Sono passati tanti anni da quando ti ho incontrato
per la prima volta. Il suono della campanella quel giorno lontano
mi aveva chiamato all’appello senza nessuna preparazione; sentivo
su di me il peso e le incognite di tante domande a cui dovevo
dare delle risposte. Interrogativi che trasparivano dagli occhi
curiosi e vivaci, sguardi schivi e solitari, espressioni di
accettazione o aperto rifiuto alla comunicazione. In quelle
aule l’odore del tempo rivestiva gli oggetti liberando l’eco
di nozioni che tanti, prima di me avevano ripetuto come una
cantilena. Ogni giorno e anno dopo anno ho cercato di creare
la mia immagine e di ritoccarla per vincere la mia e la tua
timidezza, ho riempito i silenzi di parole e spesso ho assorbito
la solitudine e i desideri come un filtro che trattiene le impurità
decantando il significato oltre le semplici apparenze. Ho imparato
a capirti e a lasciarti libero di capire, a comprendere senza
giudicare, ad accettarti senza rimproveri e riserve. Quella
cattedra è stata una palestra in cui i “giochi” spesso
non mi hanno assegnato punti a favore e si sono rivelati lenti
e difficili percorsi di conoscenza. Attraverso i tuoi rifiuti
e le tue giornate di sole ho letto e interpretato il significato
della vita, ho accolto il disagio e la gioia di esistere, l’impegno
e la rinuncia, la fragilità e la prepotenza. E’ stata
spesso una tempesta seguita dal sereno in cui ho remato senza
arrendermi, cercando sempre nei tuoi occhi una finestra in cui
poter far nascere un interesse o una domanda. Ho aspettato che
il mio tempo si arricchisse di esperienza per insegnarti che
nella vita non ci sono solo certezze ma anche interrogativi
a cui non so rispondere e che il traguardo è solo una
tappa per sostare e poi , con coraggio, continuare guardando
avanti e mai indietro.
Autore:
Laura Alberico, insegnante
di scuola media di I grado