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La lettura del libro "Chiudiamo le scuole!" di Giovanni Papini
(1881-1956), uno scrittore italiano di cui forse si sono perse le tracce troppo
facilmente, mi ha dato lo spunto per una riflessione sulla scuola che parte dal
passato per arrivare ai nostri giorni. Già dal titolo la provocazione appare
evidente, come spesso era nelle caratteristiche di questo scrittore. Il libro è
stato scritto nel lontano 1911, ma possiamo ritrovare degli spunti per un’attenta
riflessione sul mondo della scuola.
L’idea del Papini sul concetto di scuola è legato al tempo in cui egli
viveva; quello che lui auspicava era una scuola che godesse di maggiore
indipendenza, con un Ministero libero e autonomo, che conferiva maggiore spazio
alla struttura privata. Ovviamente in quasi cento anni di storia la scuola ha
visto molti cambiamenti cercando sempre di soddisfare le domande delle
generazioni che si sono susseguite nel tempo.
Papini si augurava che la scuola potesse riconquistare quell’immagine di
"luogo della cultura", dove non solo il sapere è
"elargito", ma anche dove il sapere è sviluppato e scambiato tra
allievi e docenti. Nel complesso possiamo dire che il nostro autore ambiva ad
una scuola più a dimensione umana, dove la persona fosse al centro dell’agire
educativo.
L’ultima riforma approvata nel 2003 con la famosa legge 53, forse sarebbe
piaciuta al Papini. Essa è mossa da un’antropologia personalista (pensiamo ai
piani di educazione personalizzati, o all’idea del portfolio delle competenze
individuali); c’è attenzione alla famiglia e al suo ruolo all’interno della
scuola, alle comunità locali, e soprattutto – grande novità – allo
studente. Questo è il merito del "Profilo educativo culturale e
professionale dello studente alla fine del Primo Ciclo di istruzione (6-14
anni)" dove possiamo osservare quali funzioni lo studente dovrebbe
raggiungere al termine del primo ciclo di studi:
"Un soggetto
è riconosciuto competente, infatti, quando, mobilitando tutte
le sue capacità intellettuali, estetico-espressive, motorie,
operative, sociali, morali, spirituali e religiose e, soprattutto,
amplificandole ed ottimizzandole, utilizza le conoscenze e le
abilità che apprende e che possiede per arricchire creativamente,
in ogni situazione, il personale modo di essere nel mondo, di
interagire e stare con gli altri, di affrontare le situazioni
e risolvere i problemi, di incontrare la complessità dei sistemi
simbolici, di gustare il bello e di conferire senso alla vita".
E ancora:
"Prendere
coscienza della dinamica che porta all’affermazione della propria
identità; gestire l'irrequietezza emotiva e intellettuale spesso
determinata dal processo di ricerca e d’affermazione dell’identità;
ampliare il punto di vista su di sé e sulla propria collocazione
nel mondo; elaborare, esprimere e argomentare, circa il proprio
futuro esistenziale, sociale, formativo e professionale, un’ipotesi
che tenga conto del percorso umano e scolastico finora intervenuto;
porsi problemi esistenziali, morali, politici, sociali, coglierne
la complessità e, di fronte ad essi, formulare risposte personali;
conoscere le regole e le ragioni della prevenzione del disagio;
rispettare l’ambiente, curarlo, conservarlo e migliorarlo".
Il testo per la prima volta si spinge a tenere conto della dimensione morale
dello studente, ponendo un ambizioso obiettivo. Si arriva a parlare anche di
"bene" e di "male", anche se non viene specificato cosa è
bene e cosa è male:
"Avvertire interiormente,
sulla base della coscienza personale, la differenza tra il bene
e il male ed essere in grado, perciò, di orientarsi nelle scelte
di vita e nei comportamenti sociali e civili".
Queste le ambizioni, almeno sulla carta, della riforma; sulle condizioni di
servizio che dovranno poi rendere pratiche queste indicazioni se ne può
discutere. Certamente non possiamo negare che riportare l’alunno al centro
dell’agire educativo sia un male. Non molti giorni fa ho avuto modo di
dialogare con alcuni ragazzi che frequentano il liceo e mi sono reso conto come
molti giovani oggi vivono nella scuola con un senso di delusione, demotivati e
poco sostenuti dalla scuola nelle specifiche problematiche legate alle varie
fasi della vita pre e post-adolescenziale.
Ci vorrà una maggiore consapevolezza da parte di ogni operatore scolastico nel
vedere la scuola non più come il luogo dei giudizi ma come luogo della crescita
scolastica e umana.
L’autonomia è stata la vera rivoluzione e conquista della scuola del terzo
millennio. Ma essa dovrà essere sfruttata con responsabilità e competenza,
cercando di evitare l’introduzione di schemi di produttività propri di un’azienda
commerciale, per non entrare in contraddizione con quella visione di
personalismo di cui si parlava prima. Forse si dovrà abbandonare una certa
terminologia che vede gli studenti dei clienti, e gli insegnanti degli erogatori
di educazione!
Si parla spesso di alzare la professionalità dei docenti; è forse la sfida
più difficile, che dovrà essere affrontata proprio lì dove i nuovi insegnanti
si formano: insegnare del resto non è solo trasmettere delle nozioni ma anche
avere una preparazione pedagogica e didattica adeguata. Predisposizione all’ascolto,
preparazione delle lezioni, aiuto agli studenti, disponibilità nei confronti
della scuola….
"Chiudiamo le scuole!" tuonava Papini nella conclusione del libro. Le
definiva spesso delle "prigioni di Stato" dove i giovani vengono
rinchiusi "in stanze polverose e piene di fiati" dove, oltre che alla
loro mobilità fisica, veniva soffocato anche lo spirito di ricerca e di
apprendimento che può venire solo da un contatto umano più diretto che nelle
aule di una scuola. Non arriviamo certo ad auspicare ad una chiusura delle
scuole, ma almeno vogliamo sperare che esse possano diventare dei luoghi dove la
cultura e la formazione umana vengano messe nuovamente in primo piano, dove
oltre che a degli studenti vengano anche formate delle Persone. Un impegno per
tutti!
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