|
Il nostro Istituto era così organizzato: Corsi di
studio regolari la mattina, Corsi di recupero per studenti-lavoratori la sera.
Il corpo insegnante era, tranne poche eccezioni, sempre lo stesso; io ero
impegnata per entrambi i Corsi.
E' noto che l'insegnamento va ben oltre la
semplice trasmissione di contenuti, esso è anche formazione, è scambio
reciproco: l'allievo apprende e l'educatore, insegnando, incontra molteplici
opportunità per perfezionarsi, per migliorare il suo modo di porsi alla classe.
Sotto questo aspetto le mie esperienze più significative sono quelle relative
ai Corsi serali.
Ricordo un episodio legato ad un giovane
che frequentò la nostra Scuola sei anni fa. Era intorno ai trent'anni, dopo le
Medie aveva frequentato qualche anno dell'Istituto Alberghiero senza completare
gli studi e si era iscritto ai nostri Corsi serali per conseguire il diploma di
Dirigente di Comunità.
Aveva un viso simpatico, un'espressione aperta
e cordiale, ma le sue prime parole non furono parole d'intesa. Al contrario, mi
disse subito che frequentare la Scuola non gli era mai piaciuto, che nessuna
materia gli interessava (salvava solo la Matematica), che si era iscritto ai
nostri Corsi esclusivamente per conseguire un diploma, uno qualunque, perché gli era necessario per il suo lavoro. Poi, con tono ancora più fermo proseguì
dicendo che, avendo notato di essere l'unico elemento maschile della classe, non
consentiva farsi interrogare. Risposi semplicemente che avremmo trovato una
soluzione per ogni problema.
In classe si stabilì subito un'atmosfera
serena e cordiale: il mio allievo era "coccolato" dalle compagne, lui
seguiva con impegno le lezioni, ma seguitava nel rifiutare l'interrogazione.
Con il progredire del Corso ed approfondendo
sempre più le Materie cresceva in lui anche l'interesse; arrivava in
anticipo sulle lezioni, prendeva nota di tutto, spesso chiedeva ulteriori
spiegazioni. Ricordo di avergli detto un giorno, a proposito delle
interrogazioni, come queste costituiscano un criterio di valutazione importante
non solo per l'Insegnante (io avevo già formulato un giudizio su di lui
attraverso gli scritti), ma anche per lo studente che soltanto esprimendosi
anche verbalmente può prepararsi in modo adeguato agli esami. Ma la situazione
non si sbloccava, neanche con gli altri Insegnanti. I miei colleghi proposero
allora di interrogarlo da solo, fuori orario. Io non ero d'accordo perché avevo
intuito la natura psicologica del problema, poi non mi piaceva fare preferenze,
tuttavia, per compiacere i colleghi, accettai, ma inutilmente: il giorno
fissato per l'interrogazione l'allievo non venne a Scuola.
Fu la lezione di Psicologia che tratta i
problemi psico-pedagogici a sbloccare la situazione. Avevo spiegato come il
mancinismo dipenda da un'inversione della dominanza emisferica e pertanto
quanto sia assurdo e controproducente volerlo correggere.
Avevo detto che costringere il
fanciullo mancino ad usare la mano destra significa sottoporlo ad uno stress
durissimo ed innaturale, avevo detto ancora che i mancini corretti possono
andare incontro a difficoltà quali la dislessia e la balbuzie, che la
timidezza e la tensione nervosa alimentano fortemente la balbuzie stessa.
A quel punto il mio allievo cominciò a parlare
come un fiume in piena; senza più alcun pudore disse a me e alle compagne come
da fanciullo fosse stato duramente corretto dal suo mancinismo considerato
un difetto dal quale occorreva liberarsi al più presto. Ci disse come
improvvisamente incominciò a balbettare, soprattutto a Scuola, ancor più
durante le interrogazioni. Ci spiegò come soltanto in età adolescenziale, dopo aver abbandonato la Scuola, si fosse liberato da quel problema e quanto
grande fosse il suo timore di ripiombare in una situazione così angosciante.
E' inutile dire che questa sua confidenza lo
liberò dalla paura dell'interrogazione e anche da quella di possibili ricadute.
Superò anche gli esami di maturità, ma poi
mi disse che era molto più felice per aver vinto il suo trauma psicologico che
per aver raggiunto l'ambito diploma. |