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Natale
e Pasqua, per noi maestre della Scuola dell’Infanzia, significano
spesso interruzione della regolare programmazione didattica.
E poi ‘tempi stretti’, stress, addobbi da realizzare, ‘recitine’
da organizzare, ‘lavoretti’ da realizzare, regalini o ovetti
di cioccolato da acquistare per i bambini… E qualche volta (conviene
essere oneste e ammetterlo!) tutto questo avviene, subdolamente,
in un clima di reciproca competizione tra insegnanti: qualcosa
come una gara di abilità tecnico-creativa nello sfoggio
dei lavoretti ‘più belli’ o nell’esibizione delle recitine
più originali e apprezzate dai genitori…
No,
non sto mettendo in discussione la convenienza dei festeggiamenti
di Natale e Pasqua a scuola. Al contrario! Sono entusiasta che
continuiamo a farli, malgrado le pressioni di chi vorrebbe sottacere
ogni nostra festa di origine religiosa in nome di un falso rispetto
per le altre culture! Mi chiedo solo se lo stiamo facendo nel
modo migliore e più educativo.
‘Esibizioni’
e ‘competizioni’ a parte (questioni niente affatto irrilevanti,
perché mai, in nessuna scelta e in nessuna attività
didattica, dovremmo perdere di vista, o ‘alterare’ con nostri
narcisistici bisogni, il fine primo -e unico!- del nostro lavoro:
il bambino e la sua formazione!), mi sono chiesta se sia giusto
che la scuola si allinei alla mentalità consumistica
della nostra società e, anzi, la incrementi e la rafforzi,
continuando ad acquistare regalini a Natale e uova di cioccolato
a Pasqua a bambini che ne sono letteralmente sommersi.
Ma
come contrastare questa ormai consolidata usanza, in una piccola
scuola di paese, dove da anni le maestre acquistavano regalini
ai bambini e i genitori alle maestre… e dove anche il più
banale mutamento veniva vissuto minaccioso come un terremoto?
Abbandonare quest’usanza, inoltre, nei timori di alcune insegnanti,
avrebbe fatto rischiare anche una sorta di ‘perdita di consensi’
dei genitori…
L’incapacità
di aderire, magari anche solo per quieto vivere, a ciò
di cui non vedo il significato e di cui non condivido il motivo,
mi costrinse comunque a proporre l’interruzione della tradizione
che percepivo anti-educativa. Mi costò l’accusa di tirchieria
da parte di alcune colleghe.
Mi
venne in mente, allora, che avremmo comunque potuto versare
la stessa somma e devolverla però per altre cause, magari
per l’adozione di un bambino a distanza. Ma, in tal caso, sarebbe
stata solo una bella iniziativa delle insegnanti, indipendente
da obiettivi e azioni educative. Come coinvolgere i bambini
e, peraltro, bambini tanto piccoli in un adozione a distanza…
fatta dalle insegnanti? Quell’anno, per di più, io avevo
l’assegnazione della sezione dei più piccoli: i tre anni!
Ma era una sfida da provare.
Raccontammo
ai bambini la storia di Rama, la bambina indiana che avremmo
potuto adottare: ovviamente traducemmo quella storia, romanzandola
un po’, nel linguaggio più adatto e comprensibile ai
bambini! Mostrammo loro la sua foto ingrandita con il plotter.
Inventammo, nella narrazione, episodi forse non accaduti realmente,
ma che diedero forma e concretezza a vissuti drammatici, invece,
ben reali.
Poi presentammo ai bambini un mucchietto di monetine, dicendo
che con quelle avremmo dovuto acquistare il loro regalino. Ma
se avessero rinunciato al regalino, le avremmo invece destinate
all’acquisto di cibo e vestiti per Rama.
A loro spettava la decisione!
E doveva essere una decisione personale, non collettiva!
Riuscimmo
anche ad accendere e guidare un piccolo dibattito fra loro:
i bambini chiedevano di Rama, discutevano, commentavano: era
cosa davvero dura dover rinunciare al loro in nome di quella
bimba indiana! Qualcuno esitava maggiormente, qualcuno non aveva
dubbi, ma alla fine tutii presero la decisione più generosa.
‘Sottoscrissero’ poi la loro scelta con una scheda: ciascun
bambino poteva cancellare con una grossa ‘x’ l’invitante pacchettino
infiocchettato disegnato su una metà di foglio piegato
e colorare la fotografia in bianco e nero di Rama sull’altra
metà o, viceversa, poteva cancellare la foto di Rama
e colorare il pacchettino. Il lavoro che ciascuno eseguiva sulla
propria scheda, ovviamente, andava verbalizzato e dunque consapevolizzato
quanto più possibile.
Appendemmo poi alla parete, ben visibile, il grosso poster di
Rama: ogni bambino, in segno di adesione all’iniziativa dell’adozione
della ‘sorellina indiana’, appose accanto la sua ‘firma’, scrivendo
a caratteri molto grandi il proprio nome; coloro che ancora
non sapevano scrivere ‘si firmarono’ con il disegnino di sè
stessi.
Ai
genitori inviammo una lettera spigando il piccolo progetto di
educazione alla solidarietà, chiedendo di collaborare
col gratificare i figli per la scelta generosa che avevano saputo
compiere. Si iniziò così una nuova e ben più
costruttiva tradizione.
Ogni
tanto i bambini inviano disegni a Rama e Rama risponde con i
suoi. Di anno in anno i genitori si sono coinvolti sempre di
più nell’iniziativa, anche economicamente, tanto che,
accanto a quella di Rama, si sono avviate altre nuove adozioni.
Certe
volte basta davvero solo un pizzico di coraggio! … Il bene è
sempre così contagioso!
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