizione
di "tecnica che cerca una soluzione ma che non possiede
la soluzione". I laschi confini della definizione rendono
ancor più evidente come il caso sfugga ad una rigida
collocazione di contesto, ma anzi si offra con estrema duttilità
al trattamento di problemi "a misura e su misura" del pubblico
di riferimento. L'utilizzo che da tempo viene fatto di questa
tecnica [3]
in campo aziendale è ormai cosa nota: la proposta
che qui intendiamo fare, invece, va verso un'estensione a
contesti sociali, organizzativi ed educativi diversi seguendo
un'analisi di tipo sociologico aprendo prospettive interdisciplinari
che potrebbero conferire ancor più efficacia a processi
progettuali predefiniti.
Il
caso si svolge dentro una "cornice" che contiene e la storia
descritta (esterna ai partecipanti) e la storia personale
dei partecipanti. La storia descritta nel caso è
una storia ora vera, mai falsa, ma sempre verosimile; ritorna
qui adatto, anche se adattato, quanto afferma Natoli "...non
bisogna ridurre il possibile al cosiddetto reale, ma bisogna
guardare il reale in vista del possibile e in funzione della
sua interna mobilità" [4].
Si consenta riguardo alla struttura di racconto un brevissimo
excursus sui processi cognitivi applicati a situazioni problematiche:
i risultati riportati da Gherardi e Masiero [5]-
nel contesto tematico dei processi decisionali - sottolineano
che "l'individuo, mentre riceve informazioni, elabora alternative,
immagina conseguenze...quando si racconta, si narra, si è
costretti entro una successione lineare cadenzata dalla parola.
Nel pensiero passato e immagini del futuro sono compresenti,
nella parola uno viene prima l'altro dopo."
Non
ultimo: la storia presentata nel caso produce una conoscenza
che si ripercuote a cascata in livelli di auto-organizzazione
e di organizzazione di rete più ampia [6]
dal momento che le risorse umane sono le uniche in grado
di garantire, in condizioni operative adeguate, capacità
di valorizzare le esperienze apprendendo dai problemi
che esse stesse generano e quindi di produrre nnovazione.
[7] Il
caso può essere scelto in modo accorto tra quelli esistenti
[8] o costruito ad hoc dal
docente o, ancora, redatto dagli stessi partecipanti
[9].
Se
spostiamo il fuoco di indagine, però, ancor più
interessante risulta la storia vissuta e che si va vivendo
dai partecipanti. "Tutti crediamo di vivere nello stesso mondo
in realtà viviamo in narrazioni diverse sul
mondo. Ma siccome ognuno di noi non riconosce questa soggettivazione
e pensa al proprio mondo come se fosse quello reale, il conflitto
con le interpretazioni degli altri (cioè soggettivazioni)
prima o poi fa capolino" [10].
Il
caso, anche per queste narrazioni soggettivate, nella accezione
che qui si intende proporre, supera gli angusti limiti di
mera tecnica per trasformarsi in una narrazione oggettivata
attraverso un gioco rappresentato da altri (la storia/caso)
ma facilmente permeabile alla rappresentazione di se stessi.
Risuona
forte il richiamo alla teoria esposta da Goffamn in La
vita quotidiana come rappresentazione [11]
secondo il quale la vita quotidiana, appunto, è
un gioco di mascheramento che conserva però il soggetto
come istituzione sociale.
Il
soggetto che si trova nella classe è temporaneamente
esterno a processi macro-sociali e inserito in un processo
micro-sociale: in questo senso il caso può diventare
il filtro tra microsociologia e macrosociologia dal momento
che condividiamo con A. Maturo che "l'interazione micro può
essere considerata come un vero e proprio sistema sociale
nel quale vigono rituali che debbono essere rispettati" [12].
Non si tratta, però, soltanto di "micro interazione"
ma di "micro come interazione che non diventa sociologia -
come scienza impastata di biografia umana - come storia senza
storia - come albero senza il quale non c'è il bosco
- come epistemologia che permette di capire che non tutta
la verità vera si trova lì dentro: essa può
essere anche altrove o derivata da altro e cioè dalla
dimensione macro dell'esistenza" [13].
Non riusciremo certo a definire completamente hic et nunc
la micro-interazione se già Luhmann ebbe a dire "un
sistema può comunicare non solo su se stesso ma altrettanto
e forse meglio su ciò che è altro da sé"
[14].
Anzi crediamo che limitarsi a descrivere l'interazione sarebbe
costringere auto ed etero negli stretti lacci della comunicazione
mentre, come sostiene Cipolla, oltre alla comunicazione esistono
l'azione, il fare, il percepire in una "sociologizzata" teoria
del linguaggio che intende "la comunicazione quale co-istituzione
di soggetto e oggetto di significante che non può costruirsi
da solo e di significato che deve fare i conti col proprio
contenuto - la vita non è mai solo riducibile solo
a comunicazione - nulla è solo comunicazione" [15].
Su
tutto questo poggia una accezione di sociologia, intesa "come
descrizione adeguata dei rapporti sociali - schema osservativo
- che si occupa dell'azione sociale dei singoli individui"
[16]. Condividere una simile
definizione ci consente, nel trattare la tecnica del caso,
di sentire naturale se non inevitabile il passaggio da un
piano di rappresentazione che prevede "altri" generici attori
(che agiscono in tempi e contesti possibili) ad una rappresentazione
con "gli" attori sociali (che agiscono nel reale).
"L'interpretazione
(leggi sociologia) cioè spiegazione causale e comprensione
sensata dei rapporti sociali" [17]
non può che conseguentemente far crescere fortemente
la co-implicazione tra sociologia e politica sociale in una
"reciproca riflessività che è allo stesso tempo,
sebbene in diversi modi, differenziatrice e integratrice"
[18].
Ad accrescere tale reciprocità di rapporto sono le
possibili osservazioni sul mondo vitale nel quale agiscono
e dal quale provengono i partecipanti; il problema è
riuscire però a conservare quel difficile equilibrio,
da tempo inseguito, tra enfatizzare ora relazioni auto-etero
ora di "individualismo esasperato che non vede altro che se
stesso [19].
Scorgiamo un possibile stato di mezzo qualora si trasformi
l'aula da "somma di singoli individui" nel "sistema aula"
così come da un gruppo di singoli musicisti si può
passare all'orchestra in cui la sincronizzazione è
condizione necessaria ma non sufficiente [20].
Per continuare in metafora la musica che verrà prodotta
dovrà essere fruibile cioè capace di fare da
ponte tra due mondi: quello della riflessione e quello dell'azione.
Alla "situazione aula", infatti, si accompagna, come naturale
e prospettico evolversi, la fase della valutazione qui sentita
secondo una epistemologia suggerita da Cipolla
[21] "che valuta per conoscere
e conosce per valutare secondo un circolo virtuoso che non
è né rigido o deterministico né incerto
o in dissoluzione costante".
La
valutazione interviene in termini di contributo e non solo
di "doveroso" appuntamento qualora sia mossa da "la volontà
di generare la migliore informazione ottenibile nelle condizioni
date" [22].
L'intervento formativo si trasforma così in processo
sistemico in cui la soggettività degli attori interagisce
con l'ambiente apprendendo e modificando continuamente favorendo,
secondo i termini dell'interazionismo simbolico, "una re-attribuzione
di significati"
[23].
"L'assunzione
di una prospettiva sistemica, connotandosi come una possibile
ipotesi descrittiva, senza pretendere di erigersi a spiegazione
assoluta, permette di porre l'accento sull'aspetto globale
della realtà, anziché su fatti elementari ed
isolati, e sulla complessità degli eventi, anziché
sulla loro riduzione ad elemento" [24].
Declinare la tecnica del caso in questi termini significa
allora intravedere la possibilità di poter passare
dalla dimensione micro alla dimensione macro anche in contesti
di "relazioni pericolose" [25]
(per esempio la relazione oggetto dello studio di Fiocco:
forze dell'ordine e tifoseria). Il caso anche limitato alla
dimensione micro di "relazioni pericolose" o di latente violenza
ghettizzante riteniamo, comunque, possa consentire non solo
una rilettura del fenomeno sotto nuova luce ma, attraverso
l'ascolto delle singole persone, "non come elementi appartenenti
al branco", anche una "ricerca di nuovi ruoli reciproci" [26]
da parte degli attori coinvolti.
Fino
ad ora destinatari di tale tecnica sono stati considerati
gli adulti per un loro più positivo re-agire e agire
il lavoro, ma crediamo che vadano considerati destinatari
anche discenti più giovani, non ancora in situazione
lavorativa ma ancora all'interno di obblighi formativi ed
educativi, che si trovino nella necessità di fare il
punto su argomenti o scelte per loro critiche. Condividiamo
con Lapassade che l'uomo è "totalizzazione in corso
senza mai essere totalità compiuta" [27],
ma ancor più ritroviamo nella definizione di adultità
fatta da Demetrio (l'adulto vive un'età libera,
perché sperimenta il potere di divincolarsi e di vincolare
altri al contempo...è un sé multidimensional
[28])
la giusta ottica di proposta formativa che anche la stessa
tecnica del caso può offrire senza per questo, è
importante ricordarlo, credere di possedere lo strumento principe
della "ipotetica scienza pedagogica dell'età adulta"
[29]. Per rispettoso confine
di competenza, rimaniamo solo sulla soglia dell'ambito pedagogico
per evidenziare invece di "una" tecnica d'aula i possibili
processi di "socioligizzazione" e il suo aspetto spendibile
così che anche una semplice tecnica possa conquistare
spazi di interazione disciplinare e di valore inter organizzativo.
Risulta allora chiaro che, rispetto ad obiettivi eventualmente
pre-fissati, l'ottica di proposta di una tecnica (come quella
del caso) e della valutazione del processo formativo
attivato, vanno verso l'analisi del "come" rispetto il " cosa"
si è raggiunto. Le obiezioni di elusa scientificità
procedurale saranno abbandonate qualora si concordi che i
processi formativi non vanno ghettizzati in "isole quantitative"
ma, soprattutto, vanno riferiti e letti in dimensione "qualitativa".
L'antica, ormai consunta, questione di classificare di qua
o di là di confini quanti o qualitativi ogni azione
metodologica, non trova qui fazioso schieramento poiché
crediamo valgano le posizioni di tolleranza che sanno però
cogliere la ricchezza delle parti a confronto. Il trattamento
del caso può offrire opportunità di tipo quantitativo
se condotto nell'alveo di una misura di risposte e possibili
incroci di frequenze: paradossalmente in questo caso beneficiari
dei risultati non sono direttamente i partecipanti, ma la
struttura di loro appartenenza. Le opportunità qualitative
sono certamente più dirette ai partecipanti ma per
essere raccolte devono essere convogliate nel solco dell'oggettivato,
utilizzando anche apparenti interventi trasversali (ma non
si arrivi per questo a confondere un confronto d'aula con
un intervento psicoterapico).
Per
passare alla parte più operativa dobbiamo ricordare
anche il materiale necessario: lavagna [30],
colori, e sicuramente una spazio fisico che consenta ai partecipanti
di sedersi in modo circolare. La disposizione in aula risulta
elemento non secondario e per il facilitatore e per gli stessi
partecipanti dal momento che durante la trattazione del caso
la comunicazione avviene non solo a livello verbale, ma anche
para-verbale [31]
e corporeo. La tecnica del caso, infatti, appartiene alla
rosa delle tecniche partecipative che, in quanto tali, intendono
attivare processi di coinvolgimento, incontro e/o di "scontro
moderato" [32]
per una vivace e proficua elaborazione del problema. Anche
per questo deve esser fatta attenzione all'omogeneità
del gruppo rispetto ad alcuni criteri che possono essere di:
età, livello culturale, contesto di appartenenza..
Solo
una omogeneità del gruppo classe crediamo possa consentire
una buona riuscita del lavoro e favorire anche il ruolo del
facilitatore, da alcuni detto anche moderatore, che deve riuscire
a coinvolgere nell'analisi del problema tutti i partecipanti
utilizzando capacità di ascolto al "suono del detto"
ed anche ai "rumori del non detto" [33]
nonché capacità di empatia [34]
cioè la capacità di "presentarsi ad etero con
le mani abbassate per un abbraccio amichevole e potenzialmente
sempre reciproco - vedere il mondo con gli occhi di colui
che si ha di fronte" [35].
A
questo punto trasformiamo quanto detto in una tabella per
evidenziare quanti e quali aspetti vadano tenuti in considerazione: |
| Perché
un caso |
pregi
e limiti |
I
pregi sono legati alla modalità partecipativa e alla
estrema duttilità dello strumento che ben si adatta
a gruppi diversi e a tipologie di problemi differenti.
I
limiti quasi assenti se rispettati criteri e modalità
di utilizzo. Il tempo necessario va ben calibrato per non
lasciare all'assemblea la percezione di una trattazione chiusa
anzi tempo. |
|
apertura multidisciplinare |
La
tecnica apre opportunità di indagine inter e multi
disciplinare se accortamente inserita in un piano formativo
non vincolato a rigidi obiettivi di singoli settori. |
|
A chi è destinato |
aula
adulta |
L'aula
adulta rientra nella più tradizionale situazione formativa
post-scolastica. Il caso rientra tra le tecniche ad
essa destinata perché ben si adatta per ottenere un
confronto senza per questo introdurre la componente competitiva. |
|
aula giovane |
L'utilizzo
del caso può attivare, in una classe ancora in situazione
formativa scolastica, processi comunicativi altrimenti difficili.
Le problematiche a volte troppo coinvolgenti per questo tipo
di aula nella trattazione del caso si traducono in un problema
non più del soggetto che lo tratta ma di un soggetto
altro fuori da sé. |
|
Dove agire |
contesti
organizzativi/aziendali |
L'utilizzo
del caso in contesti aziendali può ben attagliarsi
per problematiche interne di gestione risorse umane o aprirsi
a fronti di marketing [36]
o di valutazione dei risultati. |
|
contesti sociali |
L'ambito
sociale sempre più legato ad una progettazione e programmazione
delle azioni sia degli operatori [38]
che verso l'utenza di riferimento può trovare nella
tecnica del caso un prezioso momento di confronto e/o di proposta. |
| contesti
educativi [37] |
Da poco
introdotta nei contesti educativi la tecnica del caso si presenta
invece una rara possibilità di discussione sia per
il gruppo docenti che per il gruppo discenti. |
|
Come agire |
strumenti |
Sono
pochi e semplici. Oltre a quelli precedentemente indicati
va ricordata la capacità del facilitatore di coinvolgere
l'assemblea rimanendo super partes. |
|
applicazione |
1)
lettura 2) analisi 3) discussione 4) ipotesi di soluzione
|
|
Quando
un caso |
tipologia
del problema |
Prima
deve essere definito il problema al fine di dare priorità
al disagio più urgente. Le possibili domande che verranno
elicitate saranno mirate a ricondurre ogni problema verso
una positiva messa in discussione dei soggetti presenti. |
| Se
fino a questo momento si è inteso offrire una parte
introduttiva al tema qui trattato si offre ora come esempio
un caso [39],
i cui attori si muovono all'interno di un centro scolastico,
ma anche, perché no se fosse possibile, dal momento
che spesso si può ritrovare il tipo di situazione presentata,
come opportunità da poter sperimentare eventualmente
sul campo.
Seconda
parte |
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| Autore: |
| Maria
Martinati
è laureata in Scienze dell'Educazione e diplomata in violino,
si è perfezionata in valutazione della qualità nei servizi socio-sanitari.
Già docente nella scuola secondaria, ha svolto attività di formazione
e di orientamento nel settore scolastico ed extra scolastico.
E' cultore di Sociologia presso il D.U.S.S. di Verona e di Sociologia
della conoscenza presso la Facoltà di Scienze della Formazione
di Verona. |
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| |
| Note: |
|
[1]
con questo termine intendo per ora riferirmi ad un generico gruppo
di soggetti che abbia bisogni cognitivi o formativi diversi secondo
età, contesto e proiezione futura.
[2] Nell'uso
linguistico statunitense si intende per facilitatore quel docente
che ha una funzione non di controllo sugli errori, dei tempi ecc.
del formando, quanto quella di facilitare, di moderare, di monitorare
costruttivamente i processi di apprendimento dei contenuti - quindi
del sapere - e di trasferimento dei comportamenti - quindi del
saper fare -, nonché dell'agevolazione di un cambio culturale
- del saper essere.
[3] Dal glossario del CNV (centro
nazionale volontari) - metodo dei casi: variamente utilizzato
nelle attività di formazione, sempre più nell'ultimo
ventennio, generalmente per due obiettivi didattici, diversi seppur
complementari tra loro. Un primo ordine di obiettivi concerne
l'analisi di situazioni e di problemi complessi, promuovendo l'apprendimento
circa il come diagnosticare e intervenire su situazioni analoghe
a quelle presenti nel caso esposto e discusso. In questo senso
il contenuto specifico del caso è un "testo" di riferimento
per le future situazioni lavorative in cui i partecipanti si troveranno
a decidere. Un secondo ordine di obiettivi concerne lo sviluppo
delle capacità di analisi e di decisione che lo studio
del caso attiva. In questo senso il contenuto del caso è
per così dire un "pretesto" utile a sviluppare la capacità
di analizzare situazioni complesse, di individuare le possibili
opzioni per la soluzione dei problemi, di scegliere le linee di
azione ritenute più adeguate. E ciò in un contesto
di confronto tra le diverse posizioni assunte dai singoli partecipanti
e/o da diversi sottogruppi.
[4] Natoli S., Comunicazione
sociale, differenziazione delle competenze e modelli adattabili
di formazione, XII convegno nazionale AIF, Parma, ottobre 1993.
[5] Gherardi S., Masiero
A., (1983), Trasformazioni tecnologiche e processi decisionali:
un'indagine esplorativa, Cesos, Roma.
[6] sul rapporto produzione
di conoscenza, innovazione e processi organizzativi si rimanda
a Nonaka, (1991), The knowledege-creating Comapany, in
"Harvard Business Review" n°6; Tommasini M., (1993), Alla ricerca
dell'organizzazione che apprende, Ed.lavoro, Roma; Warglien
M, (1990), Innovazione e impresa evolutiva, Cedam, Padova.
[7]
Lipari D., (1995), Progettazione e valutazione nei processi
formativi, Ed.Lavoro, Roma.
[8]
Può essere per esempio consultato l'archivio della Centrale
Casi dell'Asfor.
[9] si tratta
del "metodo degli autocasi" ritenuto particolarmente efficace
in quelle situazioni in cui "risultano cruciali gli aspetti soggettivi
e in particolare quelli relazionali, i vissuti degli individui,
i loro modi di organizzare mentalmente ciò che succede
intorno a loro" in Bruscaglioni M., (1991),La gestione
dei processi nella formazione degli adulti, Angeli, Milano.
G.Quaglino, Gli autocasi
in Quaderni di formazione Pirelli, n°43 marzo 1983. Bellotto
M., (1989), in AaVv., La formazione psicosociale, Nis,
Roma.
[10]
Benvenuto S., (2000), Dicerie e pettegolezzi, Il Mulino,
Bologna.
[11] Goffman
E., (1959), La vita quotidiana come rappresentazione, Il
Mulino, Bologna.
[12] Maturo
A., L'equivoco della comunicazione, in Principi di sociologia
(a cura di) Cipolla C., (2000), Franco Angeli, Milano.
13] Cipolla C., (1997),
Epistemologia della tolleranza, lemma micro III
volume, Franco Angeli, Milano.
[14] Luhmann N., (1990),
Sistemi sociali, Il Mulino, Bologna [ed. orig.1984].
[15] Cipolla C., (1997)
op.cit. lemma linguaggio (teoria del).
[16] Cipolla C., (1997)
op.cit. lemma sociologia.
[17] Cipolla C., (1997),
ibidem.
[18] Donati P., (1991),
Teoria relazionale della società, Franco Angeli,
Milano.
[19] Cipolla C., (1997),
op.cit.
[20] Minti G., (1998) Sistemica,
Apogeo, Milano.
[21] Cipolla C., op. cit.
[22] Lichtner M., (1999),
La qualità delle azioni formative, Franco Angeli,
Milano. torna su
[23] ibidem.
[24] Fiocco.P.M.,
(2000), Questioni di violenza. Ultras e polizia alla ricerca
di nuovi ruoli reciproci, in R.Siebert (a cura di), Relazioni
pericolose. Criminalità e sviluppo nel Mezzogiorno,
Rubbettino, Catnazaro.
[25] Fiocco., op. cit.
[26] Fiocco., op. cit.
[27] Lapassade G., (1970),
Il mito dell'adulto, Guaraldi, Firenze.
[28] Demetri D., (1990),
L'età adulta, NIS, Roma.
[29] Demetrio D., op.
cit.
[30] ancora una volta non
c'è una scelta unica ed ottimale dello strumento lavagna:
la lavagna a gesso costringe chi scrive, anche se per pochi momenti,
a non controllare il "clima" di classe, la lavagna luminosa non
sempre rende giustizia alla partecipazione degli astanti, la lavagna
a fogli per definizione deve prevedere spazio di voltata e agilità
mnemonica di chi conduce per il recupero dello scritto.
[31] Paraverbale è
quanto può essere prodotto e/o variato con l'apparato vocale
(tono, timbro, ritmo, volume della voce).Corporeo è
quanto può essere prodotto e/o variato con movimenti del
corpo.
[32]
"Moderato" in quanto ritengo afferisca ad una 'tecnica di
moderazione' termine che Gabriella B. Klein ricercatrice e docente
di Sociolinguistica presso la Facoltà di Scienze della
Formazione dell'Università degli studi di Perugia, riferisce
agli strumenti e all'arte con cui si può migliorare la
comunicazione umana facendo uso dei metodi della visualizzazione
e della dinamica di gruppo (si veda Klebert / Schrader / Straub
1985).
[33]
stimoli visibili e invisibili presenti nell'ambiente nel quale
si sviluppa il processo comunicativo.
[34] vale
la pena ricordare l'origine etimologica del termine em-patia:
patimento, affetto in- quindi capacità di capire, sentire
e condividere i pensieri e le emozioni di un altro (dizionario
Zingarelli 1998).
[35] Cipolla C. ,op.
cit. lemma empatia.
[36] un caso di ambito
aziendale è, per esempio, quello legato alla fidelizzazione
del cliente nel post-vendita.
[37] la personale esperienza
di diversi anni presso un centro scolastico mi ha permesso di
sperimentare e verificare la validità dello strumento sia
con docenti che con studenti.
[38] non si sentono esonerati
neppure i gruppi di volontari sociali che curano con sempre maggior
attenzione l'aspetto formativo (si veda ad esempio il Centro Nazionale
Volontari).
[39] il caso è
stato da me redatto per una scuola media e moderato con l'assemblea
di docenti per la quale era stato pensato |
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Educare.it - Anno I, Numero 4, Marzo 2001
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Tribunale di Verona del 21.11.2000 - Dir. Resp.: Amedeo Tosi
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