Per
iniziare, alcune sintetici ricordi a mo’ di premessa.
Ho
vissuto 4 anni di pluriclasse (mista) elementare (in campagna) bellissimi,
per poi passare in una quinta “maschile” (in città) in cui
ho scoperto l’uso, da parte del maestro, della “bacchetta”. Era
il 1967/68!
Una Scuola Media praticamente senza ricordi, se non la memoria di
una professoressa di italiano che ha posto le premesse per farmi
odiare per tanti anni tutto quello che è romanzo, poesia
o letteratura in genere.
Liceo Scientifico ricco di stimoli “socio-politici” con un professore
di filosofia “apertissimo alle nostre domande”.
Infine un ottimo finale all’Università di Bologna, con il
professor Carlo Doglio, vero “tutor” per noi laureandi in periodo
di tesi. Dopo la laurea, il professore voleva che i suoi neo-laureati
facessero della loro tesi argomento per una lezione universitaria
ai suoi studenti. Un rinforzo incredibile, un’iniezione di fiducia.
OGNI
INSEGNANTE DOVREBBE AVERE UNA “IDEA DI SCUOLA”
Ripensando
alla mia esperienza scolastica, aggiungerei che oggi tutti noi che
lavoriamo - quotidianamente - nella scuola, dovremmo avere una ”nostra
idea” di scuola. Una “scuola ideale”, che ogni giorno confrontiamo
e mediamo con la “scuola reale”, quella in cui ci troviamo a lavorare,
insieme a bidelli, segreterie, docenti, studenti, amministratori,
colleghi e famiglie.
Personalmente, dopo 26 anni di lavoro nella scuola (16 da maestro
e 10 da direttore e preside) ho “in testa” una mia organizzazione
ideale di scuola, con tempi, strutture, programmi e didattiche.
Una proposta di scuola, che meglio definirei “…la mia riforma”.
Ed ecco i punti (estremamente sintetici) la mia proposta di riforma,
che riguarda prevalentemente la cosiddetta “scuola dell’obbligo”.
1.
GIOCO PIÙ STUDIO PIÙ LAVORO MANUALE: UGUALE SCUOLA
Nelle
società moderne la quasi totalità delle scuole sono
centrate su alcuni cardini: l’apprendimento cognitivo, lo studio
mnemonico, l’interrogazione-interrogatorio. È così
che la scuola è un divenuta un “obbligo” da “sopportare”.
La scuola, che non dovrebbe andare mai oltre un tempo della durata
di 24 ore settimanali, dovrebbe – invece - essere una giusta miscela
di piacere, impegno e competenze. Io identifico queste tre componenti
ne:
- Il gioco. È lo strumento ideale per apprendere e rispettare
le regole e per maturare nelle relazioni sociali.
- Lo studio. Le sue componenti fondamentali sono lo scrivere il
leggere e il far di conto, cioè le componenti culturali della
simbolizzazione e della comunicazione.
- Il lavoro manuale. È la maniera per educare il corpo all’uso
di tutti i sensi e per imparare a vivere nel mondo con responsabilità.
Tutti i giorni c’è da spazzare, pulire, preparare le merende
o il pranzo, fare acquisti, accudire il cortile, coltivare l’orto
scolastico…. Perché non farlo con gli studenti stessi.
Il tempo scolastico dovrebbe essere quindi suddiviso in tre parti,
un terzo da dedicare al gioco, un terzo allo studio, un terzo ai
lavori manuali.
2.
UNITARIETÀ DEL SAPERE E DEI TEMPI
Va
da sé che un’organizzazione di 24 ore, suddivise in 8 ore
di gioco, 8 ore di studio e 8 ore di lavori manuali, non può
avere una suddivione in orari rigidi, né una parcelizzazione
del sapere in innumerevoli discipline con relativi programmi definiti
nei minimi dettagli. Stiamo parlando di una scuola di base, per
un’alfabetizzazione e una istruzione che fino a poco tempo fa si
definiva dell’”obbligo”. Una scuola che tutti i professori e i maestri
d’Italia, con la loro preparazione e competenza, dovrebbero/potrebbero
svolgere in maniera indistinta. E’ chiaro che qui può essere
di grande aiuto quella ricerca fatta negli anni scorsi e che aveva
portato a cercare di definire quali erano i “saperi minimi, di base,
quelli essenziali”.
E poi bisogna pensare a nuove strategie o modalità didattiche.
La scuola italiana, ad esempio, ha dimostrato di fallire per quanto
riguarda le lingue straniere, la musica o la pittura. Non ci vuol
molto a capire che queste discipline “vanno sperimentate sul campo”
e non apprese cognitivamente. “Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda,
chi fa impara”.
3.
SEDICI (16) IL NUMERO MASSIMO PER CLASSE E IL MUTUO AIUTO
Classi
di 23 – 28 allievi: è praticamente impossibile la gestione
della didattica quotidiana! Una classe ideale va dai 12 ai 16 studenti.
Un numero ragionevole per favorire relazioni, per permettere il
lavoro a piccoli gruppi, per dare spazio alle personalità
di ciascun allievo. In meno, con meno ore, si fa di più;
provato personalmente! E poi, in queste condizioni, emergono le
opportunità di sperimentare la funzione del tutor, o meglio
del “prendersi cura”: il più grande che aiuta il più
piccolo. Non sarebbe questo il vero modo per “verificare gli apprendimenti”,
per mettere alla prova le competenze e le padronanze, in campo sociale
e cognitivo.
4.
GLI INSEGNANTI E IL LORO ORARIO E LA GIUSTA RETRIBUZIONE
Preparare i materiali per le lezioni, correggere i compiti, aggiornarsi,
documentare il lavoro didattico, redigere progetti, mantenere contatti…
Eppure l’opinione pubblica è convinta che maestri e professori
lavorino 22 o 18 ore alla settimana. L’orario settimanale (da svolgere
nelle quasi totalità a scuola) dovrebbe essere di 30 ore
la settimana, da suddividere in 16 di insegnamento e 14 di tutto
il resto. E con questo orario dovrebbero essere eliminate due grosse
problematiche della scuola: le sostituzioni per supplenze (che a
questo punto dovrebbero essere praticamente tutte interne) e tutta
la questione del cosiddetto “fondo di istituto” che serve per le
cosiddette ore aggiuntive.
Va da sé che, anche sindacalmente parlando, la retribuzione
degli insegnanti dovrebbe essere aumentata. Una gran parte – poi
- della “formazione iniziale” degli insegnanti dovrebbe svolgersi
con “tirocinio pratico” nelle scuole stesse. Vorrei ricordare anche
il fatto che diversi insegnanti si trovano a svolgere una lavoro
a cui non sono portati e spesso, una volta di ruolo, non hanno il
coraggio di tornare indietro. Forse sperimentare “il fare scuola”
attraverso un tirocinio lungo (o come si fa in alcune realtà
un “anno di volontariato”) potrebbe servire loro per chiarire se
“fare il maestro” è davvero la giusta scelta professionale.
5.
PICCOLE SCUOLE E PLURICLASSI PER LAVORARE MEGLIO
Tutto
questo tipo di organizzazione presuppone una semplificazione nella
organizzazione scolastica. E questo è ancor più facilmente
raggiungibile se le scuole saranno “tarate” su dimensioni minime
e con una loro vera “autonomia”. Non quindi grandi numeri, grandi
istituti. Ma scuole di piccola e media dimensione, decentrate sul
territorio. Questi eviterebbe le spese di trasporto-spostamento-deportazione
degli studenti che vivono nelle realtà più isolate
(di montagna o di campagna). Per permettere questo dovremmo uscire
anche dalla logica delle classi formate per anno scolastico. Possono
cioè diventare “norma” quelle che un tempo erano le eccezioni,
ovvero le cosiddette pluriclassi, che vedono al loro interno bambini
di età verticali. In queste scuole non dovrebbe esistere
il ruolo del “dirigente-manager” (come continuano tutti - dai sindacati
al ministero - a menarla) ma la funzione di coordinatori-direttori
che abbiano anche un metà tempo dedicato all’insegnamento.
Un modello tuttora presente in molti paesi europei.
E poi ci sarebero i temi del dentro-fuori, della lentezza, della
bellezza…!!
6.
UNA SOLA NOTA PER LA SECONDARIA
Quanti
ragazzi soffrono (e fanno soffrire i docenti!) negli anni delle
superiori. Perché non pensare ad un “bonus di anni di scuola”
da poter far spendere, ai ragazzi che vogliono “abbandonare” la
scuola, in un periodo successivo. Ragazzi che a 17 anni odiano la
scuola poi si ritrovano una voglia e un “desiderio di scuola” a
24-25 anni. Perché non offrire loro questa possibilità.
A
MO' DI CONCLUSIONE
Una
scuola così concepita è una scuola che non può
che avere insegnanti molto motivati. Quelli che sia Edgar Morin
che Don Milani definiscono “insegnanti per missione”. E un buon
insegnante, consapevole di non essere onnipotente, sa – in quella
determinata condizione - anche da chi farsi aiutare, senza per questo
abdicare ad altri il proprio ruolo… che è sempre, anche senza
volerlo, sia istruttivo che educativo. Forse dovremmo anche noi
farci aiutare da chi la scuola l’ha fatta anche “pensandola”. Penso
in questo momento a figure come ad Alberto Manzi, a Maria Maltoni
e la scuola di San Gersolè, al maestro Mario Lodi, a Don
Milani a Barbiana, al Margherita Zoebli e il suo Centro Educativo
Italo-Svizzero. E mi vien da aggiungere, infine, l’esperienza di
Baden Powell, fondatore dello scoutismo, a cui devo buona parte
della mia formazione ed educazione, oltre naturalmente, alla mia
famiglia.
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